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La maggior parte dei dischi che si trovano oggi sul mercato esprimono il meglio del loro contenuto nei primi 3-4 brani in cui l’artista cerca in tutti i modi di fare colpo sull’ascoltatore. Poi, in genere, si assiste a un calo di tensione, fino poi a esplodere magari sul finale, talvolta inserendo delle tracce fantasma pur di apparire originali (espediente vecchio quanto chi scrive).
In tal caso crediamo di essere onesti quando affermiamo che il nuovo album degli Scissor Sisters, Night Work, rappresenta la celebrazione di una serata che non vorrebbe mai finire, tanto è il vigore che si mantiene lungo le tracce, mettendo a nudo la voglia di ballare, di manifestarsi, di gioire, in una sorta di moto perpetuo (alcuni brani sono collegati l’uno all’altro a simulare un concept o meglio un lungo mix in cui echi dei Bee Gees duettano con Abba, Donna Summer, Giorgio Moroder e Cerrone). Se il singolo Fire with Fire è un epico racconto sul passare del tempo che non può essere fermato, tutto l’album si concentra sull’idea del divertimento, a partire dall’omonima Night Work, fino al vertice di Invisible Light, brano in cui i Pink Floyd sembrano scendere nel Pleasuredome che fu dei Frankie Goes to Hollywood accompagnati dal monologo di Sir Ian McKellen (sì, proprio lui), per esplodere in un momento catartico in cui il concetto spazio/tempo è annullato. In Night Work c’è la voglia di lasciarsi andare, di esprimere la propria sessualità, di stare bene con se stessi; c’è il tentativo di immaginare dove avrebbero portato i movimenti per la liberazione omosessuale degli anni ’70 senza lo spettro dell’Aids, dove sarebbero andati Sylvester o i Frankie se la musica non si fosse fermata di colpo, che sound avrebbe potuto avere? È un lavoro “audace e maturo”, come gli sfavillanti componenti di questa straordinaria band che Pride ha di nuovo incontrato a tre anni dal precedente Ta-Dah. Bentornati ragazzi!
Partiamo dal primo impatto, ossia dal singolo: Fire with Fire è abbastanza diverso, forse molto più energico e rocchettaro rispetto a I Don’t Feel Like Dancing; più in generale in tutto l’album si respira una forte energia positiva.
Babydaddy: Penso che Ta-Dah fu un tentativo di realizzare una sorta di classico album pop in cui tentavamo di esplorare tutti i tipi di musica dance. I Don’t Feel Like Dancing era una canzone disco della vecchia scuola, perfetta per ballare. Nel nuovo album ci siamo lasciati influenzare maggiormente dai locali dove abbiamo suonato e in qualche modo esprime l’energia che si sprigiona quando suoni dal vivo.
Ana Matronic: In questo disco il messaggio principale è: “Mi sento libero con la mia sessualità, mi sento grande”. Questo lavoro è più sulla liberazione, sul lasciarsi andare, autorizzarti a divertirti con la tua sessualità.
Sappiamo che questo disco ha avuto un parto lungo e che all’inizio non ne eravate convinti. Così, Jake (Shears, il cantante), sei partito per Berlino in cerca di nuovi stimoli. Cosa hai trovato laggiù che ti ha nuovamente ispirato?
Jake Shears: Ci sono andato da solo e ho provato una sensazione di libertà che non sentivo da tempo. Ero lontano dalla band, dal mio fidanzato, da casa, dallo studio di registrazione e in qualche modo ero in un luogo dove praticamente nessuno sapeva dove fossi e potevo veramente fare qualsiasi cosa mi venisse in mente. Ho scoperto nuovi amici, nuovi dj, altri musicisti di cui ero un grande ammiratore e che vivono a Berlino. A un certo punto qualcuno mi ha dato l’idea di chiamare Stewart Price (ex producer di Madonna ndr) per produrre l’album. Ci conosciamo da tempo ed è un amico ma lo abbiamo sempre considerato come una scelta troppo ovvia. Non ci sentivamo da un anno ma quando abbiamo riallacciato il rapporto è stata una scelta lampo. Lui era così entusiasta che Babydaddy ci ha raggiunto e abbiamo iniziato subito a lavorare. Il disco è stato poi scritto molto velocemente. Ci abbiamo messo tre anni per maturarlo e poi c’è stata molta ispirazione, eccitazione e divertimento nel farlo. Il risultato è esattamente quello che volevamo e di cui potevamo essere superorgogliosi. Non era un lavoro tanto per fare qualcosa ma quello che come band ci andava davvero bene.
