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L’Europa dei diritti gay ha rallentato, negli ultimi tre anni, la sua corsa di civiltà. Non sono per nulla rosee infatti, le conclusioni denunciate dall’ultimo rapporto Homophobia, transphobia and discrimination on grounds of sexual orientation and gender identity dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali.
L’ente, che dal 2007 offre alle istituzioni e ai governi assistenza e consulenza sui diritti fondamentali, ha appioppato insufficienze più o meno gravi nella pagella di fine anno del vecchio continente in tutte (o quasi) le materie relative ai diritti e alla tutela della comunità glbt. Stando all’analisi della magmatica legislazione di tutti i paesi dell’Unione, in Europa, non esiste un approccio uniforme e coordinato ai diritti dei gay, è limitata la protezione contro la violenza omofobica, la transessualità è trattata quasi ovunque come un disturbo psichiatrico e sono lenti i progressi nel recepimento delle direttive di non discriminazione emanate dal parlamento europeo. Peggio, alcuni Stati hanno addirittura limitato i diritti gay.
Si salva solo, mettendo d’accordo un po’ tutti e ventisette gli stati Ue, l’incoraggiamento generale a una maggiore protezione dei diritti glbt: “Il consenso internazionale sulla necessità di combattere la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e identità di genere è stato fortemente ribadito”, scrive il direttore dell’agenzia Morten Kjaerum. Ma questo consenso, da solo, non basta evidentemente a promulgare leggi necessarie alla comunità gay. Il quadro comunque offre, nella sua complessità, un’immagine ricca di chiaroscuri e molto distante da quell’Europa, spesso evocata dall’Italia, come paradiso dei diritti gay.
Al contrario, dal Mar Baltico al Mediterraneo, è tutto un procedere a ventisette velocità alternate: in ogni singolo paese accelerazioni e eccellenza sull’attribuzione di diritti e tutele si mescolano, poco sapientemente, a retromarce o a interpretazioni restrittive delle leggi.
In generale, nella cacofonia di provvedimenti in discussione o già approvati, la maggioranza degli stati è intenta a confrontarsi con la questione glbt e consapevole che presto o tardi sarà obbligata a trovare risposte comuni. E questa sembrerebbe l’unica buona notizia che il rapporto ha da offrire. Resta la fotografia di un continente che, per ora, non ha (e sembra non volere) una regia comune nel settore specifico glbt e che strozza le rare spinte progressiste e inclusive tra distinguo e veti figli delle legislazioni e dei pregiudizi nazionali.
È il caso della transessualità, considerata una malattia nella quasi totalità dei paesi europei e affrontata con legislazioni che costringono a percorsi medici invasivi, secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamentali. Si salva, e fa da apripista, la Francia grazie a un atto governativo del febbraio scorso che eliminerà, dal 2013, l’identità di genere dal manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici. Per ora l’Europa non è un paese per trans.
Va male anche per la lotta alla discriminazione glbt tanto sono modesti e non sostanziali i progressi degli ultimi anni. Solo la Slovenia, con il nuovo codice penale del 2008, si è aggiunta ai dodici stati europei che criminalizzano l’incitamento all’odio e la discriminazione per “orientamento sessuale”. Avanguardie solitarie la Lituania, che prevede esplicitamente l’omofobia tra le forme di discriminazione, e la Scozia, primo paese in ambito europeo, che condanna per legge la “transfobia”. Tredici nazioni, la metà dei paesi Ue, restano invece del tutto privi di tutele specifiche per la discriminazione antigay.
Il riconoscimento delle famiglie gay inciampa in direzioni esattamente opposte. Da una parte, è salito a cinque, grazie a Portogallo e Svezia, il numero di stati che hanno approvato il matrimonio gay e Lussemburgo e Slovenia sono molto vicini ad adottare legislazioni simili. Dall’altra ben tre paesi (Bulgaria, Estonia e Romania), ed è una novità, hanno limitato per legge il matrimonio alle coppie di sesso diverso.Questo sviluppo imprevisto ostacola il diritto di libera circolazione e il ricongiungimento familiare delle coppie dello stesso sesso, obbligatorio secondo una direttiva Ue, ma adottato soltanto in metà degli stati europei.
