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Chi mai direbbe che l’elegante e matura signora intenta a sfogliare il suo album di famiglia è una delle più celebri drag queen della scena angloamericana? Bette Bourne (all’anagrafe Peter) ha attraversato impavida mezzo secolo di storia del movimento gay e ce lo racconta in A Life in 3 Acts,  biografia-spettacolo scritta a quattro mani con Mark Ravenhill, drammaturgo e regista noto in Italia soprattutto per Shopping and Fucking. Mark aveva pensato subito a lei per la regina Vittoria in Ripper, il suo ultimo lavoro ispirato a Jack lo Squartatore, ricordandola nei panni della balia in Romeo e Giulietta e in quelli di Lady Bracknell nell’Importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde.
La carriera di Bette, dopo gli studi alla Central School of Speech and Drama era iniziata negli anni Cinquanta in teatro e televisione e aveva raggiunto l’apice nel 1969 quando recitava per la Royal Shakespeare Company accanto a Ian McKellen nell’Edoardo II di Marlowe e nel Riccardo II di Shakespeare. Pochi mesi più tardi nella sua vita entrò d’improvviso il Gay Liberation Front per il quale non esitò a abbandonare le scene diventando un militante e decidendo di trasferirsi in una comune: in parallelo ci fu la folgorazione per il drag con conseguente nuovo nome al femminile.
Nonostante non calcasse più il palcoscenico, la teatralità certo non mancava in quell’unico e irripetibile periodo nella Londra degli anni Settanta, ma il ritorno alla scena vera e propria Bette lo fece nel ’76 aggregandosi alle Hot Peaches, gruppo di drag queen americane in tournée in Europa, con cui si esibì in Inghilterra, Germania e Olanda. Quando la compagnia fece ritorno in patria, su quel modello Bette decise di fondarne una propria, battezzandola Bloolips, forte del sodalizio artistico con John Taylor che scriveva testi satirici ricchi di erotismo come The Ugly Duckling (Il brutto anatroccolo) e Lust in Space (Lussuria nello spazio), accolta trionfalmente anche nell’off Broadway a New York. Bette si divideva ormai tra Londra e gli Stati Uniti e qui fu testimone dell’inizio e dei disastri causati dall’insorgere dell’Aids. Tornata  a casa, è stata protagonista di due acclamate produzioni del regista Neil Bartlett e si è guadagnata un premio della critica per Il vortice di Noel Coward, alternando la recitazione in drag a quella in abiti maschili.
A Ravenhill la conoscenza di Bette ha fatto scoprire un immenso patrimonio di ricordi e testimonianze private e pubbliche, tanto da farlo decidere di usarle per una breve performance alla Vauxhall Tavern di Londra, poi ampliata e diventata una pièce suddivisa in tre parti che ha debuttato nel 2009 al festival di Edimburgo, vincendo il primo premio nella sezione Fringe.
In A Life in 3 Acts Bette, fasciata in austero tailleur nero (anche se adora le audaci stravaganze della stilista Vivienne Westwood) ci fa partecipi di una straordinaria esistenza (ha compiuto 71 anni) col supporto di un leggio e splendide immagini in bianco e nero che illustrano la sua storia, dall’infanzia in famiglia alla militanza gay, l’amore per il compagno Rex e gli amici scomparsi. Dopo le repliche a Torino, Bette è in scena alla Tosse di Genova dove la incontriamo: cercheremo di mettere ordine nel flusso di aneddoti, battute e riflessioni a ruota libera che ci ha regalato.
Cominciamo dal percorso che ti ha portato a diventare una drag queen…
La prima fascinazione per il drag l’ho avuta a 11 anni. In una recita scolastica dovevo interpretare, insieme a un compagno, una coppia di coniugi. Io facevo l’uomo e Hugh la donna, con una terribile vecchia parrucca e un grembiule prestato dalla mamma: era però talmente maschio, bello e muscoloso che la mia prima reazione fu di mettermi a ridere come un matto. Poi, visto il piacere che gli leggevo in faccia e l’impatto travolgente sul pubblico, inconsciamente cominciai a rendermi conto del potere che il travestirsi può esercitare. A quell’età avevo già cominciato a fare giochi erotici con i ragazzi nei bagni, quelli più carini, ovviamente. I partecipanti al corso di scritture sacre ci stavano quasi tutti: si rimorchiava senza possibilità di sbagliare. Un paio d’anni dopo mi capitò una cosa strana. Un coetaneo da cui ero molto attratto mi diede appuntamento alla toilette: quando aprii la porta e lo vidi con indosso calze da donna, giarrettiere e reggiseno, fuggii orrificato.  Mi resi conto che mi piacevano i maschi e non i travestiti.
Dunque la svolta decisiva si è registrata più avanti…
È accaduta poco dopo il mio arruolamento nel Gay Liberation Front nel 1970. Un gruppo di militanti americani erano arrivati a Londra e avevano messo un avviso alla London School of Economics. Tutto cominciò così. Rex, il mio fidanzato australiano, studente d’arte, mi aveva raccontato di essere stato a una riunione. Spinto dalla curiosità, ci arrivai vestito come Che Guevara con relativa barba e mi resi presto conto che l’atmosfera che si respirava era molto diversa da quella delle chiacchiere tra finocchi dove il tema obbligato erano le misure dell’ultimo tipo con cui si era scopato.
