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Doppia il traguardo del quarto di secolo, età più che rispettabile per un evento culturale, ma celebra questo anniversario importante con il motto “Rebel Rebel”, omaggio a David Bowie nonché al mito dell’eterna (e trasgressiva) giovinezza. Il Festival Mix Milano di cinema gaylesbico e queer culture è insomma molto gaio anche nel voler continuare a rinviare sine die la pacatezza rassicurante ma senz’altro un po’ noiosa dell’età matura. E tanto per non lasciare nessun dubbio in proposito sceglie di inaugurare l’edizione che si svolge al Teatro Strehler dal 25 al 31 maggio prossimi con l’opera seconda di un bambino prodigio. Si tratta di Les amours imaginaires di Xavier Dolan (classe 1989), presentato a Cannes l’anno scorso e qui riproposto in anteprima italiana. Dolan aveva già stupito e incantato pubblico e critica con J’ai tué ma mère, il film d’esordio uscito in concomitanza con il suo ventesimo compleanno che raccontava di un’adolescenza inquieta e di un turbinoso rapporto madre-figlio.
Con Les amours imaginaires, secondo capitolo di quella che nelle intenzioni del giovane regista-interprete-sceneggiatore diventerà una trilogia sull’amore, si cimenta con un altro classico delle relazioni sentimentali: un triangolo lui-lui-lei che ha illustrissimi precedenti letterari e cinematografici (basti pensare al Jules et Jim di François Truffaut) e che viene reinventato in salsa contemporanea. Assai più disincantata, c’è da dire, rispetto agli amori folli di romantica memoria. Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono due amici inseparabili sulla ventina cui capita di innamorarsi entrambi di Nicolas (Nils Schneider), biondo e fascinoso cherubino che soddisfa sia le loro inclinazioni estetiche che quelle intellettuali. Ne nasce un intreccio basato sulla guerra di conquista tra il gay e la fag hag, intervallata da spezzoni di finto documentario in cui altri giovani argomentano sulle rispettive disillusioni amorose. Il mélo si snoda comunque senza inciampi e con ritmo convincente, impreziosito da un’almodovariana attenzione per costumi e dettagli scenografici e da una colonna sonora su cui troneggia la versione italiana della celebre Bang Bang cantata da Dalida. In altre parole: cultura gay allo stato puro.
La giovinezza e le sue chiassose prerogative ci sorridono da quasi tutte le altre opere in programma. Come il titolo di chiusura The Stranger in Us di Scott Boswell, parimenti in anteprima italiana, dove viene documentato in immagini il diario di un aspirante scrittore (Raphael Barker, già visto in Shortbus di Cameron Mitchell) sospeso nella sua disperata ricerca di punti di riferimento affettivi tra la scilla di un più maturo fidanzato con il vizio di menare le mani e la cariddi di una marchetta adolescente in perenne fuga da sé e dagli altri. O come anche il tedesco Sasha di Dennis Todorovic, che mette in scena con ironica spigliatezza la passione di uno studente di pianoforte diciannovenne per il suo aitante professore sulle note di una celebre sonata di Beethoven e sullo sfondo di una Colonia open minded nei cui schemi di apertura non si ritrova tuttavia la famiglia del protagonista, originaria della ex Jugoslavia. O come ancora il drammatico Ausente di Marco Berger (Argentina 2011), vincitore del Teddy award come miglior film alla Berlinale 2011 e ulteriore anteprima italiana, nel quale l’attrazione fatale incombe tra un giovanissimo atleta e il suo allenatore.
Giovane, bono e di belle speranze è pure Matthew Ludwinski che proviene da una carriera di fotomodello ed è l’interprete principale di Going Down to La-La land di Casper Andreas, divertente commedia sulle sventure della virtù in una Los Angeles sempre più invischiata nel trinomio sesso-denaro-potere. E se vogliamo parlare di prestanza fisica non possiamo tacere su François Sagat, pornostar approdata al cinema più colto con l’Homme au bain di Cristophe Honoré (Francia 2010) di cui rappresenta tuttavia con la semplice presenza il principale pregio. Strepitosamente avvenente è peraltro pure il ventiduenne Maximilian Befort, che in Romeos di Sabine Bernardi (Germania 2011) riveste i panni di Fabio, tormentoso e tormentato oggetto del desiderio di Lukas (Rick Okon), un transessuale FtM alle prese con la trasformazione fisica e la comunicabilità della medesima. Sempre per rimanere in territorio teutonico, una menzione speciale (senza voler influenzare il parere sovrano della giuria) la merita Stadt Land Fluss (In Inglese Harvest, raccolto) di Benjamin Cantu, poetica storia che accanto al tema della difficile storia d’amore tra due allievi di una scuola professionale di agraria, sviluppa quello della campagna come luogo di produzione e dimensione esistenziale. Siamo a soli sessanta chilometri dalla tentacolare Berlino, ma pare di stare su un altro pianeta. Il che ci ricorda una volta tanto che esistono altri mondi, magari proprio a due passi da noi, che il nostro conformismo rappresentativo di solito neppure immagina. Se ne sono accorti pure i lettori dello storico magazine berlinese Siegessäule che gli hanno attribuito un riconoscimento nell’ambito dei Teddy Awards.
