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E sia: che avanzi la democrazia delle operaie della Musica, che si rimettano al centro le anonime squadriste dell’artisticamente (e noiosamente) corretto… È lutto di proporzioni epocali, una vera mattanza, per la Gay Watcher che c’è in me: un Sanremo dove come Marie Antoinette delle 7 note, rotolano le teste, coiffeur compreso, delle Oxa, delle Pravo, con scivolone preoccupante della sgomitante Tatangelo.
È stata dura guardare, con tutto il cinismo jurassico e frocio di cui sono capace, avvinghiarsi al microfono come a un palo della luce (prima di cadere brilla del suo stesso folle gesto), la procace cassiera Giusy Ferreri massacrare Il cielo in una stanza, agghindata come una tardona pronta per il Galà delle Polka alla Ca’ del Liscio. Come m’è parso umiliante (per me, per la vita a colori, per le sfumature…) veder zompettare verso un’inarrivabile “galleria delle Star” mingherline Nathalie in pantacollant da Erasmus a Madrid o sopportare le Pupe dei Gangster (Belen e miss Canalis che a fatica parla la lingua italiana, come prima, ma ora è “americana”….). Nel frenetico smistare sms in tempo reale con gli amici per “l’omicidio plurimo” delle icone gay, come membri di una setta che DEVE tornare alla carboneria, ho avvertito il senso della disfatta: “Ma La Oxa si fa di lacca ecologica?”; “Ma è la Pravo o Barbara Alberti col lifting?”…
Uno sterminio, un brusco ritorno al brillare (si fa per dire) dei neon democratici tanto astiosi verso le abbaglianti luci delle Star. Specchio (deformante) dei tempi nuovi, dove vince la mediocrità. “Pietà l’è morta” per le sguaiate icone degli oramai vetusti tempi dell’incantamento da fascino senza incertezze, quello che ci ha permesso di amarle, sbeffeggiarle, divorarne i dettagli per capirne i segreti, idolatrarle come simbolo della “differenza”, da sempre e da sola l’unico “segno particolare” sulla carta d’identità, una tutela che, nell’arte come nella vita, ci rassicura che, anche senza dire grazie a nessuno dei tanti Dio, non siamo tutti uguali…
Anna Oxa appare dopo essersi “processata” e “assolta” (da sola, un processo breve con sentenza quasi immediata) e in totale fissa con la natura e “la ricerca spirituale”, come un incrocio transgenico tra un Indio del Rio delle Amazzoni e una magliaia cui è scappato il filo del telaio, ululando incomprensibili sostantivi, peraltro ben stesi su quelle 3 ottave che ha in gola: ma come faremo a dimenticarne la abbagliante apparecchiatura dentale, novella vampira inesausta, come si potrà fare a meno della sua compulsiva coazione al travestimento, dove saranno quelle ciglia finte a “saracinesca”, dove saranno stati gettati gli ombretti pittati un po’ ovunque su quel volto che, meno della Ventura ma più di Zsa Zsa Gabor, sa bene che Elizabeth Arden merita il Nobel e non la scellerata indifferenza delle “nuove leve”, pronte semmai a una “discesa in campo” per la “tutela e l’immagine del corpo della donna”. Proprio loro, le assassine del fronzolo, le consapevoli boia del pettegolezzo, quello che (e noi ben lo sappiamo) ci tiene in esercizio prima che “il pensiero collettivo” ci affondi nelle sue sabbie mobili.
Sembra siano passati secoli (ma era solo il 1984…) quando architettai, con la complicità di Massimiliano Pani e del giornalista del Corriere della Sera “amico di famiglia” Mario Luzzatto Fegiz una “semi burla” al limite della credibilità… In gran segreto, per l’ultima sera di quel Festival (che aveva nella canzone di Mina Rose su Rose la sigla ufficiale) sarebbe dovuta arrivare davanti all’Ariston una limousine, vetri oscurati ma non troppo, dalla quale Max e Fegiz sarebbero scesi, mentre “l’augusta” signora di nero vestita (cioè me) che soggiornava a bordo, con rigoroso occhiale dalla generosa montatura, avrebbe poi proseguito per “destinazione ignota”, non senza prima aver concesso, a debita distanza, un paio di scatti ai flash dei plebei. Niente da fare: quel “non tiene neanche la pipì” di Fegiz pubblica sul Corriere, il giorno prima, la notizia “scoop” che Mina sarà al Festival, non comprendendo, come molti, troppi, etero (ma non Mina mamma e Max figlio) quanto il camp, l’esagerazione, l’iperbole, siano un patrimonio e non un incomprensibile modo (ritenuto “poco serio”) di affrontare e “demolire” l’insostenibile pesantezza dell’essere…
E poi, la ferita, non suturabile, della “mandata al rogo” di Sua Maestà Patty Pravo: i monumenti “vanno tutelati”, come la ricerca, così sostenuta in altri settori e che la “gondola incrinata di Venezia” pratica in musica come nessuna. Mortificata da un NO senza incertezze: possibile che non si apprezzi la caducità dell’essere umano quando si rivela sublime inanellando, con grazia d’altri tempi, stecche vere, calate di tono, fuori tempo, come fossero perle di mari lontani? Come non amarne la strenua lotta contro il conformismo che, anche svociata come una che ha urlato per decenni la sua “unicità” (e quindi anche la nostra) si può permettere? Non sempre forma e contenuto viaggiano nello stesso comparto… La Gay Watcher, di questo passo, dovrà “accontentarsi” delle ipotizzate primarie della Sinistra italiana, pronta a candidare, con l’autorevolezza che le regala il “proponitore” Nichi Vendola, l’O.le Rosi Bindi come premier della coalizione. Ho paura che ci mancheranno, gli spunti, le battute, l’allegria: del neorealismo siamo faticosamente riusciti a salvare l’Anna Magnani finta popolana, gli hot pants di Silvana Mangano in versione mondina e poco altro. Per le gramaglie , il fustagno, o la vigogna, io almeno, non sono ancora pronta…