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Buio in sala: si proietta The Man Who Sold The World dei fratelli registi Noury, marocchini. Siamo all’ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Marrakech, che si svolge in dicembre. Quando sullo schermo i due giovani protagonisti maschi del film, X e Nay, si scambiano un appassionato bacio, tra gli spettatori scoppia il finimondo: c’è chi urla, chi insulta i registi, chi fischia, chi esce dalla sala scandalizzato.
Con le dovute proporzioni, la scena assomiglia molto alla leggendaria prima proiezione pubblica organizzata da altri due ben più celebri fratelli registi, i Lumière, quando fecero fuggire a gambe levate, terrorizzati, gli spettatori de L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat … Se non fosse abbastanza esilarante, questo piccolo episodio sarebbe comunque esemplare della sostanziale arretratezza di quasi tutti i paesi africani, oggi, al cospetto dei diritti dei propri cittadini omosessuali.
“In Marocco, così come in Algeria e Tunisia, l’omosessualità è illegale”, ci ricorda Karim Malki dalle pagine della rivista online Kelmaghreb, rivolta ai gay del Nord Africa. “La persecuzione dei gay è feroce a causa dell’applicazione della sharìa (legge islamica), con arresti soprattutto nel mondo della prostituzione maschile. Casi individuali che raramente attirano l’attenzione del mondo”.
Sergio Rovasio dell’associazione Certi diritti precisa meglio la situazione: “In Africa l’omosessualità è legale soltanto in 13 paesi ed è un reato punibile in 38, tra i quali la Mauritania, il Sudan e la Nigeria settentrionale, che prevedono addirittura la pena di morte”.
La proverbiale, difficile situazione economica, sanitaria e politica del continente sembra ormai più un logoro luogo comune, piuttosto che la reale fotografia dell’Africa di oggi; di certo non serve più a giustificarne la regressione in materia di diritti civili glbt.
Come conseguenza della globalizzazione si registra, infatti, da una parte il miglioramento del Pil di molti paesi, l’aumento dell’aspettativa di vita, la stabilizzazione dei conflitti regionali, l’arrivo di investimenti esteri (soprattutto cinesi); dall’altra non passa giorno senza che qualche governante africano non riceva il biasimo internazionale a causa di dichiarazioni omofobe al limite del ridicolo o, ancora peggio, perché ha annunciato o ha già introdotto leggi repressive, rendendo sempre più infernale la vita quotidiana di gay e lesbiche.
Come si spiega, allora, questa sterzata omofoba da parte dei governanti africani?
“I diritti glbt sono l’ultima frontiera dello sviluppo dell’Africa”, ammette Jean-Léonard Touadi, deputato italiano del Pd di origini congolesi e testimonial, insieme ad Anna Paola Concia, di una campagna Arci contro il razzismo e l’omofobia. “È paradossale che se da una parte gli africani discutono di abolire le mutilazioni genitali femminili, dall’altra non colgano la contraddizione quando introducono leggi contro gay e lesbiche”.
Tralasciando i paesi islamici del nord, soprattutto l’Africa sub-sahariana mostra nell’ambito dei diritti umani una politica quantomeno schizofrenica. Uno dei casi più clamorosi riguarda il Burundi, dove il parlamento ha votato nel novembre 2008 l’introduzione del reato di omosessualità in una riforma legislativa che prevede, al contempo, l’abolizione della pena di morte, la protezione dalla violenza per donne e bambini e l’introduzione del reato di genocidio!
In Ruanda, alla fine del dicembre 2009, era in discussione una legge per colpire con pene fino a dieci anni di carcere chiunque “pratichi, incoraggi o sensibilizzi persone dello stesso sesso verso qualunque atto sessuale”, punendo duramente quindi sia la popolazione gay che le associazioni per i diritti glbt.
Ma è stata in particolare l’Uganda, tra tutti i paesi africani, a salire agli onori delle cronache degli ultimi mesi, dando parecchia soddisfazione ai nemici dei gay ma evidenziando contemporaneamente l’insensatezza di certe misure legislative nel contesto internazionale.
Le danze si aprono nell’aprile 2009, quando esponenti del clero musulmano e di quello cristiano pentecostale fondano la “Lega nazionale contro l’omosessualità e gli abusi sessuali”, invitando il governo ad applicare la legge già esistente che prevede il carcere per gay e lesbiche. L’Uganda ha una popolazione a maggioranza cristiana, con al primo posto i cattolici e al secondo gli anglicani; i musulmani sono circa il 12%.
