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Ultima arrivata tra le malattie più trendy, la sex addiction è già epidemica tra i vip e si avvia a contaminare gran parte del mondo civilizzato. Non sia mai naturalmente che risparmi i gay, alcuni dei quali, informati sui sintomi di questo esotico “virus”, stanno scoprendo di essere sempre stati malati senza saperlo. Gli addetti ai lavori non sono però concordi su dove si debba fissare il confine tra il comportamento sano e quello patologico, terreno particolarmente minato tra le lenzuola e dintorni. Nel frattempo si chiacchiera e si spettegola a non finire sull’argomento. E noi, non volendo esimerci dal contribuire al dibattito, ci siamo procurati una testimonianza di prima mano: un vero e dichiarato sessodipendente che dopo averci riflettuto a fondo ha deciso, almeno per ora, di convivere pacificamente con le proprie compulsive inclinazioni.
Non vogliamo dire che gli atteggiamenti ossessivi riguardo al sesso non possano creare seri problemi a sé e agli altri, anche se magari la tendenza a patologizzare può avere indebiti parametri morali (come è spesso avvenuto nel passato). Ci limitiamo a raccogliere la testimonianza di una persona in gamba che si è riconosciuta almeno in parte nella definizione e nella sintomatologia standard della sex addiction, si è informata e confrontata con il problema e ha infine scelto la propria strada in modo più consapevole.
Il sesso anonimo e promiscuo è un po’ il brodo primordiale di tutte le culture gay, ma a un certo momento, nella vita di Davide, ha cominciato a diventare un problema. Lui è un quarantenne piacente, fa un lavoro intellettuale gratificante, è colto, informato e ha una rete di relazioni sociali dignitosamente estesa. Accanto a tutto ciò è da parecchi anni un frequentatore abituale di luoghi in cui è possibile incontrare sconosciuti con cui fare sesso sul posto. Tanto affezionato a questo hobby da arrivare un giorno a chiedersi se non fosse il caso di cominciare a preoccuparsi per quella indiavolata routine amatoria diventata un po’ troppo indispensabile.
Quando e come hai cominciato a pensare di essere sessodipendente?
Tempo fa, quando avevo una relazione di coppia che è durata dieci anni. Io lo amavo e lui era lui, però poi c’erano gli altri. Mi resi conto che non avrei potuto rinunciare al sesso anonimo e così, in piena onestà reciproca, facevamo anche altro. Lui tendeva più a prendersi delle cotte, io invece ero più a compartimenti stagni: da una parte l’amore e dall’altro l’appagamento della fame atavica.
Dove andavi a cercare un partner occasionale?
Nelle saune o nei cruising, come oggi. Raramente all’aperto.
E quando hai cominciato a sentirti a disagio per questo?
Quando ho scoperto che non potevo farne a meno. Basta questo per fare di me un sessodipendente? Per alcuni psicologi sì, è sufficiente la compulsione. Per altri invece si può parlare di sessodipendenza come condizione patologica solo se a questa si aggiungono comportamenti socialmente problematici.
Parliamo di cifre. Con quanti uomini pensi ragionevolmente di aver fatto sesso?
Dunque. Calcolando che vado in sauna, o altrove, tre o quattro volte a settimana e che questo fa una decina di partner in media, diciamo cinquecento all’anno. Moltiplicato ovviamente per gli anni di carriera. Comunque è molto raro che con una di queste persone si vada oltre il sesso. Mi capita casomai in sauna di rifare casualmente sesso con qualcuno con cui l’avevo già fatto in precedenza. Frequento anche le chat, ma sempre meno. Si perde un sacco di tempo. In sauna almeno concludo sempre, o quasi. Una frequenza di rapporti che potrebbe apparire superiore alla media la giustifico con il fatto che non ho orgasmi “extra”, non essendo in coppia, perché non ho l’abitudine di masturbarmi. È una pratica che mi annoia. Se proprio bisogna masturbarsi, è senz’altro meglio farlo in due. Dà più soddisfazione. In sauna non ho mai avuto la sensazione di avere sprecato un orgasmo.
Escludi a priori un coinvolgimento sentimentale con qualcuno degli uomini che incontri?
No, ma non mi faccio illusioni. Ormai sono single da un bel po’ di tempo, e spesso in questi anni mi sono chiesto: se mi innamorassi di nuovo sarei in grado di rinunciare alle mie abitudini sessuali? Così, per portarmi avanti, ho cercato di affrontare il problema. Mi sono documentato, ho letto libri sulla dipendenza da sesso e per un po’ ho anche frequentato un gruppo di sesso dipendenti anonimi. Non un gruppo gay, ma un gruppo misto senza discriminazione in base all’orientamento sessuale. Comunque ero l’unico gay, e dopo un po’ ho smesso di andarci.
Come mai?
