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La letteratura italiana di argomento omosessuale è stata caratterizzata, più di quella di altri paesi, da censure e autocensure. E per questo motivo è scattato spesso un processo di differimento in cui l’autore rimandava ad un altro momento, magari a dopo la morte, la pubblicazione della sua opera “proibita”.
Questa difficoltà a essere se stessi viene da lontano e risale per lo meno alla controriforma cattolica. “Una maschera sono costretto a portare, per quanto nessuno possa farne a meno, se vive in Italia”, scriveva nel 1609 Paolo Sarpi, il grande storico del Concilio di Trento, ad un suo amico francese. Questa forma mentis, tipica degli intellettuali italiani, era in effetti comprensibile nel 1600. All’epoca se si professavano idee contrarie alla cultura dominante si rischiava il rogo, ma francamente credevamo che negli ultimi decenni, dopo i “casi” di Settembrini, di Palazzeschi, di Saba, e di tanti altri che hanno differito la pubblicazione dei loro libri gay, fosse scomparsa. Invece no. È di oggi, 2010, un altro “caso” di autocensura. Riguarda un romanzo di argomento gay scritto negli anni Cinquanta del Novecento che viene pubblicato solo ora.
L’autore è Francesco Orlando, stimato professore universitario ora settantaseienne, noto studioso, autore di numerosi saggi sulla letteratura francese e sul rapporto tra letteratura e psicoanalisi. In recenti interviste confessa che negli anni Cinquanta il romanzo, che era piaciuto a Tomasi di Lampedusa, suo eccezionale maestro, avrebbe certamente ostacolato la sua carriera accademica e che allora la sua principale preoccupazione era quella di esprimersi al meglio come giovane studioso. Parla perfino di un contratto di pochi anni fa con la casa editrice Einaudi in cui l’editore si impegnava a pubblicare il libro dopo la sua morte e di come solo oggi abbia preso la decisione di riscriverlo e darlo alle stampe, facendo nel contempo una specie di coming out tardivo e contraddittorio.
Il romanzo, scritto in età giovanile, ma modificato sembra in una decina di stesure negli ultimi anni, è la storia, ambientata in una imprecisata città siciliana, di una morbosa relazione tra un ragazzo omosessuale e un suo amico eterosessuale che si trasforma in un crudele e spietato gioco sadomasochista. La narrazione che pure ha momenti di verità nella rappresentazione della formazione di un omosessuale di quegli anni che deve imparare, prima che a vivere, a non vergognarsi di fronte a se stesso e a simulare e dissimulare davanti agli altri, è decisamente datata, ed è caratterizzata, come tante storie pre-Stonewall, dall’idea che inevitabilmente un omosessuale debba provare attrazione per un uomo a cui piacciono le donne, con altrettanto inevitabile tragedia finale. Si capisce, già da questi pochi cenni, che siamo lontani dall’utopia liberatoria di un Saba o di altri autori che hanno lasciato in un cassetto il loro romanzo gay, destinandolo, come Forster col suo Maurice, “a un anno più felice”. Anche l’analisi psicologica della inconsapevole doppia seduzione, dello schiavo e del padrone, suggerita fin dalle prime pagine, appare costruita a tavolino e certe situazioni, che potevano essere “vere”, appaiono, nonostante le riscritture degli ultimi anni, bloccate nelle atmosfere alla Gide o alla Zweig dei primi decenni del Novecento.
La scrittura è spesso ellittica e complessa, ricca di rimandi culturali e letterari (da Freud a Stendhal a Proust, dalla Carmen di Bizet al film di Visconti Senso) e l’autore sembra più attento a costruire corrispondenze da raffinato critico che a narrare e ad evocare il reale dramma dei suoi protagonisti.
La pubblicazione del romanzo, dopo più di mezzo secolo dalla sua prima stesura, è certamente un fatto importante per la cultura gay italiana, ma si tratta di un libro che letto dai suoi lettori “naturali”, cioè negli anni Cinquanta, avrebbe avuto un impatto che oggi non ha più, e forse meglio avrebbe fatto l’autore a pubblicare la versione giovanile del romanzo come testimonianza storica di una repressione che le riscritture posteriori non sono riuscite a scalfire.