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Soffia un vento di libertà, in Nordafrica e in Medio Oriente, e ogni tanto anche l’anima più progressista dell’Europa rialza la testa: il 7 aprile il parlamento europeo ha votato a maggioranza una relazione che impegna gli stati membri a riconoscere particolare attenzione a quei migranti che fuggono dai paesi coinvolti nelle insurrezioni a causa del loro orientamento sessuale o per l’dentità di genere, in quanto “richiedenti asilo con bisogni speciali”.
Tutto è cominciato il 17 dicembre del 2010 in Tunisia, quando il fruttivendolo Mohamed Bouazizi si è dato fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid per opporsi al taglieggiamento continuo subito da parte della polizia. Il suicidio di Bouazizi ha provocato, a catena, un’ondata di sommosse popolari che ancora infiammano buona parte dei paesi arabi, fin lì retti col pugno di ferro da satrapi perlopiù anziani incapaci di far progredire stati corrotti e sclerotizzati, spesso con la complicità degli eserciti nazionali.
A gennaio dalla Tunisia le proteste sono arrivate in Algeria, poi in Egitto. Intanto il dittatore tunisino Ben Ali è fuggito e subito dopo si è dimesso il presidente egiziano Mubarak, lasciando il potere all’esercito. Le proteste in Libia sono arrivate inaspettate di lì a poco, con la risoluzione dell’Onu e l’intervento militare occidentale che ancora non riescono ad avere ragione della controffensiva di Gheddafi. Anche le popolazioni di Yemen, Siria e Bahrein si sono unite alle proteste, suscitando la risposta violenta dei loro governanti.
Sono più di duecento milioni gli abitanti dei paesi arabi che si sono ribellati ai loro tiranni. Tra di loro, i cittadini omosessuali sono una minoranza particolarmente attenta a quel che potrà accadere dopo la caduta dei dittatori. Da questi sono stati perseguitati e incarcerati, ma in alcuni casi anche tollerati quando se ne stavano ben nascosti e mantenevano “discrete” le loro relazioni, per lo più intrecciate attraverso la zona franca del web. Ora le incognite si moltiplicano, poiché su tutte queste rivoluzioni aleggia lo spettro dell’integralismo religioso, che potrebbe peggiorare di molto l’esistenza delle comunità arabe glbt: il tragico esempio delle esecuzioni capitali degli omosessuali nella Repubblica Islamica d’Iran è lì a ricordarcelo.
Guardando le condizioni di vita di gay e lesbiche un attimo prima che avvenissero le sollevazioni popolari, c’era poco da stare allegri: in ogni paese coinvolto la repressione dell’omosessualità è una costante dolorosa, attuata attraverso un’interpretazione tradizionalmente bigotta dell’Islam e da specifiche leggi punitive. In Marocco per i gay c’è il carcere fino a tre anni e un’ammenda per gli “atti libidinosi o innaturali con individui dello stesso sesso”. In Algeria e Tunisia c’è la prigione fino a tre anni rispettivamente per “chiunque sia colpevole di atto omosessuale” e per “sodomia” anche tra adulti consenzienti. La Libia di Gheddafi comminava fino a cinque anni di carcere ai responsabili di “rapporti (anali) con una persona con il suo consenso”. L’Egitto di Mubarak non aveva una determinata giurisdizione contro l’omosessualità, ma una norma antiprostituzione è stata usata più volte contro i gay sorpresi nell’atto di compiere “atti immorali”. Il caso più noto è quello del processo-farsa collettivo intentato contro i 52 uomini gay arrestati nel 2001 al Cairo, a bordo del locale galleggiante Queen Boat, 23 dei quali sono stati condannati a tre anni di prigione.
Nello Yemen gli atti omosessuali sia tra maschi sia tra femmine vengono di solito puniti applicando la sharia, la Legge di Dio, che prevede di ardere vivi, gettare da una rupe, frustare a morte e lapidare gli autori di quegli atti, a seconda dei vari gradi di colpevolezza. L’articolo 520 del codice penale della Siria punisce invece “ogni relazione sessuale non naturale” con la prigione fino a un massimo di 3 anni. Nel Bahrein arriviamo addirittura a 10 anni di carcere per reati di sodomia.
Secondo lo scrittore gay marocchino Abdellah Taïa, intervistato da Panorama.it, i moti popolari ai quali stiamo assistendo in Nordafrica e Medio Oriente sono anche, a tutti gli effetti, una rivoluzione gay: “I dittatori arabi hanno finora impedito alle persone di ottenere la dignità. (…) La rivoluzione araba (…) consentirà la liberazione di tutti, eterosessuali e omosessuali. Usciremo dalla schizofrenia, da questi codici che ci impediscono di essere noi stessi”. Striscioni e slogan che inneggiavano all’emancipazione dei cittadini gay e lesbiche si sono visti in Marocco e soprattutto in Egitto, in Piazza Tahrir, luogo simbolo delle proteste egiziane ma anche, prima che scoppiassero i disordini, il posto preferito dagli omosessuali del Cairo per incontrarsi e “battere”.
