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Gianni Marras, sassarese, 49 anni, non si è fatto mancare niente: formazione musicale e teatrale con studi al Conservatorio, dove ha conseguito il diploma di cantante lirico, e scuola di regia che ha presto messo a frutto nell’opera, per poi lavorare come aiuto regista con la Compagnia della Rancia nell’allestimento di musical di successo (Grease, Hello Dolly, A qualcuno piace caldo) ma, ancora ragazzo, anche dj in radio, cresciuto ascoltando Hair, Jesus Christ Superstar e opere rock come Tommy e Orfeo 9 di Tito Schipa. Tornato all’amore per la lirica, oggi è responsabile dell’ufficio regia del teatro Comunale di Bologna, città dove è attiva la Bernstein School, la più importante scuola di musical in Italia. Dalla sinergia tra quest’ultima e il Comunale, è nata l’idea di mettere in scena Il bacio della donna ragno. Da Marras ci facciamo raccontare le ragioni di questa scelta e sollecitiamo il suo punto di vista su temi d’attualità.
Un connubio inconsueto quello tra una fondazione lirica e una scuola di musical…
Tutto è cominciato tre anni fa quando lavoravo con Lucio Dalla per la realizzazione di Beggar’s Opera, da cui Weill e Brecht hanno tratto L’opera da tre soldi, e ho scoperto che esisteva Beggar’s Holiday, un musical scritto da Duke Ellington che nel 1946 ha debuttato a Broadway con poca fortuna, anche a causa di problemi con la censura, dato che parlava d’incroci razziali e altri tabù per l’epoca.
Io ho fatto la pazzia di riprenderlo, avendo chiesto la collaborazione della scuola, diretta da Shawna Farrel, e del Comunale. Ho ricostruito la partitura e, in pratica, tutto lo spettacolo. Lo abbiamo fatto qui a Bologna in prima europea e il successo è stato molto lusinghiero. L’anno successivo ci è stato chiesto di mettere in scena un altro musical. Cercando di conciliare scelte artistiche precise e la valorizzazione dei ragazzi della scuola, ci siamo orientati verso autori che toccassero problemi sociali, dimostrando che il musical non è fatto solo di lustrini e lieto fine. Ci hanno colpito Kander e Ebb che, sia in Cabaret che in Chicago, trattano temi come razzismo, omosessualità, carcere, star system, e Il bacio della donna ragno è stata quasi una scelta obbligata.
Cosa l’ha affascinato del testo?
La forte ambiguità e le tematiche del carcere e della dittatura, di rivoluzione e omosessualità, ma c’è anche il tema della morte, incarnato da Aurora, che aleggia per tutta la vicenda, ambientata in un carcere dove si pratica la tortura. La cosa più interessante è comunque lo sviluppo della relazione tra Molina e Valentín: dalla diffidenza e dalla paura si passa a una conoscenza profonda che non è solo di natura sessuale, anche se alla fine questa non mancherà. Valentín, forte e sicuro, e Molina, pauroso e insicuro, ribaltano i rispettivi ruoli: il secondo dimostra più coraggio e diventa un eroe. Per amore decide di fare una scelta precisa che invece Valentín non riesce a operare fino in fondo. Un altro stimolo è quello di lavorare con l’attore su un personaggio gay sfrondandolo da ogni stereotipo di atteggiamento e gestualità esteriori, ma indagando sul profondo.
Parlando di ambiguità, a cosa si riferisce in particolare?
C’è una scena in cui Valentín ha il coraggio di andare nel letto di Molina, ma non è chiaro se lo faccia solo per interesse, cioè per convertirlo alle sue idee, o se c’è anche un’intesa e un desiderio d’intimità. D’altra parte Molina compie la missione sollecitatagli dal sovversivo perché innamorato oppure lo fa perché prende coscienza di un’istanza libertaria? Nulla è completamente sicuro, anche se è significativo che al termine dell’amplesso, Valentín dia un bacio al compagno di cella. Nei due personaggi rimane comunque una dose di ambiguità.