“Le chiese monoteiste hanno un’influenza nefasta sull’opinione pubblica africana in tema di rispetto della minoranza omosessuale, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione dell’Aids e l’uso del preservativo; si salva solo quella anglicana, che ammette quantomeno un dibattito interno vivace”, spiega Touadi. Il clero ugandese conferma: “Abbiamo pensato di stringere un legame interreligioso volto a combattere la diffusione di questa piaga e di lavorare insieme per eliminare la sodomia e le altre forme di abusi sessuali”, dichiara lo sceicco Sulaiman Kakeeto, capo dei musulmani Tabliqs.
Nelle stesse settimane James Nsaba Buturo, ministro per l’etica e l’integrità, durante una conferenza alle Nazioni Unite si scaglia contro quei paesi del mondo che preferiscono altri sport alla lapidazione dei froci: “All’Onu sono in corso tentativi di imporre l’omosessualità agli altri come noi (e) utilizzare questa conferenza per proteggere gli omosessuali”.
Già in passato Buturo aveva mostrato con chiarezza il proprio pensiero, affermando che l’omosessualità è “contro-natura, anormale, illegale, pericolosa e sudicia. Dieci anni fa questo fenomeno non esisteva, ma ora la malattia si è infiltrata ovunque”.
Gli dà una mano il presidente ugandese Yoweri Museveni, quando sottolinea che “le relazioni omosessuali vanno contro il volere di Dio”. Detto fatto: lo stesso mese un deputato del partito di governo National Resistance Movement, David Bahati, raccoglie i suggerimenti dei suoi superiori e mette a punto un delirante disegno di legge che prevede tra l’altro la pena di morte per chiunque venga sorpreso a compiere atti omosessuali con disabili, minori di anni diciotto e sieropositivi, oltre a incriminare le associazioni che si battono per i diritti gay e a sanzionare col carcere fino a tre anni i dipendenti pubblici che non denuncino gay e lesbiche. Tutto questo, scrive Bahati nel testo di legge, per “difendere la famiglia tradizionale e i bambini, impedire l’introduzione di norme internazionali che proteggono espressamente lo stile di vita omosessuale e il matrimonio tra persone dello stesso sesso”, nonché per “salvaguardare la salute dei cittadini ugandesi dagli effetti negativi dell’omosessualità”.
La fretta di approvare la norma prima del natale scorso porta sfortuna al governo di Kampala, che in seguito all’annuncio del progetto si vede piovere addosso le critiche dell’ala più “caritatevole” del clero di tutte le confessioni, una risoluzione apposita di condanna da parte del parlamento europeo e le accese proteste di molti paesi tra cui Svezia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Questi ultimi, attraverso il segretario di stato Hillary Clinton, ricordano tra le altre cose i 300 milioni di dollari americani stanziati nel 2008 in Uganda, che il paese dovrebbe spendere per arginare la diffusione dell’Aids, invece di perdere tempo a criminalizzare i gay sieropositivi.
“Non si lotterà efficacemente contro l’Aids senza migliorare le condizioni sociali e civili delle minoranze sessuali”, scrive dalle pagine della rivista gay belga Tels Quels il corrispondente dall’Africa Luzau Basambombo. “Durante la conferenza internazionale sull’Aids che si è tenuta a Dakar nel 2008, le delegazioni del continente hanno espresso preoccupazione per le molteplici violenze di cui sono vittime le minoranze sessuali in Africa e per la loro esclusione totale dai programmi nazionali di lotta all’Aids, nonché per il mancato accesso alle cure più apppropriate. Per questo ricordano che gli omosessuali africani corrono il 90% di rischio in più degli eterosessuali di contrarre il virus Hiv”.
Davanti all’aberrante progetto di legge, la società civile ugandese non rimane a guardare, tanto che un consorzio di associazioni progressiste, la Civil Society Coalition on Human Rights and Constitutional Law, contribuisce ad attirare l’attenzione del mondo sull’obbrobrio legislativo di Bahati e soci. “L’Uganda può imboccare la strada della discriminazione e della divisione pagandone i costi in termini di isolamento internazionale”, dice un portavoce, “oppure può scegliere la via dei diritti umani”.
La retromarcia del governo ugandese avviene a metà del dicembre scorso, sebbene parziale e ancora più grottesca della legge stessa, quando lo stesso ministro Buturo annuncia che rinunceranno alla pena di morte e (forse) all’ergastolo per gli omosessuali, a patto che questi frequentino corsi di “rieducazione e recupero all’eterosessualità”!
