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Molte cose sono cambiate per il ToGay 2010. Lo staff, innanzitutto: venuta a mancare una reciproca fiducia, il direttore Giovanni Minerba ha infatti esautorato il vecchio comitato di selezione, che pure aveva lavorato per anni, per crearne uno nuovo di zecca. Ad aiutarlo ora ci sono Angelo Acerbi (il quale già aveva lavorato nel Festival per molti anni), il critico Fabio Bo e gli scrittori Alessandro Golinelli e Margherita Giacobino, coadiuvati a loro volta da Christos Acrivulis, Flavio Armone, Nancy K. Fishman e Simone Morandi. Differenti anche i criteri di selezione, che hanno privilegiato in primis la qualità formale, lo stile narrativo e soprattutto un’originalità di contenuti, comunque dichiaratamente gay. Così per festeggiare i propri 25 anni quello che è il Festival gay più antico d’Europa ha abbandonato le strade di un cinema spesso apprezzabile ma talora bizzarro e lontano dal pubblico per tornare al grande cinema. Quello che ci piace.
Tra i lungometraggi in concorso molti i film intriganti. Morrer Como Um Homem (To Die Like a Man) è la terza opera (dopo Il fantasma e Odete) di João Pedro Rodrigues. Questa volta il controverso regista portoghese si è ispirato alla storia vera, intessuta di trasgressioni e di atmosfere oniriche, di una transessuale di Lisbona. Lo spagnolo El cónsul de Sodoma, diretto da Sigfrid Monleón, rievoca la vita, con forti scene di sesso, di un importante poeta omosessuale spagnolo: Jaime Gil de Biedma, morto di Aids nel 1990. El niño pez (The Fish Child) dell’argentina Lucía Puenzo (al suo secondo film dopo XXY) narra la drammatica fuga d’amore di due ragazze che arriveranno a diventare assassine in nome del loro rapporto. L’arbre et la forêt (Family Tree) dei francesi Ducastel e Martineau (i registi di La strada di Félix), è la storia di un uomo che nasconde dentro di sé il ricordo dell’internamento in un campo di concentramento nazista perché omosessuale, cosa che poi gli ha fatto scegliere la strada più tranquilla di una famiglia. Da vedere poi El cuarto de Leo (Leo’s Room) dell’uruguayano Enrique Buchichio, interessante nella descrizione del coming out del giovane, bel protagonista Martín Rodríguez, Children of God del bahamense Kareem Mortimer e Do começo ao fim (From Beginning to End) del brasiliano Aluisio Abranches, che vede la particolare storia d’amore fra due splendidi fratelli.
Tra i corti promettono bene The Feast of Stephen e Vivre encore un peu. Il primo, diretto dall’attore James Franco (quello di Milk), narra del giovane Stephen che, bramoso di desiderio, immagina nudi alcuni suoi coetanei che poi si vendicheranno di lui. Il secondo, del francese David Lambert, è sul rapporto profondo fra un padre e un figlio. Fra i documentari, spicca Kol Erev (Paris return) dell’israeliano Yosi Aviram, il magnifico ritratto di una coppia avanti con gli anni, Reoven e Pierluigi, in un momento particolarmente delicato della loro vita.
Gran lavoro dunque per le tre giurie, stavolta più che mai qualificate: Peter Cameron, Eytan Fox, Patricia Rozema, Cesare Petrillo (lungometraggi), Massimo Fusillo, Maria Beatty e Giovanni Anversa (documentari), Ivan Cotroneo, Massimo Fenati e Zvonimir Dobrovic (cortometraggi). Oltre quelli in giuria, numerosi gli ospiti illustri, a cominciare da Rupert Everett e da Claudia Cardinale, la quale presenterà Le fil (The String), il film franco/tunisino d’apertura diretto da Mehdi Ben Attia. Il “filo” del titolo è quello che lega la madre Sara al figlio gay Malik, tanto da difenderlo nella sua relazione con l’avvenente Bilal (Salim Kechiouche).
Ci sarà poi Sigourney Weaver col suo film televisivo per cui ha ricevuto una nomination al Golden Globe: Prayers for Bobby, diretto da Russel Mulcahy, in cui interpreta una madre fortemente religiosa che, dopo aver spinto al suicidio il figlio gay, per reazione diventa un’attivista della comunità gay. Infine c’è James Ivory con il suo ultimo film, The City of Your Final Destination (dal romanzo di Peter Cameron, Quella sera dorata). Al regista di Maurice verrà assegnato il premio Dorian Gray, alla sua prima edizione: un premio a una personalità distintasi nell’ambito del cinema gay, consistente in una statuetta che riproduce Oscar Wilde, disegnata dall’artista Ugo Nespolo (l’artista che ha realizzato la variopinta immagine del Festival).
Ci sono poi altre sezioni. Binari presenta dei film non in concorso, ma non meno interessanti. Fra i lungometraggi ci sono Tú eliges (You Choose) di Antonia San Juan, l’attrice cara a Pedro Almodóvar, The Owls di Cheryl Dunye (la regista di Watermelon Woman) e l’atteso Little Ashes di Paul Morrison. Quest’ultimo è la storia, molto romanzata, del rapporto fra Federico García Lorca (Javier Beltrán) e Salvador Dalì (Robert Pattinson, l’eroe di Twilight), trattato male dalla critica ma con alcune suggestive scene di sesso.
Binari Arte è concentrata su film che insistono su contaminazioni fra diverse espressioni artistiche (da non perdere il curioso 14.3 Seconds del canadese John Greyson, del quale c’è anche il recente Covered).