Scetticismo verso ogni tipo di terapia psicologica. Ci sono stato due volte, in terapia. La prima quando ho fatto coming out e i miei mi hanno mandato da uno psicologo, la seconda dopo la fine della mia relazione di coppia che mi aveva lasciato in eredità la depressione. In entrambi i casi ho smesso di andare dopo un po’ perché i risultati mi sembravano deludenti. È come la avere la jacuzzi: bello, ma vivi anche senza.
Dal gruppo di auto aiuto me ne sono andato perché non potevo condividere con gli altri alcuni concetti fondamentali. Per prima cosa, il metodo che loro applicano prevede che tu ti riconosca inerme di fronte al tuo problema e io non sono affatto d’accordo. Inoltre, pur non richiamandosi a nessuna specifica religione, fanno appello a “un potere più grande di te”. E io, essendo ateo, faccio molta fatica a riconoscere un potere più grande quando non si manifesta in modo evidente. Era un’esperienza anche interessante e positiva confrontarsi con degli sconosciuti sul proprio comune problema, ma alla fine non ti dà più di tanto e molli.
E poi?
E poi mi sono detto: ma devo essere io l’unico frocio al mondo che sta male se va in giro a scopare?
Be’, non saresti stato l’unico in ogni caso… In cosa consisteva o consiste il tuo disagio rispetto alla promiscuità sessuale?
Gli aspetti negativi sono diversi. Per esempio il senso di vuoto che a volte ti prende dopo il sesso, le recriminazioni su tutte le ore sprecate andando su e giù per corridoi e camerini, il senso di sconfitta che si prova quando non si può fare a meno di aspettare l’ora dei saldi, costi quel che costi per la propria autostima.
Ti sei mai chiesto perché lo fai?
È una cosa complessa. Desiderio di piacere, narcisismo, ricerca di conferme per esorcizzare il tempo che passa. E poi c’è certamente l’impulso irrefrenabile. Riconosco l’elemento compulsivo, ma in coscienza non mi sento malato. Per cui, ho ridimensionato le mie preoccupazioni riguardo alla questione, rimandando eventuali dilemmi morali a un eventuale futuro in coppia. Per il resto mi godo i miei orgasmi in compagnia, con alcuni accorgimenti dovuti all’esperienza. Soprattutto, evito di andare in sauna quando mi sento emotivamente fragile, così mi risparmio il cattivo umore. Non credo di avere un problema grave. Faccio sesso protetto e test dell’Hiv periodici, non mi drogo, cerco di mantenere un regime di vita sano. Sono diventato una zoccola consapevole. Convivo, abbastanza bene, con il fatto di non essere monogamo per natura. Mi domando a volte cosa succederà se mi capiterà di innamorarmi di un monogamo, ma le probabilità statistiche non sono a favore di questa ipotesi. Sarà più facile che trovi un altro come me.
Ma non ti sembra che il rapporto fisico senza coinvolgimento emotivo che si può avere mediamente con uno sconosciuto in sauna tralasci la parte migliore del sesso?
In un certo senso è vero, ma non ho l’ansia della coppia. L’amore con l’uomo con cui vivevo era certo meglio, ma non mi bastava. L’ideale sarebbe forse avere tutte e due le cose insieme.
Cosa ti attrae del sesso anonimo?
La caccia, la seduzione. E poi anche il fatto che in sauna siamo tutti uguali e non ci sono sorprese come capita regolarmente con le chat. Ultimamente sto frequentando anche i naked party di un locale di Milano. Lì è diverso dalla sauna, non ci sono le cosiddette “fighe di legno”. Sono tutti più decisi e ben disposti a fare sesso di fronte agli altri, il che incontra le mie inclinazioni perché sono anche un po’ esibizionista e voyeur. Ma malato di certo no, tutt’al più borderline. Il sesso non ha conseguenza negative sulla mia vita pratica. Mi so controllare e mi sono sempre astenuto dagli eccessi pesanti.
E con le malattie come la mettiamo?
Quella è la cosa che mi preoccupa di più. Ho preso piuttosto spesso le piattole, e nel corso degli anni ho ricevuto qualche altro ricordino, come i condilomi e la candida. Faccio il test per l’Hiv abbastanza di frequente e uso sempre il preservativo per la penetrazione, anche se ormai per la maggioranza il sesso sicuro è diventato un optional. Parto dal presupposto che ogni persona che incontro potrebbe essere infettiva e cerco di stare attento. Del resto però la preoccupazione non è un deterrente sufficiente. Non posso fare altro che stare controllato e mettere un po’ la testa nella sabbia riguardo al sesso orale. Però, a questo punto della mia riflessione sulla dipendenza da sesso mi sento più in pace con me stesso. Mi sono tranquillizzato pensando a quanta altra gente c’è nella mia stessa situazione. E scoprendo che gran parte della mia sofferenza derivava dall’ignoranza.