L’ineffabile Buturo tiene a precisare che “a tale decisione siamo arrivati senza aver chinato il capo alle pressioni internazionali”. In attesa di nuovi sviluppi, i gay ugandesi non dormono sonni tranquilli…
Un loro concittadino trasferitosi in Italia prova a fornire qualche chiave di lettura del crescente clima omofobo in Uganda e nel resto dei paesi africani. Si chiama John Baptist Onama ed è professore di europrogettazione presso l’università di Padova. “La natura persecutoria del provvedimento ugandese è un rigurgito ancestrale e un moderno sincretismo”, dice Onama. “Quando nacquero le religioni monoteiste, anche in Africa gli omosessuali subirono la repressione dei loro rigidissimi insegnamenti morali. Sia l’islam che il cristianesimo ribadirono o semplicemente tollerarono le tradizioni antiomosessuali delle popolazioni indigene dell’Africa, probabilmente traendo un enorme vantaggio dalla coincidenza di vedute sull’argomento.
I colonizzatori europei dell’ottocento non andarono fino in fondo nel contrastare le leggi antiomosessuali, perché lasciarono ampi spazi di manovra alle istituzioni tradizionali nel regolare le vicende considerate strettamente ‘indigene’. Ancora oggi gli stati centrali africani, con ordinamenti di ispirazione europea, continuano a contendere alle autonomie etniche il controllo del territorio: è ovvio che il potere di applicare leggi repressive – o addirittura la pena capitale – da parte dei governi ‘ufficiali’ rappresenti una facile quanto odiosa scorciatoia per imporre il proprio dominio sul potere ‘ufficioso’ delle varie tribù, a scapito di minoranze indifese come gay, lesbiche e transgender. Oggi poi i governi e le popolazioni sono molto influenzati da alcune chiese cristiane evangeliche indipendenti che si richiamano al puritanesimo nella sua versione più estrema e omofoba.
Fino agli anni Ottanta l’africano medio non era mai stato educato ad accettare l’omosessualità come un fatto naturale, e quindi la considerava più o meno come ‘una pazzia dei bianchi’. C’è voluta l’uscita allo scoperto dei gay afro-americani per far sorgere in molti di noi il dubbio che forse la faccenda non aveva niente a che vedere con la razza caucasica”.
Di opinione simile è anche Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare da anni inviato in terra africana: “Sui temi glbt i governi africani fanno quel che vogliono perché non trovano abbastanza opposizione nell’opinione pubblica, l’omosessualità è ancora un tabù troppo forte. Sappiamo bene che in situazioni politiche instabili come quelle in cui si trovano molti stati del continente, il potere è tutto e lo si mantiene a tutti i costi. Quante meno diversità ci sono, più facile è mantenere il controllo assoluto della popolazione”.
Charles Gueboguo, giovane ricercatore di Sociologia dell’università di Yaoundé (Camerun), disegna un quadro più articolato della storia africana dell’omosessualità: “L’attività sessuale in Africa ha sempre avuto il ruolo di provocare piacere, ma prima viene fatto e poi se ne parla: il resto è tabù. È dimostrato che l’omosessualità sia stata sempre praticata in Africa e appartenga a tutti i tempi e a tutte le culture. In Angola, ad esempio, il gruppo etnico chiamato Quimbandas prendeva il nome proprio dal gruppo di maschi che praticavano tra loro la sodomia, vestiti da donne.
Presso i Wawihé, dell’altopiano del Bangalla, sempre in Angola, in una relazione omosessuale duratura i due innamorati erano conosciuti con il nome di eponji.
Nel kirundi, lingua parlata in Burundi, alcuni studiosi hanno rinvenuto diversi termini per designare l’omosessualità come pratica sessuale: kuswerana nk’imbwa (‘fare l’amore come dei cani’); kwitomba (‘farsi l’amore’); kunonoka (letteralmente, ‘essere morbido’).
Le pratiche lesbiche a Zanzibar sono tradotte sia da kulambana che vuol dire ‘leccare’, oppure da kujitia mboo wa mpingo, ovvero ‘introdursi un pene in legno d’ebano’.
È evidente che questi termini designano i comportamenti omosessuali con precisione, ma è azzardato interpretare gli atti di pederastia come fossero identitari, nel senso moderno e occidentale con cui noi identifichiamo gli omosessuali.
