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Sembra incredibile che ancora molti decenni dopo la fine dell’incubo hitleriano sia stato possibile far uscire qualcosa di sorprendentemente originale dal patrimonio di memorie dei sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Eppure, nel caso di Gad Beck, almeno una ragione c’è. O anche più di una, dato il ragguardevole numero di casi e circostanze che gli consentirono di vivere a Berlino e di uscire vivo dalla guerra pur essendo ebreo, omosessuale e membro attivo della resistenza. Ma il motivo per cui il racconto della sue romanzesche avventure giovanili ha dovuto attendere quarant’anni prima di vedere la luce è fondamentalmente uno solo: la parte gay di quella memoria è rimasta a lungo interdetta anche dopo la chiusura dei campi e la nascita di un nuovo mondo. E leggendo il grande piccolo libro di Gad Beck si capisce bene che la storia non poteva essere raccontata a metà, perché in questa particolare esperienza l’identità ebraica e quella gay si sorreggono a vicenda, creando insieme la verità del protagonista. Così questa preziosa testimonianza è rimasta “nell’armadio” fino agli anni ‘90, quando il libro è stato pubblicato in Germania da un Beck ormai sessantenne. Per l’edizione italiana c’è voluto un altro quindicennio abbondante, ma poco importa perché la vivacità e la forza del racconto sono di quelli che resistono al tempo.
Rarissime e tardive le memorie di gay perseguitati nella Germania nazista. Per comprenderne a pieno il valore storico bisogna riferirsi a Paragraph 175, lo straordinario documentario di Rob Epstein e Jeffrey Friedman (nel quale è intervistato anche Gad Beck) che mette gli scampati davanti alla macchina da presa mezzo secolo dopo e documenta l’emozione di questi vecchi che ancora stentano a prendere la parola sull’umiliazione indicibile che gli è toccata in sorte. Ma Beck per molti versi è un caso a parte, anche perché non è stato perseguitato in quanto gay. Al contrario, dichiara di aver trovato nella propria omosessualità la forza e la possibilità (anche materiale) per poter essere un ebreo che lottava, nelle fauci del mostro, per salvare altri come lui dallo sterminio. E per tenere viva la speranza anche nei momenti più bui.
Nelle pagine di Dietro il vetro sottile – Memorie di un ebreo omosessuale nella Berlino nazista (Einaudi, pp.200, 19 euro) ritroviamo la fresca giovinezza, perfettamente ibernata nel ricordo, di un ragazzino che a dieci anni vede la propria vita cambiare quando Hitler va al potere. Per studiare al riparo delle quotidiane angherie dei compagni “ariani” viene iscritto a una scuola ebraica, trovando nell’identità che gli viene imposta l’energia per resistere mentre le cose peggiorano. Comunque lo stato di eccezione che diventa la regola un pregio ce l’ha, come ci spiega lo stesso Beck: nella situazione precaria in cui si trovano gli ebrei del Reich, il suo essere gay finisce per essere accettato in modo molto più naturale di quanto non sarebbe potuto accadere in una cornice più borghese. E quando poi la guerra scoppia, portandosi dietro la “soluzione finale della questione ebraica”, l’omosessualità diventa addirittura un primario strumento di sopravvivenza. È infatti nella rete delle sue conoscenze e relazioni omosessuali, ben più ampia del piccolo ghetto ebraico superstite, che il giovane Gad trova un indispensabile supporto per le attività dell’organizzazione clandestina di cui fa parte, che lavora per nascondere gli ebrei sfuggiti alla deportazione e per farli riparare in Svizzera. Lui, in quanto figlio di padre ebreo e madre ariana, è considerato un mezzosangue e non viene internato nei campi. Rimane a Berlino, come schiavo-lavoratore al servizio dello sforzo bellico, a tentarle tutte per salvare il salvabile. A questo punto il racconto si trasforma in un thriller mozzafiato pieno di intrighi e pericoli, vicende rocambolesche e perdite dolorose. Come quella di Manfred, il primo amore che viene deportato con la sua famiglia nel 1942 e morirà ad Auschwitz. Per liberarlo Gad si traveste da nazista, ma anche se il trucco ha successo Manfred rifiuta di scappare per non abbandonare i suoi.
Man mano che si procede nel baratro, la situazione si fa più disperata. Nel 1943 anche Gad viene imprigionato e evita per un soffio la deportazione, grazie alla coraggiosa protesta di parenti e amici non ebrei degli internati che si mobilitano sfidando il regime. Dopodiché c’è la clandestinità e il cerchio che si stringe sempre di più. La corsa finisce nel marzo del 1945, quando Beck viene arrestato su segnalazione di un informatore ebreo della Gestapo. Caso vuole però che la guerra volga al termine e che la fortuna lo assista fino a quando i soldati russi arriveranno ad aprire la porta della sua prigione.
Qui finisce il racconto, ma la vita di Beck continua. Nel 1947 emigra in Israele dove rimane fino al 1979, quando fa ritorno a Berlino per lavorare con la comunità ebraica. Poi si riconcilia definitivamente con l’altro pezzo della sua storia diventando un attivo militante gay, che finalmente può raccontare cosa è accaduto. Così il cerchio si chiude.