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“Ma sì, vogliamoci bene. Puntiamo sui buoni sentimenti…”. Giampaolo Marzi, direttore del Festival Mix, scherza sul fatto che la famiglia, nelle sue variabili geometrie contemporanee, sia il tema centrale in molti dei film presenti quest’anno alla rassegna milanese. Un’edizione “estiva”, posticipata di qualche settimana rispetto al consueto calendario, “che non a caso”, ci spiega Marzi, “ha scelto come simbolo la love potion, una pozione d’amore in cui si può trovare di tutto. A quarant’anni dai mitici Settanta come siamo diventati? Allora si diceva il privato è pubblico, oggi è più vero il contrario. Ma quali ricadute ha quel passato sul nostro presente ridotto alla sfera del privato? Questo festival, che propone una più ampia selezione di lungometraggi, offre molti spunti sull’argomento”.
Per esempio il fatto che nella realtà di molte famiglie moderne si è ridimensionata la figura paterna, quando non è sparita del tutto, lasciando quella materna libera di giganteggiare. Non c’è quindi da stupirsi che i figli abbandonino le sicurezze del triangolo edipico classico e orientino verso il matricidio i loro simbolici istinti assassini. Che si tratti di far fuori l’ingombrante genitrice lo dichiara del resto apertamente J’ai tué ma mère (Ho ucciso mia madre), opera prima e autobiografica del ventenne-prodigio canadese Xavier Dolan-Tadros pluripremiata a Cannes 2009 e presente in anteprima italiana al Festival Mix. Qui una mamma separata, dopo aver scoperto che il suo adolescente difficile è pure gay, decide di correre ai ripari spedendolo in un collegio a sperimentare le supposte virtù terapeutiche dell’autoritarismo “paterno”. Il risultato naturalmente non è quello che si aspettava, ma tocca pure a lei accettare saggiamente la realtà anziché morire. Il figlio carino e inquieto è lo stesso Xavier Dolan-Tadros, che del film è regista, sceneggiatore e attore protagonista.
Più difficile trovare una morale costruttiva nel cupo splendore di Plein Sud di Sébastien Lifshitz, titolo di apertura della rassegna, salvo il fatto che la vita è un magnifico viaggio. Come quello che il ventisettenne Sam, il protagonista, intraprende nel sud della Francia in auto in compagnia dei ventenni Mathieu, con cui intreccia una focosa storia d’amore estiva, e Léa, la sorella di Mathieu che aggrega strada facendo Jérémie per completare il quartetto.
Un viaggio di sole, mare e bei corpi abbronzati (e avvinghiati) che però si rivela solo una breve vacanza dai fantasmi del passato verso cui Sam è diretto in Spagna: un padre suicida e una madre appena uscita dal manicomio che lo ha invitato ad andarla a trovare. Una madre che Sam non riesce a perdonare né a dimenticare e che con la sua ombra malata oscura perfino la sensuale bellezza del pieno sud. Non ultimo tra i pregi del film l’avvenenza dei tre protagonisti maschili: Yannick Renier (Sam), Théo Frilet (Mathieu) e Pierre Perrier (Jérémie).
Ancora una volta di famiglia e addirittura di incesto (tra fratellastri) parla l’attesissimo Do começo ao fim (Dall’inizio alla fine) del brasiliano Aluizio Abranches. E ancora una volta una grande madre troneggia sulla scena dove Francisco e Thomàs, figli nati da padri diversi, sviluppano fin da piccoli un attaccamento così speciale da destare la preoccupazione dei genitori. Ma l’amore vero, almeno nelle telenovelas, trionfa sempre. E la borghesia illuminata del Sudamerica è così larga di vedute da accettare senza fare una piega una relazione carnale more uxorio tra i due fratelli, nel frattempo diventati adulti e interpretati dai bonissimi João Gabriel Vasconcellos (Francisco) e Gabriel Kaufmann (Thomàs). Purtroppo la vicenda gira a vuoto, priva di un’evoluzione attendibile, anche se le scene d’amore tra i due semidei rappresentano un valido premio di consolazione per il senso di disagio che lascia sempre un’occasione sprecata. Il film ha già trovato comunque canali di diffusione più ampia della media, visto che i diritti per la sua distribuzione in Italia sono stati acquistati dal nuovo distributore di cinema queer Atlantide, che collabora con il festival milanese anche per altri quattro titoli.
