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Guai a dirgli che sta recitando en travesti, peggio ancora ipotizzare azzardati paragoni cinematografici in materia (un colpevole blog ha attirato le sue ire). Al massimo sono tollerati riferimenti al surrealismo di Copi che però dichiara di non conoscere. Filippo Timi è autore, regista e interprete di Favola, in cui si cala nelle vesti di una casalinga americana degli anni Cinquanta. “Il mio personaggio è una donna: il travestitismo non c’entra per niente. Lo spunto mi è arrivato dalla visione del film La bocca del lupo (v. Pride n. 138) di Pietro Marcello, storia di un grande amore tra un carcerato e una trans”. Trentasette anni, perugino, attore di indiscusso talento cresciuto sotto l’egida di Giorgio Barberio Corsetti per la cui compagnia ha interpretato in teatro ruoli da far tremare i polsi come Satana, Orfeo, Woyzeck e Perceval. Diretto dallo stesso regista, cinque anni fa Filippo si mette in gioco da solo con il monologo La vita bestia, tratto dal suo libro Tuttalpiù muoio. Prima il libro e poi la pièce (“vomitata dal cuore”) fanno grande scalpore, dato che il giovanotto racconta, in maniera più o meno romanzata ma senza censure le vicende del suo alter ego Filo: famiglia, problemi fisici ma soprattutto una spericolata vita sessuale, iniziata da etero e poi, dopo una drammatica prima volta sotto forma di stupro, virata verso la bisessualità e con temporaneo transito nei rapporti mercenari. È stato proprio in occasione dell’uscita del libro che per la prima volta abbiamo incontrato Filippo, presto destinato a diventare celebre attraverso il cinema. Dall’apparizione in Saturno Contro di Ozpetek, attraverso lo struggente In memoria di me di Costanzo, Come Dio comanda di Salvatores e La doppia ora di Capotondi, fino a Vincere di Bellocchio in cui interpreta un sanguigno e machissimo Benito Mussolini con visione del suo apprezzato fondoschiena senza veli. In parallelo ha coltivato la vocazione di scrittore, dando alle stampe E lasciamole cadere queste stelle, un viaggio all’interno della galassia femminile, e Peggio che diventare famoso che vede il ritorno del personaggio Filo destreggiarsi nell’effimero ambiente cinematografico. Il teatro rimane tuttavia il grande amore di Timi e dato che Amleto mancava nel suo curriculum, un paio di stagioni fa ne ha operato un’originale rivisitazione con Il popolo non ha pane? Diamogli le brioche nel quale divideva le sue grazie tra una fanciulla e un ragazzo. Per saperne di più sull’’ultima avventura che ha intrapreso, lo aspettiamo dopo lo spettacolo al teatro Franco Parenti di Milano.
In maniera autoironica, ti definisci spesso un cinghialone: com’è stato allora perdere i peli sia praticamente che metaforicamente?
Un dolore inaudito, morale e fisico: fare la ceretta fa un male tremendo. Guardarmi le braccia senza i peli mi fa sentire strano. Dopo aver interpretato ruoli molto forti come Mussolini e il padre nazista nel film di Salvatores, mi sono chiesto quale poteva essere la prossima sfida attoriale. La risposta è stata quella di provare a essere incisivo attraverso un ruolo femminile. Non una caricatura ma una donna vera, che doveva andare proprio all’opposto di quei personaggi così orientati verso il machismo, quindi una donna anni Cinquanta era l’ideale.
D’accordo per la scelta al femminile, ma perché quegli anni tanto bistrattati?
Perché avevo voglia di riscoprire un linguaggio che non fosse scaduto come è oggi quello della televisione, dove tutto viene buttato in faccia a livello quasi pornografico, e mi sembrava più scandaloso cercarne un altro senza alcuna parolaccia, in questo senso gli anni Cinquanta erano perfetti.
Come autore qual è stato il percorso con cui hai strutturato la pièce?
