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Tra i numerosi soggiorni in Italia, quelli a Ravello, sulla Costiera Amalfitana, occupano un ruolo particolare nella vita di André Gide. Qui, nel 1897, lo scrittore trova ispirazione per uno dei suoi romanzi più significativi, L’immoralista del 1902, dove il protagonista Michel, proiezione autobiografica dell’autore, così descrive il suo arrivo nella città: “Vicino a Salerno, lasciando la costa, avevamo raggiunto Ravello. Là, l’aria più pungente, la seduzione delle rocce piene di anfratti e sorprese, la profondità misteriosa dei precipizi, accrescendo le mie forze e la mia gioia, favorirono nuovi slanci. Più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva, Ravello sorge su una balza scoscesa di fronte alla riva piatta e lontana da Paestum (…)”.
Per celebrare l’illustre visitatore questa estate Ravello gli ha reso omaggio con una mostra fotografica che racconta alcuni momenti significativi della sua vita: gli amori, le amicizie, i numerosi viaggi in Italia (oltre che a Ravello, a Taormina, a Rapallo, a Paestum, a Roma, a Firenze), ma anche in Egitto, in Congo, in Russia. La mostra si intitola Un album di famiglia. Dopo Ravello, dove è stato inaugurata a luglio in anteprima mondiale, la mostra è passata a Parigi (fino ai primi di ottobre) e successivamente sarà a Montreal. Intanto a settembre la casa editrice Gallimard, in collaborazione con la Fondazione Catherine Gide, ha pubblicato il catalogo (André Gide, Un album de famille, pp.192, euro 35,00) insieme a un dvd.
Quello che colpisce in questo omaggio allo scrittore francese è proprio lo svelamento della sua dimensione privata e familiare. Lui che nei Nutrimenti terrestri del 1897 aveva scritto “Famiglie, vi odio”, qui appare anche come padre affettuoso della figlia Catherine e nonno di quattro nipoti.
La vita familiare raccontata in queste immagini e che fa da filo conduttore alla mostra è particolare, lontana “da ogni legge e da ogni convenzione”, una specie di famiglia arcobaleno ante litteram che i biografi dello scrittore hanno raccontato poco.
Gide aveva sposato nel 1895 la cugina Madeleine Rondeaux, ma il matrimonio non era stato mai consumato. L’amore tutto spirituale per la moglie non contemplava nessun coinvolgimento fisico e questo la donna lo aveva accettato. Gide, che aveva teorizzato una netta separazione tra amore e desiderio sessuale, le aveva scritto: “Non amerò che una sola donna e non posso provare un vero desiderio se non per i ragazzini. Ma mi rassegno a fatica a vederti senza figli e a non averne io stesso”.
Nel 1917, quasi cinquantenne (era nato nel 1869), incontra però Marc Allegret, di 31 anni più giovane di lui, e i confini tra amore e desiderio si fanno più labili fino a scomparire: “La mia gioia ha qualcosa di indomito, di selvaggio, contro ogni decenza, ogni convenienza, ogni legge. Tutto in me si apre, si meraviglia, il mio cuore batte”.
Quando un anno dopo, nel 1918, lo scrittore parte con Marc per l’Inghilterra, Madeleine si sente tradita, brucia tutte le lettere del marito e i loro rapporti diventano sempre più freddi. Per Gide è una tragedia, perché di Madeleine, a suo modo, è veramente innamorato, ma la crisi matrimoniale lo libera da ogni scrupolo residuo, comincia a vivere più apertamente la sua nuova libertà e si sente autorizzato a rendere sempre più esplicita la propria attrazione per i ragazzi. Fino alla decisione di pubblicare il Corydon, dove prova a dimostrare che l’omosessualità è naturale quanto l’eterosessualità. Qualche anno dopo, nell’opera autobiografica Se il grano non muore, la sua omosessualità è rappresentata in maniera sempre più diretta e audace per i tempi.
Diventato il mentore del giovane Allegret, che presenta come suo “nipote”, Gide lo porta con sé nei suoi viaggi, e lo introduce negli ambienti culturali parigini, dove gli fa conoscere gli artisti e gli intellettuali più importanti del tempo, da Paul Valéry a Picasso, da Cocteau a Man Ray. È proprio con Man Ray che Marc Allegret inizia la sua attività di fotografo per passare successivamente al cinema (tra i suoi numerosi film, secondo i critici non tutti di eccelsa qualità, si ricordano in particolare i documentari Voyage au Congo del 1927, girato nel corso del viaggio in Congo insieme a Gide, e Avec André Gide del 1952, un ritratto dello scrittore girato un anno dopo la sua morte).