La “rivoluzione di Twitter” che tanto ha meravigliato gli osservatori occidentali è anche il primo esperimento di massa dove social network, microblogging e chat, strumenti preferiti dai giovani gay per conoscersi e comunicare, soprattutto in paesi dove associarsi tra omosessuali è vietato, sono stati usati durante i giorni più caldi per diffondere le informazioni sulle proteste tra un gran numero di persone che già avevano familiarità con le relazioni digitali. Che però, da sole, non bastano a creare una vera e propria opposizione politica strutturata. La quale, prima o poi, dovrà occuparsi della transizione verso governi auspicabilmente democratici e avrà bisogno, per essere davvero efficace, di una gerarchia e di una disciplina ferree, piuttosto ardue da ottenere chattando su Facebook.
La protesta popolare araba ha avuto il pregio di essere generalmente spontanea, slegata da qualsiasi partito poltico; di essere laica e difficilmente manipolabile da interessi particolari. Ma questa è anche la sua maggior mancanza: una volta che il dittatore l’hai mandato via, chi ci metti al suo posto? Gli analisti politici più disincantati prospettano per i paesi in rivolta – con le opposizioni tradizionali, soffocate per decenni, incapaci di farsi alternativa politica – un futuro funestato dalla guerra civile e dal ritorno dell’autoritarismo, magari di stampo integralista islamico. È solo un timore degli europei o si tratta di una possibilità concreta?
Malek, studente di marketing tunisino interpellato via chat, ha 20 anni, è gay e sull’argomento è piuttosto pessimista: “Sì, penso che nei paesi del Maghreb in rivolta ci sia uno spostamento verso il fondamentalismo religioso: gli islamici sono sempre più numerosi e la loro influenza sulle persone è sempre più efficace. E poi rubano e aggrediscono le donne, costringendole a mettere il velo. Dietro a tutto questo c’è il finanziamento all’integralismo da parte dei paesi islamici più estremisti”. Malek ha fatto coming out con la madre e con i suoi migliori amici, e sotto il regime di Ben Ali andava tranquillamente in giro per le strade di Tunisi a battere. “Però discretamente”, precisa. I gay più effeminati e chiassosi al massimo venivano insultati dai passanti, mentre ora gli omosessuali “hanno timore a uscire di casa perché i fondamentalisti ci assalgono per strada, fanno propaganda e diffondono la paura. Nonostante questo, noi tunisini speriamo davvero che il nostro resti un paese laico e che i gay vengano lasciati in pace, nel rispetto della fede di ciascuno”. Anche il conterraneo Kahled, 35 anni, dubita che la situazione dei gay possa migliorare, con un cambio di governo: “In Tunisia la vita rimarrà la stessa, perché l’oppressione dell’omosessualità ha radici religiose, non politiche”.
Il marocchino Rachid Moughni è molto più fiducioso che la cacciata dei dittatori porterà un cambiamento positivo. Ha 37 anni, da 16 vive in Toscana ed è il rappresentante italiano dell’associazione Kifkif (“uguale”), una rete – con sede principale a Madrid – di gruppi gay organizzati attorno a vari siti web di informazioni, notizie e servizi sanitari e legali dedicati agli omosessuali marocchini e, più in generale, al mondo glbt arabo. “I nostri scopi principali”, spiega, “sono quelli di informare la società marocchina sull’omosessualità, cercando di far capire che non siamo malati o perversi; aiutare i ragazzi gay in difficoltà e se possibile abolire le leggi marocchine che criminalizzano l’omosessualità. Ma anche organizzare feste e incontri culturali”. A proposito di quel che accadrà dell’area maghrebina, dice che “l’Islam non è mai stato un ostacolo per la democrazia, basta guardare a paesi come l’Indonesia o la Malesia. Anche la Turchia è governata da una specie di ‘democrazia musulmana’ e nonostante ciò ha una crescita economica da far impallidire l’Europa, senza perdere il suo dinamismo, la sua creatività e la sua inventiva. Però sono convinto che occorra separare la religione dallo stato, dobbiamo creare paesi laici. I fanatici islamisti sono veramente una minoranza che non arriverà mai al potere, mentre penso che i ragazzi della rivoluzione siano persone che hanno studiato, amano la vita e la modernità, hanno fatto le loro lotte attraverso i mezzi tecnologici più sofisticati, vogliono davvero modificare la loro società”.