Che spunti di riflessione può favorire questa storia nel pubblico gay di oggi?
Secondo me parecchi. In primis quella del sentimento: se trova la sua espressione non ha bisogno né di vergogna né di pudore. Si può trovare in qualsiasi tipo di esperienza, compresa quella di un eterosessuale che entra in sintonia con un gay. C’è una valenza sociale: Molina si rende conto di dover fuggire dal mondo fantastico del cinema per calarsi nel reale. In un momento come questo, dove l’impegno sociale latita, dove c’è scarso interesse – nonostante le centinaia di migliaia di tessere Arcigay – da parte degli stessi omosessuali per le proprie problematiche (infatti stiamo facendo rapidi passi indietro mentre omofobia e pestaggi aumentano ogni giorno), il prendere coscienza, pur in una situazione estrema come quella raccontata e diversa dalla nostra – anche se quello che vedo e sento in Italia mi preoccupa abbastanza – credo sia importante.
Al nostro interno ci sono contraddizioni dolorose…
Un conto sono i locali gay che sono privati e fatti per guadagnare, un altro sono le istituzioni, Arcigay o altre, che hanno una valenza civica: va benissimo fare le serate che servono per finanziare, però devono anche portare il mondo gay a essere vivo e presente nel versante culturale della società. Al di là degli schieramenti politici (trovo assurdo che un gay possa votare a destra, ma ne conosco tantissimi), è un problema di mancanza di conoscenza di quello che è la cultura omosessuale e di come possa essere usata. Credo che il fine ultimo del movimento gay sia quello di non esistere più: non si dovrebbe aver bisogno di associazioni perché le scelte si devono poter fare alla luce del sole, in qualsiasi situazione, con grande rispetto. Nel momento in cui ne abbiamo bisogno, c’è sempre dietro un fallimento sociale.
Lei vive in una città con una storia e una fama importante alle spalle, Cassero in primis. Come ci si trova oggi la comunità glbt?
Prima mi faccia ringraziare Arcigay e Amnesty International che ci hanno dato un valido aiuto nel realizzare lo spettacolo: dato il tema, sono le due associazioni che ho pensato di coinvolgere e ho avuto piena collaborazione. Abito a Bologna da nove anni e vengo da una città di provincia dove ho fatto il mio percorso: continuo a sostenere che il sud e la Sardegna molto spesso si sono dimostrati più aperti del nord. Bologna è cambiata tanto quanto è cambiato il resto dell’Italia, ma va detto che parecchi anni fa era una città nella quale sono nate le prime associazioni e si aveva il coraggio di uscire allo scoperto, proprio come a Milano, Torino e Roma, dove tanti gay si sono trasferiti per vivere senza ipocrisie la loro condizione. Oggi che bar, discoteche e saune si sono moltiplicati sul territorio, molta gente si è allontanata dalla città: la scelta del posto dove vivere non si fa solo in base all’orientamento sessuale, ma alle necessità di lavoro, alla situazione sentimentale ecc. Bologna è peggiorata come è peggiorata tutta l’Italia. Sono diminuiti i locali, c’è forse meno vita culturale ma continua a essere un luogo stimolante e un riferimento importante.
Un progetto che vorrebbe realizzare in futuro?
Anche nella lirica esistono opere che sono ricche di ambiguità, dato che a quei tempi di omosessualità non si poteva certo parlare, vedi Apollo e Giacinto di Mozart su cui mi piacerebbe lavorare. Nell’ambito del mio incarico, sto preparando per gennaio un lavoro di un compositore boemo scritto in un campo di concentramento per intellettuali, ma sarei anche molto tentato dallo scrivere un testo che esplori le dinamiche omosessuali in contesti sociali diversi, come quelli di mafia e camorra.
Come reagirebbe se all’improvviso un Valentín incrociasse la sua strada?
Non mi interessano gli amori consolatori o tranquillizzanti: preferisco le persone che riescono a sorprendermi come a me piace sorprendere gli altri, non forzatamente ma con semplicità, essendo se stessi.