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Chengdu, assieme alla sua città gemella Chongqing, con circa 12 milioni di abitanti è una delle principali città della Cina occidentale. Capitale della provincia del Sichuan, è rinomata in tutto il paese per il suo stile di vita: cucina eccellente, clima mite, persone amichevoli e un ritmo rilassato. Gli tsendulen, come vengono chiamati in dialetto locale gli abitanti di Chengdu, amano passare interi pomeriggi nelle sale da tè sorseggiando tè verde, giocando a carte o mahjong e sgranocchiando semi di girasole. La cucina del Sichuan è famosa per essere la migliore della Cina, grazie alla notevole varietà di verdure, spezie e carni che sono cucinate con maestria ed eleganza. A poche ore di strada da Chengdu, ai piedi dell’altopiano tibetano, si trovano vaste foreste uniche al mondo poiché ospitano in libertà quei simpatici pigroni dei panda.
Non è un caso che in questa atmosfera edonistica e rilassata, proprio a Chengdu si sia costituito, negli ultimi anni, uno dei centri più importanti della comunità lgbt cinese. Per molti uomini e donne omosessuali questa città è un’autentica isola felice che offre un ambiente più aperto e amichevole rispetto ad altre aree più rurali e tradizionali della Cina senza doversi trasferire nelle città più progressiste, ma anche più care e distanti, come Beijing o Shanghai.
L’attuale, permissivo atteggiamento delle autorità nei confronti dell’omosessualità non deve stupire più di tanto, perché ha profonde radici storiche. A differenza delle religioni abramitiche (o monoteistiche: cristianesimo, islamismo ed ebraismo), i culti più diffusi in Cina non considerano il rapporto omosessuale un peccato. Fintanto che una persona fa il suo dovere sociale generando figli, nella vita privata è poi libera di fare quello che vuole. Nella letteratura cinese classica le espressioni con cui si allude all’omosessualità sono molto poetiche – la “passione delle maniche tagliate”, “l’amore della mezza pesca” o “della pesca morsicata” – e si riferiscono a episodi storici di cui furono protagonisti personaggi ai vertici della scala sociale. Quest’ultima definizione viene collegata a Mi Zixia, un bellissimo ragazzo concupito dal duca Ling di Wei: si narra che Mi Zixia un giorno mangiò una pesca già smangiucchiata dal duca, il quale rimase estasiato da quel gesto. La prima espressione invece viene fatta risalire all’imperatore Ai della dinastia Han il quale, per non svegliare l’amato Dong Xian addormentatosi sulle maniche del suo vestito, se le tagliò senza fare rumore. Lo studioso Pan Guangdan sostiene che non vi fu alcun imperatore della dinastia Han, la prima della Cina unificata, che non avesse avuto uno o più concubini maschi. La competizione per le attenzioni sessuali dei potenti non riguardava solo donne e uomini ma anche i numerosissimi eunuchi che affollavano la corte imperiale dei quali ci si serviva fra l’altro per controllare l’immensa burocrazia.
Durante la dinastia Song (960-1279) l’omosessualità fu addirittura considerata di moda per entrambi i sessi, nonostante la grande diffusione del buddhismo indiano che tendeva a sminuire il sesso in ogni sua espressione. Verso la fine della dinastia Ming (1368–1644) la provincia del Fujian era considerata il paradiso degli omosessuali ma, faceva notare lo scrittore Xie Zhaozhe (1567-1624): “Da Jiangnan, a Zhejiang a Beijing e Shanxi, non c’è nessuno che ignori questo tipo di amore”. E il disgusto del celebre padre Matteo Maria Ricci per l’omosessualità e la sua ostentazione in pubblico era ricambiato dai cinesi con la convinzione che il celibato dei gesuiti fosse un promettente presupposto per pratiche sessuali interessanti.
Anche dopo essere stati messi fuori legge nel 1740, frutto dell’influenza occidentale, gli omosessuali continuarono a godere di una vasta tolleranza, almeno fino al 1949. Seguendo l’esempio di Stalin, che aveva capovolto la decisione di Lenin di decriminalizzare l’omosessualità già nel 1922, il regime maoista la considerò una malattia mentale. Il periodo peggiore per i gay cinesi fu però quello della rivoluzione culturale (1966-76) quando le persecuzioni divennero aperte e crudeli.