E non solo i marocchini, secondo Rachid, dovrebbero cambiare mentalità: “Gli italiani gay sono male informati sulla realtà al di là del Mediterraneo, l’immagine del Marocco che hanno è quella di una meta turistica sessuale. Vanno ad Agadir, a Marrakech perché ci sono dei bei ragazzi e si scopa facile. Questo mi dà fastidio, è come andare a fare la spesa. E poi gli italiani che vanno lì sono potenti, pagano le marchette… Col mio sito voglio spiegare agli italiani che non ci sono solo ragazzi in cerca dei loro soldi, ma gente che sta rischiando la galera per avere diritti, è una generazione che sta lottando con fatica”.
Non è impegnato politicamente e vive a Milano da parecchio tempo, ma torna in Egitto ogni due anni: Jimmy ha 34 anni e ha lasciato la professione di avvocato per diventare, qui in Italia, un parrucchiere. Non ha detto ai genitori di essere gay e per ora accetta il tacito accordo che in famiglia non se ne parli. Si professa cristiano e forse, per questo motivo, ha paura del fondamentalismo islamico. “Noi cristiani”, afferma, “in Egitto siamo una minoranza, temo che questi disordini faranno il gioco di Al Qaeda. I miei parenti mi raccontano che la caduta di Mubarak ha liberato molti detenuti che adesso gettano scompiglio nei villaggi”. Allo stesso tempo ha grande rispetto per i suoi concittadini che si stanno ribellando: “Questa nuova generazione di egiziani è molto più aperta e informata della mia, era solo questione di tempo perché si sollevassero. Credo che anche i giovani gay faranno strada, e si ribelleranno all’ipocrisia di molti omosessuali che per paura si sposano e fanno figli, continuando a far sesso con gli uomini. A me poi è successo di essere stato violentato, a nove anni, da un amico di famiglia. Succede spesso, in Egitto, ma nessuno ne parla, perchè le vittime di stupri sono terrorizzate”.
Latif ha 28 anni, fa il manager e vive in Siria, dove la situazione per i gay è molto simile a quella dei paesi arabi vicini: darsi appuntamento in chat per scopare discretamente nei bagni pubblici o nei parchi, tenendo nascosto a più gente possibile il proprio orientamento, è la ricetta giusta per non avere grane. Latif non pensa che la situazione possa migliorare, con un presidente diverso da Assad. “La vita infernale che facciamo qui dipende dalla società retrograda, più che dal governo. Dovremmo prima di tutto cambiare la mentalità gretta dei siriani che credono che i gay siano peccatori e che l’omosessualità sia contro la volontà di Dio”. Nonostante questo, è fiducioso sull’esito delle rivoluzioni nel Maghreb: “In quei paesi è forte l’influenza della cultura francese, gli islamisti radicali non sono maggioranza. Questo è proprio il momento storico nel quale l’Islam ha bisogno di dare al mondo un’immagine di sé rassicurante, è la grande sfida di queste rivolte. Quel che dico forse non vale per la Libia, che è proprio in una situazione unica”.
Si capisce anche dall’estrema difficoltà con la quale riesco a scovare qualche gay libico che voglia farsi intervistare, che la Libia è rimasta isolata dal mondo per troppo tempo. Ce lo conferma Taslim, 38 anni, il quale ha fatto coming out solo con tre amici: “Qui la vita gay è difficile, se lo dici sei segnato per sempre, ti mettono in un angolo e perdi il lavoro. Prima dell’attacco militare dell’occidente eravamo clandestini, ora lo siamo anche di più. Ci rimane solo internet, per comunicare tra noi. La Libia è totalmente diversa dai paesi vicini. Come andrà a finire, questa guerra, solo Dio lo sa. L’Islam fa parte integrante della nostra vita, ciò non significa però che si debba andare per forza verso il fondamentalismo islamico”.
Concludiamo con l’opinione di un osservatore esterno, capitato quasi per caso nel bel mezzo dei tumulti di Piazza Tharir, raccontati dalle frequenze di Radiopopolare. Si tratta di Julian McKinnon, studente gay napoletano al Cairo: “La partecipazione di gay e lesbiche era evidente. Soprattutto queste ultime, che in Egitto rappresentano una doppia vergogna, come donne libere e come lesbiche. Per adesso le priorità del mondo glbt sono altre, sono quelle di tutti gli egiziani: ottenere libertà e dignità con un governo democratico. I diritti gay verranno di conseguenza, ne sono convinti tutti”. C’è il rischio di una deriva fondamentalista? “Posso dire solo che nel movimento di protesta ci sono delle contraddizioni. Coi miei occhi ho assistito a una manifestazione di donne per l’8 marzo, che sono state aggredite e molestate da diversi uomini che passavano e dai soldati. Direi che la strada dei diritti civili per tutti è ancora lunga e difficile”.