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L’ultimo lavoro l’hanno creato chiusi per un mese in un convento di salesiani nelle Murge, luogo remoto e location che rimanda a suggestioni ascetiche: un bel contrasto, in apparenza, con la fisicità, la crudezza e i corpi nudi degli interpreti del loro teatro: ricci/forte, ovvero Stefano Ricci e Gianni Forte, hanno il dono di sorprenderci sempre. In cinque anni questo sodalizio artistico (oggi entrambi non ancora quarantenni, ex allievi dell’Accademia di Arte Drammatica e della New York University, si sono incontrati sulle tavole del palcoscenico al tempo in cui facevano gli attori) ha scritto e diretto una manciata di pièce che hanno lasciato il segno, accolte prima con diffidenza dal pubblico più tradizionalista che ora invece sì è fatto conquistare, in Italia e all’estero, mentre quello più alternativo e attento – ad esempio la comunità glbt – da subito ha aperto loro le braccia.
A siglare il momento davvero felice della loro carriera, è appena uscito in libreria Mash-up Theater (a cura di Francesco Ruffini per Editoria & Spettacolo), composto da una serie di monografie che raccolgono opinioni e punti di vista variegati – una sorta di blog su carta – sull’approccio alle loro tematiche e al modo in cui le riversano sulla scena. Fra le testimonianze (critici, storici e studiosi) ci sono anche quelle di alcuni loro attori e non mancano i testi esplosivi delle più recenti creazioni. L’ultima, Grimmless, ha debuttato da poco e sarà in scena al teatro India di Roma dal 29 marzo. È un’incursione nel mondo delle favole e quelle dei fratelli tedeschi sono fonte d’ispirazione per raccontarne altre, a noi più familiari, spesso non a lieto fine. Nel libro qualcuno li ha paragonati ai Grimm del nostro tempo. “Ci siamo chiesti anche noi il perché di questa definizione” risponde Stefano, che nell’equa divisione dei compiti è quello votato ai rapporti con i media. “Poi, mettendo le mani nella loro opera, abbiamo compreso che, a differenza dei tanti trattamenti edulcorati delle fiabe, operate ad esempio dalla Disney a livello planetario, la loro ruvidezza e nitidezza d’intento si avvicinano al nostro percorso: cercare di trovare un punto di contatto con il processo evolutivo dell’uomo non scevro dal potere della fantasia, ma senza dolcificanti. Ci siamo proposti di radiografare il nodo cruciale della favola: la crescita attraverso un passaggio doloroso. In questo ci avviciniamo a quella che può essere la loro parabola. Rispetto ai lavori precedenti, il fattore emotivo, soprattutto legato al linguaggio diretto, è stato messo da parte. Il proposito era quello di capire quale fosse la mistificazione delle fiabe che ci raccontiamo per sopravvivere, quelle che ci vengono spacciate come “reale” da una società che tende a omologare e massificare verso il basso qualsiasi spirito individuale. Il passo successivo è stato evidenziare il nucleo che aggancia la nostra indagine alle favole dei Grimm: la morte intesa come possibilità di evoluzione. Abbiamo messo sotto la lente d’ingrandimento Biancaneve, Cenerentola, Hansel e Gretel, La Bella Addormentata e Cappuccetto Rosso, dove i personaggi sono indotti a morti di natura fisica, cercando poi di individuare quali fossero le nostre ‘piccole morti’, quelle migliaia che ogni giorno subiamo: compromessi, l’abdicazione a ideali che erano in noi sin dalla giovinezza, fallimenti, frustrazioni per rapporti che si concludono, tutte quelle che non riescono più a farci reagire davanti a nulla. La tappa finale è stata osservare la crescita che si produce attraverso la morte e tentare di capire dove sia collocato in questa società quel bosco fiabesco in cui vengono immersi i personaggi e nel quale noi oggi siamo intrappolati. Vi alloggiano le fantasie che suppliscono alla nostra mancanza di coraggio: il mondo fasullo e irreale di Facebook, costruito per sanare la dilagante incapacità di intessere autentici rapporti interpersonali. Se da una parte c’è la foresta, dall’altra c’è la desertificazione etica e culturale del nostro paese: noi siamo al bivio. Da un lato ci sentiamo spinti verso la fantasia del bosco in cui nasconderci e raccontarci l’ennesima fiaba e dall’altro avvertiamo la volontà di reagire e uscirne fuori. Noi italiani siamo il popolo del gratta e vinci: aspettiamo che giunga il Principe Azzurro a salvarci e risolverci la vita. È venuto il momento di capire che non arriverà mai, ma che forse si trova dentro di noi e sta a noi attivarlo o rimanere in uno stato comatoso”.
Ci chiediamo se, in un mondo apparentemente asessuato come quello delle favole, il sesso, così pregnante nei lavori di ricci/forte, sia comunque presente. “Non è il sesso il motore che ci aiuta a raccontare le fiabe. In Hansel e Gretel volevamo rappresentare la voracità di un ragazzo che vuole crescere in fretta e lo fa attraverso il sesso, ma è solo una spinta per cercare qualcos’altro. Quel tipo di sesso che associa sensualità e consumo smodato, rappresentato in Macadamia Nut Brittle, qui è assente”.
