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Quaranta ispezioni nel giro di quattro anni. Polizia, guardia di finanza, vigili del fuoco, vigili dell’annonaria, ufficio settore edilizio del Comune… Tutti lì a verificare un unico locale, l’Illumined di Milano. Controlli sui libri contabili, sui dipendenti, controlli antidroga, sulle uscite di sicurezza, sulle licenze, sui tesserini sanitari, sui libri soci, sul livello di rumorosità… Risultati? Niente. Zero. Nada. Nulla… Eppure le ispezioni continuano, e continuano i tentativi di mettere i sigilli al locale, regolarmente fatti togliere dai magistrati non appena le accuse arrivano al loro vaglio. Forse non occorre essere un accanito militante gay per azzardarsi a usare la parola “persecuzione” per descrivere quanto sta accadendo all’Illumined, il noto sex club gay affiliato ad Arcigay. Un club che le “forze dell’ordine” hanno deciso di chiudere a qualsiasi costo, peraltro senza riuscirci.
I guai erano iniziati con un vicino scandalizzato all’idea di avere un locale gay nei paraggi. Ma soprattutto (come ha messo per iscritto in uno dei suoi esposti) a poca distanza “dal Tempio del Beato Camillo” (cioè la chiesa di San Camillo de Lellis). Presto però questa lite di condominio s’è trasformata in un caso-simbolo, con implicazioni politiche, proprio per la capacità di ribattere colpo su colpo dimostrata dal circolo preso di mira. Infatti i gestori, per precedenti esperienze nel campo gay, avevano sentito arrivare la marea antigay montante a Milano, e aprendo l’Illumined s’erano assicurati con particolare minuzia d’essere in regola con tutte le mille regole della burocrazia italiana.
Frustrata così la speranza di rilevare qualche irregolarità vera, si è passati a cercarne di false, come ad esempio la presenza di troppi soci nel locale in rapporto al numero d’uscite di sicurezza… richiamandosi però a un regolamento che vale unicamente per cinema e teatri, e non per ristoranti, bar e locali di qualsiasi altro tipo… Anche questa accusa è quindi caduta.
Si sono allora mandati due veri e propri agenti-provocatori in borghese a innescare un litigio alla cassa per tesserarsi ed entrare immediatamente, senza rispettare le 24 ore d’attesa previste per l’accettazione della richiesta d’iscrizione. Questo gesto aveva lo scopo di dimostrare (come è stato contestato espressamente) che quelli Arcigay non sono circoli privati, bensì locali pubblici, in cui chiunque si presenti può entrare (magari dopo avere urlato e insultato all’ingresso) senza alcun filtro. Una volta dimostrata questa tesi, gli approcci sessuali fra i soci possono essere incriminati come “atti osceni in luogo pubblico” (e un’accusa di questo tipo a carico del circolo è stata in effetti comunque verbalizzata; il procedimento non è stato ancora archiviato).
Ora, il vicino cattolico avrà anche avuto qualche “santo in cielo” e qualche corsia preferenziale, ma per quanto “ben immanicato” fosse non sarebbe mai riuscito a ottenere lo sproposito di 40 ispezioni se la sua protesta non fosse stata in sintonia con la campagna generale di persecuzione, che da dieci anni la giunta di centrodestra di Milano sta conducendo contro i luoghi d’incontro. Quelli gay in prima linea, quelli per i giovani subito dopo e quelli notturni a seguire (compresi quelli eterosessuali). Alla fine, dopo aver sperato per anni invano di poter arrivare a ragionare con la procura di Milano, i gestori hanno deciso che non valeva la pena di tenere un basso profilo, e hanno reagito, convocando una conferenza stampa il 28 giugno scorso al palazzo di giustizia.
L’elemento scatenante della pubblica denuncia è stato l’intervento del presidente nazionale Arcigay, l’avvocato Paolo Patanè, che di fronte all’ennesimo blitz ha contattato il procuratore aggiunto Nicola Cerrato per cercare di chiarire la situazione. E Cerrato ha semplicemente rifiutato l’incontro.
Così, nella conferenza stampa Patanè ha ribadito senza più reticenze che 40 ispezioni autorizzano ormai a parlare di “persecuzione”, aggiungendo che “c’è un interesse anomalo da parte della magistratura milanese per i circoli privati, non solo omosessuali, che contrasta col diritto costituzionale all’associazionismo” (Il filmato del suo intervento è on line su YouTube). Nella stessa occasione l’ex presidente Arcigay Franco Grillini ha ricordato l’importanza che i luoghi aggregativi hanno per la minoranza omosessuale, che spesso ha come unica “alternativa” luoghi funestati da atti di violenza omofoba.
Sorge spontanea la domanda relativa a dove voglia arrivare il sindaco Letizia Moratti per questa strada. È vero che l’organizzazione dell’Expo ha finora messo in rilievo unicamente la sua assoluta incapacità organizzativa, ma davvero suor Letizia & soci credono d’attirare una milionata di visitatori a Milano comunicando loro che, dopo l’orario di lavoro, devono tornarsene tutti in albergo senza andare in giro a far chiasso, perché tanto di locali aperti non ne troveranno? O si pensa davvero, dopo aver trasformato in deserti le piazze e i parchi di Milano, che i visitatori stranieri andranno al centro commerciale “Fiordaliso” per passare la serata guardando un film nel multisala di proprietà dell’on. Berlusconi, come si vorrebbe che facessero tutti i milanesi?
Ma chi lo suona il campanello della sveglia, a questi qua?