Atmosfere altre e lontane, in senso letterale e figurato, si ritrovano in Contracorriente di Javier Fuentes-León (Perù-Colombia 2009), visionaria vicenda d’amore oltre la morte dove il terzo protagonista è l’oceano spaventoso e incantato. Della folta pattuglia di titoli dall’America Latina presenti in questa edizione di Festival Mix fanno pure parte Piedras di Matías Marmorato (Argentina 2009) e Rosa Morena di Carlos Augusto de Oliveira (Danimarca/Brasile 2011). Nel primo domina ancora una volta l’epopea della giovinezza, con la scoperta dell’amore e dell’indipendenza dalla famiglia da parte di un ragazzino timido e amante della poesia. Il secondo invece affronta il più scabroso tema del desiderio di paternità di un maturo gay danese che vola in Brasile per comprarsi una discendenza e per dare nuovo senso alla vita. Sperimenterà però sulla propria pelle che la cosa è molto più complicata del previsto…
Il mitico fascino della giovinezza torna a colpire anche in due lungometraggi d’ispirazione letteraria. Uno è El cónsul de Sodoma di Sigfrid Monleón, racconto romanzato della comunque romanzesca esistenza del poeta spagnolo Jaime Gil de Biedma (1929-1990), che protetto dall’alta posizione sociale riuscì a non finire in galera sotto Franco malgrado la meritata fama di oppositore antifascista e di omosessuale molto praticante. A non perdonargli la spericolata vita erotica fu invece l’Aids, che lo portò alla tomba quindici anni dopo la morte del generalissimo. La narrazione è sapientemente infarcita dei suoi splendidi versi, che saranno certamente una sorpresa per chi già non li conoscesse. È invece la trasposizione cinematografica di un omonimo romanzo Gigola di Laure Charpentier, che nella Francia degli anni Settanta si vide censurare il libro e potè pubblicarlo solo nel 2002. Il film è arrivato poi l’anno scorso e sviluppa con ironia surreale una torrida e romantica vicenda di malavita lesbica ambientata in una improbabile Parigi degli anni Sessanta che sul piano estetico è retrodatata a trent’anni prima. Del ricco cast fanno parte le muse almodovariane Rossy De Palma e Marisa Paredes, oltre a una Marisa Berenson sopravvissuta a ogni lifting.
Ci allontaniamo un po’ dall’atmosfera giovanilista solo passando alla sezione documentari, ma per scoprire in fondo che la vecchiaia non è che una gioventù vista retrospettivamente. Si sperimenta la duplicità angosciosa e insieme confortante di questa constatazione vedendo scorrere le immagini di We Were Here di David Weissman, commovente rievocazione dell’epidemia di Aids che sconvolse la comunità gay di San Francisco negli anni Ottanta. E anche guardando Essere Lucy di Gabriella Romano (Italia 2011): l’incredibile, drammatica e avventurosa vita di una transessuale ultraottantenne ma ancora più che pimpante narrata da lei stessa.
Il Festival, organizzato come sempre dal Cig Arcigay di Milano sotto la direzione artistica di Giampaolo Marzi, presenta anche quest’anno un centinaio di titoli tra lunghi e corti. E ha come ormai tradizione rodati eventi collaterali nel salotto letterario “Brain & Sexy” condotto da Diego e La Pina, nei raffinati dj set di MusicOnTheSteps che accompagnano il pre o post film sul sagrato del Teatro Strehler e nell’assegnazione del premio Queen of Comedy in collaborazione con il canale satellitare Mtv Comedy Central.