Persino un diritto fondamentale come la libertà di riunione e di espressione, quando riguarda le persone glbt viene messo in discussione nel vecchio continente per pretestuosi motivi di ordine pubblico. È il caso della Lettonia che, pur non essendo l’Iran, il pride l’ha vietato grazie ai politici e contro il parere dei giudici. La Lituania invece, che poche righe fa si era dotata di una legislazione contro l’omofobia, torna a essere timida: prima ha minacciato il veto al pride e poi, per legge, ha vietato di parlare di omosessualità e di relazioni tra persone dello stesso sesso ai minori o in pubblico. Si sa mai che possiamo fare troppi proseliti.
A far da parziale contrappeso all’assopimento dei diritti umani che si registra soprattutto a est, è arrivato però il successo dei pride che l’anno scorso si sono tenuti (con qualche tensione) in Polonia, Romania e Bulgaria. L’Europa dei diritti gay è anche spaccata esattamente a metà sul diritto di asilo per gli omosessuali discriminati nei loro paesi d’origine. Alcuni paesi concedono lo status di rifugiato a coloro che provengono da nazioni dove l’omosessualità è stigmatizzata, altri esigono che l’omosessualità sia un reato nel paese d’origine.
Sono poi del tutto confuse le modalità per “certificare” l’eventuale omosessualità di chi richiede asilo politico: in alcuni paesi è abbastanza dichiarare la propria omosessualità, in altri, come in Ungheria è necessario sottoporsi a una visita psichiatrica, mentre la Repubblica ceca somministra, solo in alcuni casi e su consenso degli interessati, il test “fallometrico”. E cioè, un po’ come nel difficile periodo della pubertà, quando si indugia nei propri (o altrui) pantaloni muniti di righello, in quel paese l’orientamento sessuale è misurato, con l’ausilio di un sessuologo, nelle variazioni delle dimensioni del pene di individui maschi sottoposti a immagini pornografiche etero o gay. Da più parti è stata denunciata l’inumanità della pratica, insieme all’impossibilità di usare le stesse modalità per “misurare” lesbiche e bisessuali. Inutile sottolineare, insieme all’Agenzia europea per i diritti umani, che sarebbe auspicabile che anche quella parte d’Europa superasse la difficile fase adolescenziale.
Questo caso limite non è né unico né raro tanto appaiono inumane anche le deroghe alle leggi sulla discriminazione sul lavoro che consentono il licenziamento di omosessuali che lavorano in chiese, organizzazioni pubbliche o private la cui etica è fondata sulla religione o su convinzioni personali. E tra questi paesi, in tutto tredici, con i quali l’Unione europea ha un contenzioso aperto, ci sono, persino due “grandi” come Germania e Regno Unito e, non a sorpresa, la nostra piccola Italia, che nel rapporto non è mai evidentemente tra le eccellenze.
Anzi, il nostro paese fa una pessima figura tra quella minoranza di dieci nazioni (Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania e Repubblica slovacca) che non hanno una legge per le coppie dello stesso sesso. E ha peggiorato le cose affossando di recente come incostituzionale una legge contro i crimini omofobici.
Ancora, l’Italia (insieme a Belgio, Francia, Germania e Irlanda) è tra quegli stati che rifiutano il diritto di asilo a omosessuali in grado ipoteticamente di nascondere il loro orientamento sessuale, e quindi, sempre ipoteticamente, di evitare la persecuzione nel paese d’origine. L’Italia poi obbliga, come la Polonia, al trattamento chirurgico e ormonale i trans che chiedono la rettifica del nome sui documenti. Inoltre, come abbiamo già osservato, non consente il ricongiungimento familiare per le coppie gay e lesbiche.
Il rapporto dell’Agenzia europea per i diritti umani ha parole di apprezzamento solo per la nostra corte costituzionale che nel marzo scorso “ha affermato chiaramente che le coppie dello stesso sesso godono della protezione dell’articolo due della costituzione che comporta […] il diritto di ottenere il riconoscimento legale con i diritti e doveri” e per gli statuti regionali di Liguria e Toscana che sono intervenuti con politiche contro la discriminazione di gay e trans.
Nella confusione che sembra regnare un po’ ovunque, lamentare un’Italia lontanissima dall’Europa nell’affrontare i diritti e le tutele alla comunità gay pare un po’ fuorviante. Guardandoci bene infatti siamo un po’ lituani quando del pride diciamo che “purtroppo” non si può vietare perché c’è la costituzione, un po’ polacchi nel costringere le persone trans a prendere ormoni e persino un poco tedeschi perché possiamo legalmente discriminare i dipendenti gay di gruppi religiosi. Certamente ci piacerebbe essere più spagnoli per il matrimonio gay o più inglesi nella lotta all’omofobia, ma per questo dovremmo forse darci un po’ più da fare.