Nonostante oggi quei tempi bui siano solo un ricordo, l’omosessualità resta ancora un tema difficile da trattare in Cina, anche se, o forse proprio perché, a livello governativo viene del tutto ignorato. Dopo aver abolito dal codice penale nel 1997 il crimine di “vandalismo”, termine che includeva anche la sodomia, e dopo aver depennato nel 2001 l’omosessualità dalla “Classificazione Cinese delle Malattie Mentali”, il governo centrale ha deciso di ignorare del tutto la questione e di lasciare che le autorità locali perseguano la politica che ritengono più appropriata. Così, per esempio, nel novembre del 2009 la municipalità di Dali – una città turistica situata nella provincia sud-occidentale dello Yunnan – preoccupata per la diffusione dell’Aids, decise di contribuire al finanziamento del primo bar per omosessuali, per potervi svolgere un’attività di educazione e informazione. E così Chengdu, che dista circa 2000 km dalla capitale Beijing, ha potuto continuare a dimostrare la sua tradizionale ospitalità accogliendo e “coltivando” una vivace comunità gay che si sta espandendo velocemente. Le autorità non reprimono né incoraggiano, ma tollerano, fino a che la questione rimane lontana dai riflettori dei media nazionali e non causa problemi. Forse per un occidentale non sembrerà molto ma per migliaia di uomini e donne che altrove non avrebbero mai avuto la possibilità di vivere liberamente la loro vita sessuale e sentimentale si tratta di un vero “dono del cielo”, come a volte viene vezzeggiativamente chiamata questa città.  E Chengdu presenta una “gay scene” insospettatamente ricca e articolata, che nessun occidentale si aspetterebbe di trovare in una città nel cuore della Cina. Siamo andati a visitare per Pride i locali più interessanti.
Situato in una stradina pittoresca che costeggia il fiume, a soli 20 minuti a piedi dalla piazza principale di Chengdu, si trova l’MC Club. La sua veranda illuminata, spaziosa e colorata, è ornata su entrambi i lati dalla famosa bandiera arcobaleno. Il maître, un ragazzo cinese con un sorriso caloroso e occhietti furbi, ci dà il benvenuto sulla porta e ci fa strada dentro il locale già in fermento alle 9 di sera. I camerieri, che indossano livree e orecchie di gatto, ci sorridono appena entriamo mentre servono tavoli occupati da uomini tra i 20 e i 30 anni, tutti impegnati in conversazione. Il locale è organizzato attorno al bancone del bar, dietro al quale si trova un palco e un palo per la lap dance. Lo stile è decisamente chic e la colonna sonora, molto coinvolgente, spazia dalla sana musica pop all’electro, al rap francese e alla salsa sudamericana, oltre a performance dal vivo di cantanti locali. Ci presentano il gestore del locale, Zou Jin, che ci accoglie in modo amichevole e cameratesco. Presto comincia a raccontarci del suo club e della vita gay in Cina. “Ho vissuto all’estero 10 anni,” ci dice. “A quei tempi non era facile per noi: i gay non avevano alcun luogo di ritrovo eccetto i parchi e le toilette publiche e c’era sempre il terrore di essere arrestati dalla polizia. Emigrai nel sud-est asiatico, ma tutti gli anni, quando rientravo per le vacanze, notavo un lento miglioramento. Dopo il 2005 la situazione cominciò a mutare rapidamente per cui decisi che i tempi erano maturi per rientrare. Prima aprii un locale per sfilate di moda e concorsi di bellezza per le drag; i partecipanti venivano da Chengdu e dintorni. Poi, l’anno scorso, ho aperto questo club, principalmente come punto di ritrovo, dove persone di tutti i tipi possono venire per incontrarsi, chiacchierare, scambiarsi i numeri di telefono… Diamo a tutti dei bigliettini prestampati dove possono scrivere i loro nomi, numeri di telefono e interessi personali per poi attaccarli sulla nostra bacheca. Ci piace presentare i nuovi arrivati, se sono abbastanza spigliati, facendoli salire sul palco per dare loro il benvenuto nella “famiglia”. Promuoviamo un ambiente amichevole e non abbiamo mai avuto problemi, abbiamo persino alcuni poliziotti tra i nostri clienti…” ci dice con un sorriso soddisfatto. È mercoledì, la serata dedicata ai single, e uno dei camerieri ci porta un bigliettino e ce lo consegna cerimoniosamente con entrambi le mani: ci sono scritti un nome, un numero di telefono e una domanda semplice e diretta: sei gay? Decisamente un posto caloroso, reqing, come dicono da questi parti. Per aggiungere un pizzico di calore, nel retro del locale c’è una sauna spaziosa: sotto il pavimento degli spogliatoi nuotano pesci rossi in perfetto stile cinese e ci sono anche delle cabine a disposizione. Tutto quello che si potrebbe desiderare in un’umida notte d’inverno a Chengdu, qui c’è!