Oltre al riconoscimento della critica, Gianni e Stefano sono gratificati dalla volontà di comprendere e condividere il loro lavoro da parte del pubblico che dimostra affezione e si dimostra non solo spettatore, perché dopo gli spettacoli interagisce di persona o attraverso il web. Ulteriore strumento per approfondire la loro conoscenza è il succitato libro Mash-up Theater. “Più volte avevamo cercato di avvicinare e provare a descrivere il nostro mondo, trovandoci di fronte a una serie di segni difficili da collocare in un unico volume. Abbiamo allora deciso di incoraggiare una serie di operatori in campo culturale e artistico a fotografare l’attimo con la propria iride, lasciando che ognuno avesse uno sguardo attivo seguendo le nostre produzioni e registrasse tutto ciò che stava vivendo sotto il profilo sensoriale, neuronale e cardiaco, una prassi che si avvicina molto alla nostra estetica sia visiva che concettuale. Noi stessi facciamo mashup (in origine il sito web che integra informazioni provenienti da siti diversi, ndr), innestando segni divergenti e apparentemente contrastanti. Abbiamo quindi deciso con l’editore di costruire un libro che nascesse con una struttura simile a quella con cui affrontiamo il nostro lavoro. Per noi ha grande valore, per due ragioni. La prima, perché siamo legati da stima professionale e affetto a tutte le persone coinvolte nella stesura: abbiamo la convinzione che si debba lavorare insieme agli altri, in questo momento non ci si può isolare. La seconda è che per noi rappresenta la possibilità di osservare come spettatori i nostri spettacoli, cioè sedersi e non prendere posizione rispetto a nulla, ma lasciarsi travolgere da quello che si vede in scena e poi farlo sedimentare. Qualcuno ha detto che le nostre pièce sono a ‘rilascio graduale’, perché nei giorni successivi alla visione ti affiorano pensieri e sensazioni”.
Cosa abbastanza singolare, sulle pagine è stato dato spazio anche agli attori. “È naturale che si ascoltasse anche la loro voce poiché non è quella di un fine dicitore che elenca le sue perizie tecniche ma di un essere umano che stabilisce un rapporto con noi e condivide un pezzo di vita, proprio come una famiglia. I ragazzi sentono la responsabilità di non recitare un ruolo ma di essere se stessi in palcoscenico e ci indicano il motivo per cui uno li sta guardando, immerso nel buio”. Dal 5 al 20 aprile il teatro Elfo Puccini di Milano dedica a ricci/forte una meritata retrospettiva che comprende Troia’s Discount, Macadamia Nut Brittle e Pinter’s Anatomy di cui ci siamo già occupati sulla rivista, ma chiediamo a Stefano un breve commento su questi lavori a beneficio dei lettori che ancora non li conoscono. “Troia’s Discount ha segnato il debutto della nostra compagnia e c’è dentro tutto il cuore del gruppo, nato com’è dall’esigenza di raccontare nel nostro modo frammentario – estetica visiva visionaria e linguaggio prossimo alla poesia pura, legati dal collante reale degli attori con la loro energia e generosità emotiva – l’amicizia eroica e omosessuale tra Eurialo e Niso, narrata nell’Eneide di Virgilio ma trasferita nelle periferie metropolitane dove due ragazzi attraversano una notte indimenticabile. Sentivamo l’esigenza di raccontare un sentimento amoroso che prescindesse dalle etichette in cui oggi vogliamo inquadrare tutto, che non avesse forma e fosse puro. Macadamia Nut Brittle è legato alla coscienza della perdita: nello stesso momento sia io che Gianni avevamo perso un genitore. C’era dunque la volontà di confrontarci con una privazione e i suoi riverberi e come conviverci, ad esempio coprendola con una poltiglia di detriti che sono gli oggetti di consumo ai quali ci aggrappiamo. Facendo riferimento al lavoro di Dennis Cooper, abbiamo usato il sesso come una cartina di tornasole per annullarsi e sentire meno dolore. È lo spettacolo che ci ha fatto conoscere ma che ci ha anche identificati in maniera superficiale come quelli che mettono gli uomini sui tacchi e coltelli in cavità dove non dovrebbero entrare. I gay più giovani ci hanno tacciato di essere troppo cinici perché si sentivano accusati da quella smania di sesso, praticata attraverso le chat e da loro giustificata come ricerca dell’anima gemella. In Pinter’s Anatomy abbiamo invece mostrato la difficoltà di stare all’interno di una società che non ti riconosce, usando l’escamotage di vivere in un paese straniero per raccontare l’intolleranza verso la differenza. Abbiamo così ampliato il nostro percorso con un ennesimo step legato alla convinzione che è proprio nella differenza che oggi c’è una possibilità di salvezza, non certo nell’ostinata e cocciuta omologazione, non solo sessuale, ma della libertà di pensiero.” Sappiamo che nel loro futuro professionale potrebbe palesarsi il cinema: stanno infatti valutando l’offerta di un produttore che vorrebbe portare sullo schermo le loro storie. Sicuro è comunque il prossimo progetto teatrale. “È una coproduzione internazionale che troverà a Marsiglia nel 2013 lo sbocco finale, ma di cui si vedrà il primo studio al festival di Dro questa estate. Si chiama Imitation of Death e prende spunto dall’opera dello scrittore Chuck Palahniuk. Sarà uno sguardo su nevrosi e ossessioni, sulla volgarità e l’arroganza che stanno imperando, un tentativo di comprendere le nostre intime contraddizioni, un passe-partout per addentrarsi nel mondo gay, un bengala che illuminerà zone nascoste e segrete”.