Seleziona una pagina

Fin dagli albori il movimento gay, come ogni altra forma di socialità, ha ospitato dissensi, scontri e personalità ridondanti talvolta ben oltre i livelli di guardia. C’è chi la vuole cruda e chi la vuole cotta, e bisticciare è un umanissimo modo di stare insieme perfino quando ci si vuole bene e si gioca nella stessa squadra. Il problema è sempre quello delle regole e dei limiti che ci si riesce a dare per gestire gli inevitabili conflitti. È questo poi, nei drammi collettivi come in quelli privati, che distingue la civiltà dalla barbarie e la saggezza dalla follia. Fatta questa pedante premessa, quello che è accaduto negli ultimi mesi dentro Arcigay è preoccupante. La maggiore associazione dell’arcipelago glbt italiano è stata teatro di una “guerra” interna tanto aspra nei toni e nei metodi quanto poco leggibile da fuori in termini di divergenze sul merito politico degli obiettivi da raggiungere.
Tento una sintesi personale. Il congresso di Perugia dell’anno scorso ha eletto una nuova dirigenza, con Paolo Patanè presidente e Luca Trentini segretario, di fatto non riconosciuta da una parte consistente dell’associazione (oltre un terzo dei delegati) che faceva capo alla mozione risultata di minoranza e rappresenta sul territorio importanti comitati provinciali come Roma, Napoli, Torino, Bari e Genova. In altri tempi contrasti insanabili avevano prodotto scissioni: questa volta non è avvenuto, almeno in modo lineare. Nell’ottobre scorso è nata comunque Equality Italia, lobby trasversale sui diritti civili (anche glbt), guidata dall’ex presidente di Arcigay Aurelio Mancuso e il cui comitato di coordinamento è composto per oltre la metà da persone che provengono e/o tuttora fanno parte di Arcigay. Questo ha buttato ulteriore benzina sul fuoco, senza però determinare una separazione aperta. Finché tutto è precipitato nello scontro che si è verificato tra la dirigenza nazionale e il comitato provinciale di Roma. A fine anno è stata infatti chiesta dalla prima l’espulsione dall’associazione di tre soci di Arcigay Roma: il presidente Fabrizio Marrazzo, Carlo Guarino e Alessandro Poto. Secondo le regole interne, la decisione in merito spetta al consiglio nazionale, il parlamentino di Arcigay che si è riunito a questo scopo il 5 febbraio. Nell’attesa sono divampate le polemiche, con attacchi durissimi, talvolta anonimi e non di rado scorretti, soprattutto da parte di chi non condivideva la proposta di espulsione. Infine il consiglio nazionale si è riunito a Bologna e dopo un lacerante dibattito ha votato per l’espulsione di Marrazzo (30 sì, 19 no e 12 tra astenuti e non partecipanti al voto) e Poto (27 sì contro 26 no e 7 astensioni), mentre Guarino alla vigilia della discussione aveva presentato le proprie dimissioni (non è però passata la proposta di radiarlo “a vita”).
L’accusa principale rivolta ai tre soci romani dal presidente Patané è di aver costituito accanto ad Arcigay Roma e all’insaputa degli organismi nazionali un’altra associazione formata da loro stessi, a cui era intestata tra le altre cose la nuova sede di Arcigay Roma, in via Zabaglia a Testaccio, e di non avere poi dato seguito alla richiesta di chiarimenti in proposito. Violando così ripetutamente i vincoli di trasparenza previsti dallo statuto. Gli interessati hanno respinto gli addebiti e Marrazzo si è dichiarato vittima di un’epurazione politica celata dietro contestazioni formali. La minoranza interna lo ha sostenuto e la giornata si è chiusa tra minacce di ricorsi alla magistratura per ribaltare le decisioni del consiglio nazionale e comunicati stampa incendiari, seguiti da altre dichiarazioni incandescenti nei giorni successivi in cui è tornato ad aleggiare lo spettro della scissione.
Arcigay nel frattempo cerca di guardare avanti e informa della nascita di tre nuovi comitati provinciali a Siena, Chieti e Teramo (siamo a quota a 52) e dell’apertura di una sede di rappresentanza nazionale nella capitale. Mentre Fabrizio Marrazzo non molla e annuncia il suo nuovo ruolo di coordinatore e portavoce del Gay Center di Roma, in via Zabaglia a Testaccio, “che offre spazi e servizi quali Arcigay Roma, Arcilesbica Roma, Nps (Network di persone sieropositive)”. Palla al centro.
Rimane qualche indigesto interrogativo che riguarda il futuro di Arcigay e più in generale dell’intero movimento glbt italiano. Per esempio, cos’è la politica? Un confronto civile tra le idee o una lotta senza esclusione di colpi tra persone che si contendono spazi o briciole di potere? Cos’è un’associazione di volontariato? Un gruppo che offre supporto e servizi ai suoi soggetti di riferimento o un trampolino di lancio per carriere e visibilità individuali? Dentro e fuori Arcigay queste visioni coesistono, anche se non si può negare che negli ultimi anni sia cresciuta a dismisura l’aggressività di chi non distingue tra militanza e interesse personale, cedendo all’occorrenza alla tentazione di dare fuoco alla casa comune pur di averla vinta. È un sintomo di debolezza collettiva che si riscontra nell’atmosfera dell’epoca e trova modelli sconsolanti nella politica istituzionale, a destra, al centro e a sinistra. Chi rinuncia all’impegno diretto osserva in genere con dichiarato disgusto queste dinamiche degenerative, lasciando sempre più spazio al trionfo dei furbi e dei prepotenti. I soli antidoti rimangono la partecipazione, lo spirito critico e la restaurazione di un minimo di etica condivisa. Perché la politica, piaccia o no, ci riguarda tutti. E perché avere associazioni che si impegnano per e con noi, specie quando si è soggetti “deboli”, è sempre meglio che non averle.