In una delle innumerevoli bancarelle che vendono film piratati, troviamo con relativa facilità copie di film “a tematica” sia cinesi che stranieri, spesso ufficialmente proibiti. E laddove il mercato non riesce a fornire copie piratate dei dvd, internet è un’ottima risorsa alternativa sia per scaricare film proibiti sia per conoscere locali e incontrare persone. Ci sono dozzine di siti cinesi che riportano annunci privati di servizi e indirizzi di locali glbt e quando superano la “sottile linea rossa” il governo li oscura, soltanto per vederne spuntare altri a velocità sensazionale.
Situato vicino alla zona commerciale più famosa e centrale della città, il Bianzou, o bar “Variazione”, è lo storico locale di cabaret glbt a Chengdu. Recentemente c’è stato un cambio di gestione e ora il manager è un ventriquattrenne bello e carismatico di nome Ah Shin, il quale è riuscito a ritagliare un po’ di tempo per fare due chiacchiere con noi la sera dell’inaugurazione. “Ho fatto parecchi mestieri nella mia vita, la maggior parte legati all’estetica e alla bellezza: il fotografo, il parrucchiere, il cantante, il ballerino e altri ancora. Prima lavoravo per il Bianzou, poi qualche mese fa il vecchio proprietario ha deciso di andare in pensione e mi ha offerto di subentrargli. Non ci ho pensato due volte, però ho scelto di rifare totalmente gli arredi. Ora questo locale è, se non il più grande, di certo il più chic tra i locali di questo genere in Cina.” E, aggiungeremmo noi, il suo senso estetico è decisamente visibile in ogni aspetto del bar. Tutte le sere, a partire dalle 21.30, travestiti sensuali in costumi di scena stupendi si esibiscono in spettacoli di danza, canto e cabaret a un ritmo travolgente che lascia incantati. Alcune performance attingono al repertorio di danze tradizionali cinesi mentre altre hanno un taglio decisamente più moderno e tutte vedono come protagonisti, oltre ai bellissimi travestiti, lo stesso Ah Shin o un altro giovane dagli addominali degni di una statua greca. Infine, ogni mese vi si tiene un concorso di bellezza per drag queen: “A volte persino le mamme vengono qui a tifare per i loro ragazzi,” ci dice Ah Shin. I vincitori del concorso hanno poi l’opportunità di lavorare per il Bianzou. La clientela è per la maggior parte gay e i tavolini di forma quadrata sono ricolmi di birre vendute alla dozzina; oltre a essere più a buon mercato (circa 1 euro a bottiglia) sono anche più adeguate ai gruppi numerosi di amici che tendono a frequentare il locale. L’atmosfera è allo stesso tempo conviviale e vibrante di sensualità. Come ovunque a Chengdu, gli stranieri suscitano molta curiosità, sempre molto amichevole e benevola, per cui se vi sedete nelle prime file davanti al palco state certi che sarete coinvolti in una gag durante il cabaret oppure rimedierete un bacio da una delle ballerine nel climax dello spettacolo. Usciamo dal Bianzou sicuri del fatto che sia una tappa obbligata quando si visita Chengdu.
