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A Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito democratico e componente dell’esclusiva pattuglia di politici italiani gay dichiarati, il coraggio non manca. Lo conferma anche l’ultima titanica impresa nella quale si è imbarcato: risvegliare dal coma il dibattito sui diritti glbt. Ci prova con un agile libro scritto a quattro mani con il giornalista Sandro Mangiaterra (In nessun paese, Piemme, pp.224, euro 17,50) che spiega “perché sui diritti dell’amore l’Italia è fuori dal mondo”…
Chi te lo ha fatto fare?
Mi sembrava doveroso spiegare che una situazione come quella italiana è completamente anomala, anche se da noi sembra che non sia un gran problema. Ma proprio questa percezione è il problema. Rimanda al conformismo della politica e alla sua anacronistica lettura della società. C’è stato un tempo in cui la politica guidava il mutamento, persino imponendo a volte innovazioni giuste ma impopolari, come il voto alle donne o l’abolizione della pena di morte. Oggi invece tende a seguire con affanno il cambiamento, di fatto contrastandolo con l’aspirazione alla mediocrità che contraddistingue le nostre classi dirigenti. Basterebbe un po’ di onestà intellettuale, non chissà quale coraggio, visto che tra l’altro i parlamentari italiani hanno già esteso a se stessi la tutela delle convivenze more uxorio… Si tende spesso ad attribuire alla chiesa cattolica il nostro ritardo in materia di diritti glbt, ma la chiesa fa il suo mestiere da noi come altrove. Anche in Spagna si è opposta ai matrimoni gay, e la Spagna non è meno cattolica dell’Italia. La differenza è che lì c’è una classe politica laica e più attenta all’evoluzione sociale.
Tu sei viceprepresidente del Pd e nel libro, tra le “dieci cose da fare subito”, metti al primo posto una legge sul matrimonio gay. A proposito di posizioni giuste ma impopolari, questa non è la linea del tuo partito…
La mia è una posizione di minoranza. Ma come posso provare a far crescere una cultura diversa? Parlandone. Quello che mi aspetto è che ci si confronti razionalmente sulla sostanza del problema. Il libro vuole essere un contributo al confronto. Uso argomenti razionali e chiedo che mi si risponda negli stessi termini. Vorrei almeno convincere del fatto che l’Italia è in una situazione di isolamento che non può durare. Bisogna insistere. Qualche segnale incoraggiante c’è, come la discussione sul matrimonio gay che si è svolta quest’anno alla corte costituzionale, dove si è ragionato sulla base di argomenti razionali del perché gli omosessuali devono potersi sposare. La sentenza che ne è uscita non è stata completamente positiva ma dimostra che c’è un’evoluzione. Non mi stupirei se tra quattro o cinque anni i giudici si esprimessero in modo più netto. Bisogna ricordare che la storia procede spesso per sorprendenti accelerazioni. Anche questo lungo travaglio sulla questione glbt arriverà a una conclusione. Del resto, se quando avevo quindici anni mi avessero detto che un giorno avrei lavorato in Russia per conto di una banca americana, o che negli Stati Uniti sarebbe stato eletto un presidente nero, non ci avrei creduto.
Uno dei tuoi chiodi fissi è che ci vuole un ricambio generazionale. Favorirebbe anche i diritti glbt?
Ovviamente sì. Per capire le esigenze di un paese bisogna essere almeno cittadini del proprio tempo. In Italia abbiamo una classe politica anagraficamente più anziana di 20 anni rispetto agli altri paesi occidentali. Tra l’altro sono le stesse persone da trent’anni. Al tempo della loro formazione Il tema delle famiglie non coniugali era meno attuale. Questi problemi possono forse capirli con la testa ma non con la pancia.
Poi bisognerebbe porre un’altra questione, oltre a quella anagrafica: la politica deve legarsi a un principio di responsabilità. Negli ultimi dieci anni, per chiarire quello che voglio dire, il centrosinistra ha avuto modo di subire diverse cocenti sconfitte, eppure il suo gruppo dirigente è per lo più rimasto lo stesso. Si dovrebbe stabilire il principio che chi perde se ne va, come accade negli Stati Uniti. Il ricambio non può che favorire le idee nuove.
Cosa risponderesti quindi al segretario del Pd Pierluigi Bersani, che all’ultimo congresso nazionale di Arcigay ha chiesto di avere pazienza “perché siamo un partito appena nato”?
A Bersani chiedo che si parli di diritti. È il momento di affrontare una discussione aperta, anche con chi rappresenta l’area cattolica del mio partito, senza perdere di vista il fatto che siamo un partito fratello di quelli progressisti europei. Poi io posso capire che in politica si debba arrivare alla mediazione, ma è anche importante puntare al massimo dei risultati.
Come rispondi a chi, all’interno del movimento glbt, sostiene che il matrimonio omosessuale in Italia è un obiettivo irrealistico e che bisognerebbe privilegiare soluzioni più praticabili?
Penso che questa politica sciagurata di mediazioni (dai Pacs in avanti) sia corresponsabile del fatto che oggi i gay italiani non hanno ancora conquistato alcun diritto. Chi ha fatto quegli errori avrebbe dovuto prendersene la responsabilità. Il nostro movimento non ha avuto la capacità di essere equidistante, né di negoziare. E poi non posso accettare che chi dovrebbe rappresentarmi decida senza consultarmi che devo essere un cittadino di serie b.