Seleziona una pagina

Dopo L’esercito della salvezza, pubblicato in Italia lo scorso anno, Isbn pubblica un nuovo libro di Abdellah Taïa, lo scrittore marocchino di lingua francese che dopo un pubblico coming out che ha scandalizzato il Marocco, è diventato un simbolo di libertà per le giovani generazioni dei paesi islamici. Come il libro precedente, anche questo è autobiografico, un libro di ricordi, in cui il protagonista ripercorre le tappe più significative della sua formazione e della sua educazione sentimentale, fatta di delusioni e di esaltazioni, di morti e di rinascite.
Una prima esperienza di morte e di rinascita, il protagonista la vive a Salé, a metà degli anni Ottanta, quando, poco più che bambino, subisce l’aggressione di un gruppo di ragazzi che tenta di violentarlo e di umiliarlo. Ci sono già, nella rappresentazione di questo episodio, alcuni dei motivi che percorrono tutto il romanzo: l’attrazione per questi ragazzi (les mauvais garçons, i duri, i maledetti, “teneri nonostante tutto”), la consapevolezza di amare sinceramente e per sempre gli uomini, ma anche la volontà di non sottostare ai loro pregiudizi, il rifiuto di essere trattato con disprezzo da zamel, da frocio, il bisogno di andare oltre, di imporre la dignità della propria storia, di lottare contro l’ipocrisia di un sedicente ordine morale fatto di paure e di schiavitù: “È là, in quella strada, in quell’angolo di mondo schiacciato dalla morale e dalla paura, in quell’angolo che amavo e detestavo nel contempo, che mi sarei rivelato completamente agli occhi degli altri, li avrei scossi, li avrei shoccati, avrei dato scandalo. Mi sarei calmato, mi sarei elevato, in un’altra morale, in un’altra storia. Mi sarei staccato da terra, avrei volato, avrei scritto, amato, avrei detto il mio amore, sarei stato quel che non si dice, quel che non esiste”.
È da qui che comincia la corsa di Abdellah dal silenzio alla parola, all’inseguimento del sogno di fare cinema, di scrivere, di amare. Ci saranno altre cadute, altre morti, altre violenze, ma Abdellah ha imparato a rialzarsi, come ha imparato a rialzarsi Karabiino, un ragazzo di diciassette anni che viene dal Darfur, che egli incontra a Il Cairo. Anche Karabiino, che ha visto morire il padre e la madre a colpi di machete, che ha vagato per mesi nel deserto, che ha mendicato e rubato per trovare il modo di entrare in Egitto, è morto ed è resuscitato : “Era questa la sua fortuna: non si era spento”.
Come Karabiino anche Taïa vive il dolore con una miracolosa freschezza. Con la fiducia di essere, nonostante tutto, nella continuità della storia della sua famiglia e del Marocco, egli le cose le nomina, anche quelle tradizionalmente coperte dal silenzio, e scrive, “come un indemoniato”, dei suoi amori, anche quando sono più grandi di lui, della sua follia che gli viene da sua madre, dal suo paese. Parigi, dove ora abita, gli ha dato tante delusioni, lo ha costretto a vivere la violenza di amori non ricambiati, ma gli ha insegnato anche a vivere la solitudine, lo fa piangere per aver lasciato il Marocco, la sua gente, la sua infanzia, ma gli ha anche regalato la forza delle parole che lo aiuta a vivere e a credere in un altro domani.
Nell’articolo in cui qualche anno fa ha rivelato la sua omosessualità, rivolgendosi alla sua famiglia, Taïa ha scritto: “Io sogno che un giorno, se qualcuno mi insulta dicendo: ’tuo figlio, tuo fratello è zamel’, voi rispondiate: ‘No, non è zamel, è mathali (omosessuale, ma con una connotazione non ingiuriosa). Una parola, una parola semplicissima che cambia tutto. Una parola-rivoluzione. Fate voi. Io non pretendo niente. Io vado, io volo come posso. Io prego, come mia madre, a modo mio: scrivo”.
Questa fiducia nella scrittura, resa con grande efficacia in italiano dalla bella traduzione di Stefano Valenti, attraversa le pagine di questo romanzo che racconta con struggente dolcezza la “malinconia araba” (Une mélancolie arabe è il titolo originale del libro) di un giovane determinato che, al di là delle norme, della religione e di tutto, ha deciso di liberarsi. “In ogni caso non c’è altro modo. Tanto vale dimenticare la paura e andare nudi ad affrontare il mondo”.