Siccome è ancora troppo presto per tornare a casa, decidiamo di dare un’occhiata a un altro posto che ha aperto i battenti recentemente in un’altra zona dei divertimenti lungo il fiume. Il nome della zona è Capo di Buona Speranza, quello del locale è Liuse II (6 colori II). Questo locale è diviso in diverse aree: a piano terra c’è la pista da ballo dove ragazzi dall’aspetto malizioso si muovono sinuosamente al ritmo della musica; su uno dei lati si trova un palchetto per il dj e dirimpetto c’è un mezzanino con tavolini. Scendendo tre scalini ci troviamo sotto il mezzanino, davanti al bancone del bar, e dopo aver preso qualcosa da bere ci accomodiamo su uno dei sofà. Questo bar ha una clientela abbastanza mista anche se sembra essere gestito per lo più da lesbiche. Una delle cameriere ci presenta la manager, Liao Jie, che ha qualche minuto da dedicarci. L’ambiente intimo sotto il mezzanino è decisamente favorevole alla conversazione e ci troviamo subito nel bel mezzo di una piacevole chiacchierata. Liao Jie ci spiega che sia i gay che le lesbiche in Cina hanno ruoli sessuali molto polarizzati: un gay attivo si chiama 1, un gay passivo si chiama 0, mentre quelli più versatili sono definiti 0,5. Se in passato in ruoli erano molto chiari e inflessibili, oggigiorno il numero di 0,5 sta decisamente crescendo. Nomignoli simili valgono per le lesbiche: le “T”, termine derivato dall’inglese Tomboy, si vestono e si comportano come uomini e non frequenterebbero mai un’altra T, cosa che pare loro persino un po’ ‘innaturale’. Le “P”, dal cinese “po” ovvero donna, sono le lesbiche femminili. Le “H” vanno sia con le P che con le T ma sono decisamente meno comuni.
Dopo questo tuffo nella vita sotterranea di Chengdu cominciamo a notare molti più indizi di vita gay nelle strade e perfino nei locali etero: anche se è abbastanza comune in Cina che le amiche si tengano per mano e che i ragazzi si appoggino a vicenda un braccio sulle spalle, alcune coppie che incontriamo ci fanno pensare senza ombra di dubbio che la cultura lgbt si stia diffondendo rapidamente a Chengdu e cominci timidamente a venire allo scoperto.
A un livello culturale più generale, la società cinese è ancora fortemente impregnata di valori tipici del confucianesimo, in cui i legami familiari e la gerarchia legata all’età rimane predominante. Al contrario dell’Occidente dove il conflitto intergenerazionale è ritenuto un fenomeno pressoché naturale, in Cina i genitori mantengono una forte influenza sui loro figli anche in età adulta, ragione per cui il “coming-out” di giovani gay e lesbiche è direttamente correlato sia all’apertura mentale dei loro genitori sia alle conseguenze che questo atto potrebbe avere sui rapporti sociali dei genitori. Siccome salvare la faccia è di importanza suprema, la maggioranza degli omosessuali prima o poi deve fare i conti con la questione del matrimonio ‘etero’, un tema molto discusso nella comunità. Tutti cercheranno di trovare un accordo implicito che sia accettabile anche per i genitori, spesso emigrando in un’altra provincia e rimandando finché è possibile. Alcuni sperano di poter combinare un matrimonio con una lesbica ma siccome gay e lesbiche tendono a frequentare mondi diversi, pochi riescono concretamente a farlo.
Per quanto riguarda il matrimonio omosessuale – nonostante la sessuologa Li Yinhe abbia più volte proposto al governo un disegno di legge che, altrettante volte, è stato rifiutato – la maggioranza dei gay a Chengdu ritiene che toccherà forse solo alla prossima generazione di godere di questo diritto. Per molti l’attuale mancanza di riconoscimento non è un segno di odio o disprezzo, come spesso succede in Occidente, bensì soprattutto di disinformazione e ignoranza rispetto al fenomeno. Il modo cinese di fare le cose è di cercare sempre un equilibrio con la realtà, non di piegarla al proprio volere a tutti i costi. I genitori odierni sono sempre più propensi a considerare la felicità del proprio figlio (unico!) tanto importante quanto il rispetto dei valori tradizionali, quindi il processo di apertura è, e sarà – non nutriamo alcun dubbio al riguardo – più scorrevole e armonioso rispetto all’Occidente. (photo by Yann Bigant)