In pochissimo tempo in me si operò una trasformazione profonda: presi coscienza di quanto la società eterosessuale mi avesse fregato, impedendomi di affermare apertamente la mia sessualità in pubblico e sul lavoro, il mio desiderio di amare un altro uomo. Sentivo crescere in me una grande rabbia che doveva tracimare. Presi parte a tutte le marce organizzate a Londra, entrai nel comitato direttivo del Gay Liberation Front (in pochi mesi eravamo diventati 300.000) e decisi di lasciare il teatro. Cominciò anche la mia trasformazione fisica: capelli molto più lunghi, via la barba, l’aspetto virile si attenuava sotto il make up e infine il grande salto, un abito scarlatto anni Trenta, una mantellina vittoriana e tacchi a spillo per andare a una manifestazione. Da quel momento sono diventata Bette e ho cominciato a capire cosa prova una donna a girare sola per la strada.
Che ricordi hai dell’esperienza nella comune dove hai vissuto?
Un periodo folle e bellissimo, come vivere in mezzo a una fiaba. Eravamo 9 uomini, quasi tutti in drag, 3 donne e un paio di bambini e occupammo uno studio cinematografico dismesso. C’era una quantità incredibile di vestiti e trucchi e cambiavamo il nostro look più volte al giorno. Sentivamo la Callas, ci torturavamo in lunghe sedute di autocoscienza, fumavamo erba e ci facevamo di acido, senza pensare al futuro. Una mattina mentre dormivamo ancora ci fu l’irruzione della polizia. Otto giovani agenti ci buttarono giù dal letto: eravamo tutti nudi e qualcuno stava avendo un’erezione. Non trovarono nulla e se ne andarono. Le cose cominciarono a cambiare in peggio quando in casa cominciò a circolare l’eroina con relativi spacciatori. Alcuni di noi ne divennero preda e ci lasciarono la vita. Non era per me e capii che quell’avventura era finita.
Ma ne cominciava un’altra insieme alle Hot Peaches…
Tre gay e due lesbiche capitanati da Jimmy Camicia. Andai a vedere il loro show e fu un colpo di fulmine: le parole delle canzoni e degli sketch avevano per tema l’essere omo oppure drag queen con tutte le sfumature possibili, tipo fare coming out in famiglia. Mi dissero che un’attrice lasciava il gruppo, offrendomi di sostituirla. Accettai senza esitazione e fu un anno fantastico.
Come quelli successivi con le Bloolips?
Era la mia compagnia e non mi aspettavo tutto quel successo, anche in America. A New York conobbi Quentin Crisp (massima icona gay nella Gran Bretagna degli anni Settanta ndr) e nacque una bella amicizia. Dopo la sua morte nel 1999 a 91 anni, creai uno spettacolo dedicato a lui. Erano anche gli anni dell’epidemia di Aids. Avevo cominciato a scrivere i nomi degli amici e conoscenti morti, alcuni giovanissimi, e sono arrivato a contarne oltre cento. C’era molta tristezza in giro e ti sentivi dire in faccia che il tuo interlocutore stava morendo. Ma  non ne vorrei parlare perché mi causa ancora troppo dolore.
Ci sono molti spettatori giovani che vengono a vedere il tuo show: quale messaggio pensi di rivolgere loro?
Quello che sorprende il pubblico più giovane  è che gli omosessuali sono saggi e hanno una storia cominciata non nel 1970 ma migliaia di anni fa. Ricordi l’imperatore Adriano? Era gay, era italiano e amava Antinoo, un bellissimo ragazzo: ho fatto uno spettacolo su loro due. Le giovani generazioni devono sapere che abbiamo una lunghissima storia alle spalle e una altrettanto lunga davanti a noi.
Come vedi la condizione delle persone glbt oggi in Gran Bretagna?
Le cose sono molto migliorate, c’è più consapevolezza anche grazie ai media, ad esempio con la presenza di personaggi gay nelle fiction di maggior successo. Ma sono passi in avanti molto lenti. Persino a Londra ci sono ancora violenze, aggressioni e c’è stato un omicidio a Trafalgar Square circa un mese fa. Quando esco in drag anche a Notting Hill, il quartiere dove abito da sempre, talvolta vengo pesantemente insultata. Gli stessi ambulanti di Portobello che mi salutano e fanno conversazione con me, quando li incontro con i figli fingono di non conoscermi.
Cosa ci dici della tua quotidianità?
Ma io non ho una vita di tutti i giorni! Nel momento stesso in cui esco dalla porta di casa sono in palcoscenico, truccata e ben pettinata. Non come Camilla, con quell’orribile taglio di capelli. L’hai vista nella Rolls, bersagliata dalle uova? Ha voluto mettersi nelle scarpe di Diana e si è beccata la vernice…