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AdioNilla (così l’avevano battezzata all’anagrafe): sembra il titolo di una telenovela sudamericana come Isaura o Ciranda de Pedra, ma la differenza tra schiave e Regina è netta: semmai dovessimo riesumare una serie, la più adatta sarebbe Acapulco Bay, non fosse altro perché Nilla la Regina ad Acapulco ci ha vissuto una manciata d’anni, probabilmente i più felici della sua lunga esistenza…
Oggi, quella “bella Italia” che si autocelebra coi suoi 150 anni portati con qualche evidente ruga di troppo, si è dimenticata di Lei e la sua morte, complici le consuete e orride scuse della serie “…beh, ha vissuto più di 90 anni…”, è scivolata via, stritolata dai bunga bunga italiani, dalle radiazioni giapponesi, dal rombo dei “caccia” francesi intenti a scotonare quella parruccona di Gheddafi…
Non sarà una priorità, ma l’AdioNilla meritava un exitus d’altra e alta levatura: al funerale, insieme a un manipolo di attempate e timorate signore con già un piede nella fossa e l’altro dall’incerta andatura, pochissima “gente di spettacolo”, giusto tre babbione come Iva Zanicchi, (sublime nel suo mescolare un reale dolore con un “…quando toccherà a me, se non mi fanno la camera ardente a Cologno, di gente ce ne sarà anche meno….”) e la contrita Wilma De Angelis, donna di rara purezza cui il tempo, come a Iva e alla stessa Nilla, sembra fare manco un mezzo baffo…
La mia stizza, col passare dei giorni, si fa sempre più violenta, perché la puntuale verifica che la morte “non è uguale per tutti”, non ci livella, anzi, ci separa ancor di più: se vanno via i Vianello, i Bongiorno, i Monicelli, le prefiche hanno da lavorare per settimane, per Nilla nemmeno un pianto sommesso: come si fa ad “archiviare” con tanta indifferenza una vera e propria rivoluzionaria del costume, oltre che dell’arte, come si può restare tanto indifferenti a chi ha costruito, con la propria vita, un modello per quelle altrui?
In quella voce, piena di chiaro-scuri, in quel repertorio tra svagatezza e passionalità, in quel corpo così figlio di un’epoca (le spalle larghe, il vitino stretto, gli occhi scuri e pieni di promesse) c’era la mamma della donna moderna, quella indipendente, autonoma nelle scelte, quella totalmente priva di pregiudizi, che senza tanti proclami o ideologie sperimenta su di sé, rendendolo patrimonio comune, uno stile di vita ben lontano dalle regole dell’Italia democristiana del dopoguerra. Nilla cantava, intonava “la qualsiasi”, era il suo modo per affermare che non v’è differenza tra “alto e basso”, tra “canzonetta” e “brano d’autore”, così come, per lei, era naturale avere estimatori di ogni genere ed estrazione sociale e ben sapeva di essere divenuta suo malgrado una vera “icona gay” proprio per questa sua totale assenza di preconcetti e pregiudizi.
Nilla ha molto amato tanti uomini, a volte dispettosamente come fa una Regina che non si vergogna di essere tale, “fregandoli” proprio alle colleghe, come accadde con il mite Gino Latilla, marito della sua migliore amica, Carla Boni, o come quando fece cadere ai suoi piedi il Maestro Cinico Angelini, lo stesso che, qualche anno prima della loro storia semi-clandestina, l’aveva “rifiutata” nella sua prestigiosa orchestra, ma che poi tenendo fede al suo nome battesimale, dopo averla avuta, le darà un bel due di picche, facendola tornare anche solo per un momento una donna come tante, una donna ferita.
Ma Nilla, più degli uomini, ha amato la sua libertà: incide dischi con pseudonimi improbabili  come Concita Velez, Isa Merletti o Carmen Isa, si fa biondissima, magrissima, molla l’Italietta all’alba del suo boom economico e va a far la Signora in terra messicana. La leggenda, mai documentata, vuole questo come il periodo più “folle” della sua vita, ma i segreti come tali, vanno ben conservati e al suo ritorno sul suolo natio, nulla della sua “rassicurante” immagine è andato perduto: tornerà con Mina in tv a Milleluci, nei primi anni ’70 (e sarà proprio Mina a dire, qualche anno dopo, “da lei, dalla sua voce, ho imparato molto…”), e in quel periodo, dove a trionfare era la piattezza dell’arte “politicamente corretta”, dove essere uniche e “differenti” era un peccato non perdonabile, Nilla, fregandosene altamente dei giudizi altrui, se ne va in giro per locali non proprio di primissimo livello, ben sapendo che anche alla “sagra della salsiccia” la Regina rimane tale, sudditi compresi…
Sarà lei, forse involontariamente forse no, la prima ad affrontare e “abbracciare” ciò che poi avremmo definito “trash”, legandosi prima come amica e poi come artista a un agente tanto chiacchierato come Lele Mora, lo stesso che, trent’anni dopo averla conosciuta, stimata e protetta, le organizzerà un compleanno memorabile, quello dei 90 anni, portandola a Sanremo come si conviene: un abito favoloso, cinque metri di strascico, un manipolo di boys a tenerle la mano, una devota e amabilissima Carmen Consoli che intona meravigliosamente la sua immarcescibile Grazie dei fior: un’ischemia superata da poco non le impedirà di canticchiare, intonatissima come sempre, un Vola colomba da manuale… Ingioiellata, cotonatissima, sempre ben truccata, nel rispetto degli altri perché il pubblico, tutto, lei lo rispettava davvero, sapeva che “ben apparire” è ugualmente importante che “essere”, così come insieme a tante “apparizioni” c’era un privato tanto discreto quanto di “classe” con a fianco Alba, sua invisibile amica-assistente fantasma nonché convivente per quasi mezzo secolo.
Nell’apparente inconsistenza di tanti Papaveri e altrettante Papere, tra una Casetta in Canadà e una rampicante Edera, c’è, complice la sua personalità, il segno della “differenza” come valore, c’è la “mangiatrice di uomini” che al tempo stesso vive di passioni travolgenti (…son qui, tra le tue braccia, amor, avvinta come un’edera…”), c’è l’imperio del carattere e la debolezza della carne, più di una femmina, un’iperdonna di proporzioni gigantesche, quell’unire mondi, stili e sentimenti apparentemente lontanissimi tra loro, quella rara quanto preziosa attitudine all’assoluto, al “totale”, meta per molti irraggiungibile quanto da tanti desiderata. Nell’iperbole c’è tutto: nel mettere insieme rispettabilità e “follia”, nell’accostare le “tinte forti” al “nulla”, nello sparigliare fra tradizione e modernità, nel mescolare allegria e melò, Nilla è stata la più brava, come lo fu, (ma in lei c’era la maledizione del “male di vivere” come valore aggiunto…) la egizio-franco-italiana Jolanda Gigliotti in arte Dalida. La sua tomba al cimitero di Montmartre a Parigi è meta di continui pellegrinaggi e i francesi la idolatrano, così come la comunità gay che di lei ha amato tanto sia la “mestizia” che il glamour della baraccona esuberante: Nilla, cremata per suo volere, al momento non ha statue celebrative né piazze a lei dedicate, di certo il “monumento alla libertà e alla differenza” che ha costruito con l’esempio, almeno nella nostra memoria, è ben visibile…