Nel 1922, insieme a Marc, Gide incontra Elisabeth Van Rysselberghe, figlia del pittore Théo Van Rysselberghe e di sua moglie Maria, suoi carissimi amici fin dal 1899, quando Elisabeth aveva solo sei anni. La ragazza, ormai donna, è affascinata dalla coppia gay e inizia un singolare rapporto amoroso a tre il cui fine è quello di mettere al mondo un figlio. I tentativi di Elisabeth e Marc però falliscono e così è Gide stesso che nell’estate del 1922 ha un rapporto con Elisabeth che finalmente rimane incinta. Viene così concepita Catherine che nasce il 18 aprile del 1923. La prospettiva di poter rivendicare i diritti di una famiglia composta da una madre dallo spirito libero e da due padri è di là da venire, anche in Francia, e così sono in pochi a conoscere l’identità del padre della bambina. Per la stessa Catherine, fino all’età di 13 anni, André Gide è solo un caro amico di famiglia. Lo scrittore inoltre non se la sente di dare un altro grande dispiacere alla moglie Madeleine e, finché lei rimane in vita, non riconoscerà la paternità di Catherine.
Oggi Catherine Gide, promotrice della Fondazione che porta il suo nome, per la prima volta rende pubbliche immagini private della sua originale famiglia, oltre che del complesso itinerario di vita dello scrittore, fatto di relazioni fuori dal comune e di scelte controcorrente che hanno ispirato tante pagine della sua letteratura.
L’originale percorso esistenziale e di scrittura, dalla rigida morale dell’infanzia e dell’adolescenza alla scoperta della libertà di essere se stesso, contro ogni convenzione, ha i suoi momenti più interessanti nel corso dei viaggi dello scrittore nei paesi del Nord Africa e nel Sud dell’Italia. Ed è proprio Ravello, che nel romanzo L’immoralista assume un chiaro significato simbolico nell’evoluzione del protagonista, a segnare, oltre che la sua guarigione dalla tubercolosi, la sua “rinascita”, l’avvicinamento a una vita “più ricca e più piena, verso le delizie di una nuova felicità”.
Alla vista della bella pelle abbronzata, “e come penetrata dal sole”, dei contadini del luogo, il protagonista del romanzo è invogliato anch’egli ad abbronzarsi. L’aria è pungente, ma il sole brucia: “Offersi tutto il corpo al suo calore. Mi sedetti, mi distesi, mi voltai. Sentivo sotto di me il terreno duro; il fremito delle erbe selvatiche mi sfiorava. Benché fossi al riparo dal vento, fremevo e palpitavo a ogni soffio. Presto fui tutto preso da una deliziosa sensazione di calore; tutto il mio essere affluiva verso la pelle”. In uno degli anfratti delle rocce Michel vede nel corso delle sue passeggiate sgorgare una sorgente chiara che scorrendo forma una piccola cascata. Una mattina si tuffa in quest’acqua chiara, poi si stende sull’erba, al sole, si contempla a lungo, “senza più nessuna vergogna, con gioia”: “Mi vidi, non ancora robusto, ma in grado di diventarlo, armonioso, sensuale, quasi bello”.
È una forma di “battesimo pagano”, come ha scritto Pierre Masson, autorevole critico dell’opera gidiana, che segna il momento decisivo nello svolgimento del romanzo e nell’evoluzione dello stesso Gide.
Insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1947, André Gide muore nel 1951. Autore di importanti romanzi, come I falsari e I sotterranei del Vaticano, di libri autobiografici, di opere politiche sul colonialismo e sull’Unione Sovietica, lo scrittore subisce dopo la sua morte una pesante forma di ostracismo, in particolare dai comunisti e dai cattolici. I primi non gli perdonano le critiche espresse sulla società sovietica nel suo Ritorno dall’URSS del 1936 (Palmiro Togliatti, con cattiveria, fin dagli anni Trenta gli aveva consigliato di occuparsi di pederastia, argomento che conosceva bene, e di lasciar perdere la politica). I cattolici d’altra parte non hanno mai accettato la sua incondizionata ricerca di libertà e il suo rifiuto di ogni forma di ipocrisia, e un anno dopo la sua morte, nel 1952, la sua opera è messa all’indice dalla chiesa di Roma.
Si auspica che questa mostra possa essere un invito alla lettura o alla rilettura, in chiave meno ideologica, della sua opera, sempre caratterizzata, come scrive Jean-Pierre Prévost, curatore della mostra, “da una ricerca folle e ostinata della libertà di pensare, di capire, di amare”.

(Ha collaborato: Pasquale Quaranta)