Sono piuttosto le omosessualità ad essere definite in modo particolareggiato, indicando di volta in volta comportamenti meramente sessuali, pratiche di iniziazione alla vita adulta, persone con identità di genere alternative al maschile e al femminile e attività erotico-amorose di persone in situazioni dove ci fosse la presenza solo di maschi o solo di femmine.
Il sesso omosessuale era anche motivo di dominio di una classe sociale sull’altra e non esisteva parità tra maschi e femmine.
È solo partire dagli anni Ottanta del Novecento che l’omosessualità comincia a diventare visibile in Africa, specialmente nel sud: nel 1980 viene aperta a Cape Town una discoteca gay, che organizza competizioni di drag-queen. In Zimbabwe, l’associazione Gay e Lesbiche dello Zimbawe appare nel 1990 con lo scopo di promuovere servizi sociali e attivare programmi di counselling sull’Aids. Il primo gay pride africano ha luogo in Sudafrica nell’ottobre del 1990, in pieno apartheid e a dispetto del fatto che l’omosessualità sia ancora punita e condannata”.
Tra tutti i paesi africani il Sudafrica è quello che ha fatto più progressi nel campo dei diritti glbt, inserendo addirittura nella costituzione il divieto di discriminazione per orientamento sessuale e introducendo dal 2006 la possibilità del matrimonio tra gay e lesbiche.
Ma permangono le contraddizioni, perché non bastano le leggi a spazzare via discriminazioni e omofobia. Come dimostra il caso della giocatrice lesbica Eudy Simelane, membro della nazionale sudafricana femminile di calcio e attivista glbt, uccisa nell’aprile scorso durante un cosiddetto “stupro correttivo”. Nel resto dell’Africa la vita quotidiana di gay e lesbiche s’è adattata al clima ostile, scegliendo di praticare una clandestinità “discreta”, condizionata molto dalla classe sociale di provenienza.
“Il coming-out è abbastanza diffuso tra i gay dell’alta e media borghesia, ad esempio tra amministratori delegati e manager di grosse aziende”, conferma Max Richiedei, studente universitario italiano gay che vive a Nairobi. “In Kenya la divisione in classi è molto sentita. Se hai avuto accesso alle scuole private e ad un’istruzione di stampo britannico, guardi la tv satellitare e usi internet, hai accesso al mondo gay libero dei paesi sviluppati e questo cambia il tuo modo di pensare. I giovani omosessuali kenioti, poi, si stanno rapidamente emancipando, nonostante la legge che li vorrebbe in carcere. Infatti non è inusuale imbattersi in gruppi di gay effeminati, vestiti in maniera vistosa fuori dai locali più alla moda di Nairobi”.
Il sogno di poter andarsene all’estero per poter vivere liberamente come gay riempie le giornate di molti gay africani. Per questo frequentano i grandi alberghi delle città, cercando i favori di facoltosi partner occidentali. Il confine tra prostituzione e innamoramento, in questi casi, è davvero labile. Come in molti altri paesi dove i diritti vengono negati, l’uso della Rete ha migliorato di molto le condizioni di gay e lesbiche africani, che almeno riescono a far sentire la propria voce al resto del mondo. Magari chattando nel frattempo sui siti gay per trovare uno “sponsor” direttamente nei paesi ricchi, come si può fare sulla sezione del Camerun sul sito cybermen.com.
Anche le associazioni glbt africane stanno facendo molto, per l’avanzamento dei diritti, sfidando apertamente le leggi dei loro paesi. Il tutto sotto l’occhio più o meno vigile delle “consorelle” dei paesi sviluppati, che di volta in volta lanciano appelli o mobilitano le opinioni pubbliche e i politici più progressisti. “La partecipazione politica degli africani è necessaria, perché non devono dimenticare che vivono in un mondo globalizzato”, scrive il sociologo camerunense Patrick Awondo. “A volte c’è puzza di paternalismo coloniale, negli interventi di molte associazioni europee. Ma i gay africani che si mobilitano hanno bisogno di tutto il sostegno possibile, perché i gay occidentali hanno vissuto lo stesso ostracismo in anni non lontani e quindi sanno come ci si deve muovere”.
È vero: a volte la storia si ripete, ma solo grazie agli sforzi di un manipolo di coraggiosi (o incoscienti) pionieri.
Come i gay e le lesbiche della Namibia riuniti nelle associazioni Sister Namibia e Rainbow Project, che sono scesi in piazza per rivendicare i propri diritti il 5 settembre dello scorso anno. Una quarantina di persone hanno sfilato nella prima marcia per i diritti glbt del paese, nonostante una legge che punisce col carcere i reati di sodomia.