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Il coming out è una pratica tanto poco diffusa in Italia che spesso si confonde con l’outing (dichiarare l’omosessualità di qualcuno che preferirebbe mantenerla segreta). Nel linguaggio giornalistico, nonostante i numerosi tentativi da parte della stampa gay, i due termini sono diventati sinonimi. L’errore linguistico non è casuale: da noi, come è noto, si è preferito, e spesso si preferisce ancora, rimanere nell’ambiguità, secondo il trito ritornello: “perché dirlo? Io sono essenzialmente una persona e il mio orientamento sessuale non deve interessare gli altri”. Ovviamente non è così, perché le leggi e la cultura in tutte le sue manifestazioni presuppongono che tutti siano eterosessuali. L’orientamento omosessuale non è previsto, a meno che non sia esplicitato o non ci si vesta come una drag queen. Non fare il coming out significa quindi fingere di essere eterosessuali e fingersi eterosessuale per un omosessuale è a dir poco stressante.
Lo sanno bene i personaggi di questi venticinque racconti, che hanno deciso di essere se stessi, di smetterla di chiedersi con imbarazzo, o peggio, con angoscia: “Lo sanno?”, “Se ne saranno accorti?” o di continuare a recitare l’improbabile ruolo del macho, se sono gay, o di cercare disperatamente, se sono lesbiche, di correggere quella strana camminata alla John Wayne.
Certo, dirlo non è facile. Il personaggio di uno di questi racconti, dopo averlo finalmente detto, si sente “come se avesse scalato l’Everest a mani nude”, un altro, quando crede che gli altri abbiano capito, vorrebbe “sprofondare negli anfratti più reconditi della terra”. E nemmeno basta dirlo una volta per tutte, perché il coming out è un processo che non si esaurisce con la dichiarazione in famiglia. Ogni volta che ci si trova di fronte a discorsi che hanno a che fare con la sessualità e l’affettività (succede in tutte le situazioni in cui si interagisce con gli altri, anche sul posto di lavoro) bisogna rinegoziare forme e modi di esplicitazione del proprio orientamento.
Molti dei personaggi di questi racconti sono adolescenti, maschi e femmine, che lo dicono in famiglia, ma non mancano storie di adulti, come quella delle due donne che cercano di trovare il modo per parlarne ai rispettivi mariti o quella del cinquantenne che finalmente trova la forza di dirlo alla moglie e alla figlia per assaporare finalmente il piacere di vivere “senza più maschere”.
Né l’esito è sempre scontato: alle storie che finiscono con una risata liberatoria, come quella dei due ragazzi che fanno coming out al matrimonio della cugina di uno dei due o quella della ragazza che cerca disperatamente di far capire alla cognata di essere lesbica (mentre l’altra pensa a chissà quali apocalittici disastri), ne succedono altre drammatiche come quella della ragazza che di fronte alla prospettiva di essere “curata” da uno psichiatra preferisce andarsene e lasciare la madre per chiedersi, molti anni dopo, se sia stato giusto “barattare una madre con la libertà di poter vivere la propria natura”: “Io non ho trovato ancora la risposta. E credo neanche lei”. Se insomma non sempre le cose vanno nella direzione che vorremmo e il coming out comporta traumi e rotture, sembrano suggerirci questi racconti, è un prezzo che bisogna pagare.
Quasi tutti i racconti indagano la questione dal punto di vista dell’interessato, gay o lesbica, ma ce n’è anche uno in cui il punto di vista è quello di una madre che scopre casualmente che la figlia è lesbica. Anche in questo caso la narratrice sa trovare le parole per rappresentare lo smarrimento di fronte alla rivelazione, ma anche la sua forza liberatoria.
Quelle di Pupa Pippia, al suo esordio nella scrittura, sono piccole storie, spesso risolte con leggerezza e ironia. Senza essere “militanti” sono come una ventata di freschezza liberatoria e rappresentano bene il passaggio dalla vergogna all’autostima per chi fa il coming out, ma anche la crescente consapevolezza degli altri, perché (e questo i gay e le lesbiche non dovrebbero mai dimenticarlo) fare coming out significa anche aiutare gli altri a capire, contribuendo così a mutare il contesto culturale.