Midnite Madness presenta due film fortemente erotici: Zombies of Mass Destruction (Kevin Hamedani) e Bitch Slap (Rick Jacobson). Due “Focus” trattano poi argomenti fondamentali. Il primo è Focus: Omofobia, l’odio mangia l’anima, sui movimenti omofobi in paesi quali l’Uganda (The Kuchus of Uganda, Mathilda Piehl) o il Camerun (Cameroun: sortir du Nkut, di Céline Metzger). Il secondo è Focus: Dio mio, religioni e omosessualità, in cui spicca il film israeliano Einaym Pkuhot (Eyes Wide Open) di Haim Tabakman.
C’è poi Serie Tv e Web, con 4 serie, fra cui Mary Lou di Eytan Fox e il notevole The Line of Beauty dell’inglese Saul Dibb, prodotto dalla BBC, tratto da un romanzo di Alan Hollinghurst e ambientato nell’aristocrazia inglese. Intrigante è la rassegna Eurofestival, una manifestazione dai toni camp non particolarmente seguita in Italia ma che all’estero gode di una fortuna enorme, soprattutto fra i gay.
Tre gli omaggi, in altrettante sezioni denominate Open Eyes. Il primo è alla canadese Patricia Rozema, di cui vengano proiettati i film più celebrati, come Quando cala la notte e Ho sentito le sirene cantare. Il secondo è all’icona lesbica Maria Beatty, una regista trasgressiva di cui si vedranno 5 film, tra cui l’ultimo, Bandaged. Il terzo, con 3 proiezioni, è dedicato a Holly Woodland, una drag queen attrice e cantante portoricana, legata alla Factory di Andy Warhol (a lei Lou Reed dedicò Walk on the Wild Side).
Grande novità è poi Transgender elettronici. Verrà mostrato un videogioco cult, Grand Theft Auto: The Ballad of Gay Tony, ambientato in una città virtuale, in cui Gay Tony è il proprietario omosessuale di locali notturni. La serie da cui è tratto è celebre per la forza dei temi trattati e per gli stimoli che crea nello spettatore. Inoltre, nel foyer del cinema Ambrosio ci saranno delle postazioni di videogames, interagendo con i quali gli spettatori avranno la curiosa sensazione di cambiare sesso.
La rassegna clou, ideata apposta per questo Festival è I 25 film che ci hanno cambiato la vita. Si tratta di opere che hanno scandito le edizioni passate, regalandoci le emozioni più intense. La cerimonia di chiusura presso il cinema Ideal, sarà come al solito una festa gioiosa, conclusa dalla proiezione della commedia Oy Vey! My Son Is Gay!! di Evgeny Afineevsky.

BILANCIO CON MINERBA
Delle novità del ToGay abbiamo parlato con il direttore Giovanni Minerba, il quale assieme al suo compagno Ottavio Mai, prematuramente scomparso, fondò nel 1986 il Festival.
Come mai è cambiato radicalmente lo staff?
Il motivo principale è che oramai si era giunti a una sorta di saturazione, credo reciproca, del rapporto personale. Non posso certamente dire che i precedenti collaboratori non fossero all’altezza per la parte “artistica”, ma ormai certe scelte non erano condivise e quindi ho ritenuto necessario, per il bene del Festival, attuare un cambio ”radicale”. Non è stato semplice, anzi è stato doloroso, ma c’est la vie
Il Festival di quest’anno sarà diverso rispetto ai precedenti soprattutto per il nuovo staff o perché è l’edizione del venticinquennale?
Quest’anno sicuramente sarà differente sia per le energie “diverse” di uno staff molto “diverso”, sia per alcune motivazioni in più visto che è il venticinquennale. Certamente, come sempre, noi abbiamo pensato per tutti, ma sappiamo che “tanti” ci aspettano al varco e così inevitabilmente ne sentiremo di tutti i colori… Io però, con un po’ di presunzione, dico già: sarà un bellissimo Festival!
Come va la collaborazione con il Museo del Cinema?
Il Festival ne ha sicuramente guadagnato, come immagine e come gestione amministrativa. Ma soprattutto, ferma restando la libertà per la parte artistica, è importante il rapporto di collaborazione con tutti, a cominciare dal presidente Casazza e dal direttore Barbera.
È vero che esiste l’idea di accorpare in un solo ente tutti i festival torinesi? Se così fosse, sarebbe un bene o potrebbe essere la fine del ToGay?
Ormai da anni girano queste “voci”, che in realtà non interessano nessuno… La mia risposta quindi è scontata: non regalo a nessuno le fatiche fatte in questi 25 anni…
Per te ora organizzare il festival è più facile o più difficile rispetto ai primi anni?
Dall’inizio tante cose sono cambiate, ma non la voglia di fare, grazie anche a tutti – ribadisco tutti – i collaboratori che in questi 25 anni hanno condiviso con me questa magnifica avventura.
Nel ToGay ci sono sempre pochi film italiani, in concorso e non. Come mai?
Tasto molto dolente… Negli ultimi tempi qualcosa si è mosso e devo dire che per quest’anno qualcosa ci è stato proposto, ma siamo stati “costretti” a non selezionare due lungometraggi perché non ci è piaciuto il modo in cui venivano affrontati i temi.
Numerosi film con tematiche glbt sono presenti nei festival maggiori, a volte ottenendo anche ambiti premi, ma assenti in quelli specializzati. Come mai?
Be’ ovviamente la maggior parte dei produttori ha l’obiettivo di far tornare a casa la spesa, quindi prima di tutto ci provano con i festival “maggiori”. Pur comprendendo ciò, è chiaro che certe scelte ci penalizzano; ma mi è dispiaciuto di più quando ci siamo sentiti rispondere ‘no’ da distributori italiani per paura di “etichettare” il film. E pensare che anni fa gli stessi ci ringraziavano per avergli aperto la strada…