Cosa succede in casa se il coming out lo fa il nonno? Lo spiegano Olivier Ducastel e Jacques Martineau, collaudata coppia del cinema francese a tematica, nell’intenso L’Arbre et la forêt, in cui dopo il funerale del figlio maggiore il vecchio Frédérick racconta ai membri superstiti della famiglia la verità su di sé nascosta per mezzo secolo. Durante la guerra i tedeschi non lo avevano internato per motivi politici, come aveva sempre raccontato, ma perché era schedato come omosessuale. E per tutta la vita era stato gay, mentendo a tutti tranne che alla moglie con la quale aveva stretto un patto di reciproca libertà. Apriti cielo dunque, come ben sottolinea la colonna sonora wagneriana, e via con le recriminazioni dei discendenti tenuti all’oscuro di tutto. Nel funebre scenario della proprietà di famiglia che sta per essere smembrata e venduta, a simbolico epitaffio della dissoluzione dinastica.
Le cose possono comunque andare anche peggio, come succede ad esempio in Eyes wide open dell’israeliano Haim Tabakman, ambientato nel quartiere degli ebrei ultraortodossi di Gerusalemme. Anche qui la famiglia c’entra eccome, perché tiene moglie e tre figli il pio macellaio che si innamora del suo bel garzone e si congiunge con lui a più non posso nel retrobottega, con grave scandalo della comunità. L’amore scardina l’ordine prestabilito, però in questa realistica storia non si rivela più forte della convenzione sociale. Il finale drammatico è già scritto ma non è ciò che più conta in questo film semplice e profondo, realizzato con il rigore di un documentario e la passione indispensabile per raccontare l’amore in modo credibile.
In un altro mondo parallelo, più vicino a noi, ci catapulta Uncle David di David Hoyle, che dona un tocco di umorismo inconfondibilmente british a una folle vicenda d’amore e morte tra zio e nipote. Lo zio David, interpretato dallo stesso Hoyle, uccide con un’overdose di droga al termine di una maratona erotico-psichedelica il bel nipote Ashley, nei cui panni si è calato il porno attore Ashley Ryder. La morbosità della situazione emerge lentamente, un gradino dopo l’altro fino alla tragedia finale, attraverso dialoghi improvvisati e banali che conferiscono un’ulteriore nota di assurdità al tutto. Una storia sopra e fuori dalle righe, originale e parecchio disturbante, lontana anni luce dallo stereotipo bonario delle commedie di genere americane di cui il festival offre anche quest’anno diversi esemplari. Come Oh Vey! My son is gay!! di Evgeny Afineevsky, in cui una madre ebrea newyorchese fronteggia con grande verve la scoperta dell’omosessualità del figlio, che zitto zitto ha messo su casa con un uomo con il quale sta per adottare un bambino. Troviamo qui di nuovo la famiglia, e questa volta anche quella gay che rivendica i propri diritti. Argomento del resto ricorrente, per ovvie ragioni. Come anche in Hannah Free di Wendy Joe Carlton, storia di un amore lesbico che sfida il tempo e le circostanze fino ad arrivare a una casa di riposo in cui una delle due è in coma ma non può essere assistita dall’altra perché secondo il regolamento “non sono una famiglia”.
Sempre per il cinema lesbico, da segnalare l’anteprima italiana di The Secret Diaries of Anne Lister, diretto da James Kent e prodotto dalla Bbc, che rievoca la vita di una pioniera dei diritti gay vissuta in Inghilterra nella prima metà dell’Ottocento. Anne Lister, che era tanto libera da vivere in coppia con un’altra donna, scrisse un mastodontico diario, parte del quale, relativa alla vita più intima dell’autrice, fu redatta in un codice decifrato solo di recente. La ricostruzione cinematografica si avvale di questa inedita e ricca fonte di prima mano.
Come sempre il festival propone anche le sezioni di documentari e corti, parte dei quali sarà quest’anno in programmazione alla “scatola magica”, una seconda sala di dimensioni ridotte all’interno del Teatro Strehler. Lo stesso luogo in cui si svolge Brain & Sexy, la carrellata di appuntamenti convivial-culturali condotti con tono spigliato da Diego e La Pina. Altro modo extracinematografico di coinvolgere il pubblico è Music on the Steps, l’ormai tradizionale rassegna di musica elettronica open air che si avvale di una collaborazione con la scuola di sound dello Ied di Milano, da cui provengono cinque dei venti dj impegnati a condurre nella settimana del festival un viaggio sonoro attraverso gli anni Novanta. Gli appassionati di cinema assetati di bonus potranno invece approfittare di un interessante workshop tenuto dal regista Evgeny Afineevsky su come fare un film indipendente in digitale con pochi soldi.