In alcune interviste abbiamo letto che in questo album hai cercato di mettere insieme l’idea di omosessualità che c’era prima dell’arrivo dell’Aids…
J: Vero! Quando andavo alle feste gay a Berlino mi guardavo intorno e la musica dance mi sembrava senza tempo, la disco e quella elettronica credo non moriranno mai. Ripensai quindi alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli ’80, quando il movimento di liberazione delle donne era esploso da poco e si stava sviluppando questo incredibile movimento di liberazione dei gay; tutti si dichiaravano: c’era Harvey Milk ad esempio, la musica era davvero bella, le droghe erano davvero buone, la gente faceva molto sesso e non c’era niente di cui vergognarsi. Era come un treno lanciato a tutta velocità e chissà dove ci avrebbe condotto se l’Aids non fosse arrivato. È un momento che mi ha sempre affascinato. Io e Del (Marquis) abbiamo fatto coming out quando avevamo 15 anni e c’era ancora una pesante paura della malattia sopra le nostre teste. Fu la prima cosa che i miei genitori dissero ed erano sconvolti al riguardo.
Del Marquis: C’era un’inconscia associazione del sesso e della sessualità con un’oscurità di cui avere paura e da evitare e, per certi aspetti, come opposti a cose gioiose e da celebrare. Forse abbiamo voluto per certi aspetti entrare in contatto con quei tempi e con quei sentimenti, bonificare quelli negativi per recuperare quelli belli che ci siamo persi.
J: È come se avessimo elaborato una grande ipotesi di quello che accadeva e di cosa sarebbe successo se tutta quella enorme massa di gente creativa non fosse sparita. È pesante ma fa anche parte di questa band. Ci sarà sempre anche una vena melanconica nella nostra musica dietro la facciata di allegria, specialmente in questo disco, con un equilibrio tra le parti più luminose e quelle più cupe.
Pensate che oggi sia cambiato l’atteggiamento personale nel fare coming out rispetto a quando l’avete fatto voi?
D: Nelle nuove generazioni statunitensi sono sparite le associazioni negative, e molte delle paure che avevano accompagnato noi nella crescita e che cerchiamo ancora di esorcizzare con la nostra musica.
La maggior parte della musica pop è concentrata sulle coreografie e sul look dell’artista, ad esempio Lady Gaga. Per voi, invece, la melodia è più importante degli effetti visivi?
A: Per noi tutto ruota intorno alla musica, anche se nella band ognuno ha un chiaro senso dell’immagine.
B: A me non piace essere ingannato da un immaginario che non rappresenta la musica. Non mi piacerebbe se di noi si dicesse che siamo stile più che sostanza, ed è per questo che ci abbiamo messo così tanto a realizzare il nuovo album. È l’immagine che deve adeguarsi alla musica e non viceversa.
In effetti per la copertina avete scelto una fotografia di Robert Mapplethorpe, nel suo genere molto semplice e poco conosciuta. E anche se può avere un impatto forte è quasi minimalista, pulita.
A: Penso che il termine restrained, misurato, sia appropriato. Non avevamo intenzione di dimostrare che eravamo Lady Gaga prima di Lady Gaga. Questo è un lavoro più maturo, abbiamo tutti superato la trentina e siamo contenti che la cosa si rifletta chiaramente.
B: A questo disco abbiamo però anche associato la parola bold, audace, perché l’immagine della copertina è un’affermazione ardita pur nella sua apparente semplicità, che potrà dividere molto il pubblico tra chi la amerà e chi la detesterà, ma comunica anche che questo è l’album che volevamo fare senza venire incontro a quello che si pensa che la gente voglia ascoltare.
Domanda per Babydaddy: di solito il cantante è il personaggio più in vista in una band. Sei conscio di essere anche un’icona nel mondo bear?
B: È buffo, perché io capisco perfettamente qual è il mio posto nel gruppo e mi piace molto. Non vorrei nemmeno mai essere il cantante e affrontare la responsabilità che questo comporta. Mi piacerebbe molto essere un modello di riferimento, ma non mi sento di rappresentare la comunità ursina perché mi sento un gay strano, nel senso che non mi riconosco in molti ruoli che tipicamente si associano ai gay. Mi piace molto la scienza, stare a casa a guardarmi un film invece che andare a ballare… Potrei dire che sono un orso tranquillo.
Pensate che la musica pop o dance possa anche avere messaggi politici o sociali?
J: Penso che la natura della nostra musica e di quello che siamo non abbia un messaggio politico esplicito ma che molte cose che facciamo possano essere anche interpretate in quel modo, come ad esempio la copertina dell’album che può essere un’opera d’arte o solo un bel sedere maschile.
Tre anni anni fa però avete disegnato una t-shirt per la campagna Fashion Against Aids della catena di abbigliamento H&M. Vi è capitato di partecipare ad altri progetti simili?
D: È importante dare il proprio supporto a certe cause. Se fossimo “dentro all’armadio” sarebbe facile tirarsi indietro ma non è nel nostro spirito, e quando è possibile diamo sempre una mano.