Ho creato due atti in cui metto in mostra un mondo in cui va tutto bene e negli altri due si scopre invece che dietro a quel mondo perfetto c’è un vero sconvolgimento: gli eventi portano a un climax che non si dovrebbe rivelare. Ho voluto creare un tabù e solo alla fine svelarlo. Mi fanno incazzare quelli che lo vanno a spifferare e poi magari mi paragonano a Almodóvar o Copi: io sono io e basta.
Fare paragoni con altri è un conto e parlare di atmosfere è un altro…
E si sbaglia comunque, perché le atmosfere sono prese da Hitchcock, evidentemente anche Copi ha preso da Hitchcock: andiamo a monte. Allora anche Ozon per 8 donne e mezzo si è ispirato a un film di Cukor, come ho fatto io, vedendo il suo meraviglioso Donne. Invece di fare i riferimenti più prossimi, bisogna studiare e andare alle fonti. Questa è semplicemente una commedia anni Cinquanta sugli anni Cinquanta in cui ti siedi, sorridi e spero ti commuovi.
Di sicuro a quei tempi il personaggio del marito omosessuale sarebbe stato censurato…
Certo, però anche il cinema di oggi affronta il tabù e penso a Far from Heaven con Julienne Moore. Allora si sublimava tutto ma ai giorni nostri i tabù li puoi rendere più espliciti.
Come si colloca questo personaggio nel tuo attraversamento tra i generi e mi riferisco al libro dedicato alle donne?
Un conto è scriverne e un conto è per un attore incarnare la cosa più distante da te: conoscendomi e guardandomi, tutto sono tranne che femminile e anni Cinquanta, come fisico e energia. Inoltre il tema dell’emancipazione è più che mai attuale: le donne che ritornano a manifestare rivendicando la loro dignità è cosa di queste settimane. In quegli anni le donne venivano considerate oggetti, cosa che oggi non è poi molto cambiata se guardiamo le cronache.
Questo personaggio ha portato qualcosa in più nella ricerca della tua componente femminile?
Sì, mi ha portato a capire che per quanto io possa essere sensibile a un’indignazione, sono e rimango un uomo e credo che non ci arriverò mai a capirla, a causa di un limite genetico-storico. Però questa presa di coscienza è stata importante e mi ha spinto a scendere in piazza a fianco delle donne.
In Favola, sono con te Lucia Mascino e Luca Pignagnoli che ti erano compagni anche nella tua rivisitazione dell’Amleto...
Lavoriamo molto bene e ho il progetto di creare una mia compagnia: è bello crescere insieme. A un certo punto della carriera ci si deve confrontare con l’Amleto e io l’ho voluto fare a modo mio, elaborandolo in quattro anni: una commedia amara, un gioco sull’essere e non essere, in scena e fuori dalla scena, un abisso con schegge di follia. È stata di certo anche una svolta professionale, cimentandomi al tempo stesso con drammaturgia e regia. La cosa bella è che sia accaduto, trovando il teatro che lo ha prodotto, lasciandomi carta bianca su tutto. È giusto così: ho 37 anni e voglio il potere (di poter fare cose mie che mi piacciono)! Speriamo di farne altre, sempre più scandalose e sempre più vive, per contrastare tanto teatro morto che non dovrebbe più esistere.
Ti ho conosciuto emergente e ti ritrovo attore di successo: possiamo dire che la vita ha ben compensato i problemi legati alla vista e alla parola di cui con franchezza hai messo a parte i lettori nei tuoi libri?
Guarda, già il fatto di poter fare un lavoro che ami e scegliere che progetti fare è un grande privilegio. Quando incontro la gente nella quotidianità, riconosco subito quelli che fanno un lavoro gratificante e quelli che invece lo detestano. Poi certo bisogna combattere perché la vita è complicata però questo è un regalo enorme. Più mi sento fortunato, più sono spinto al dovere etico di fare scelte sensate, non legate alla semplice fama o ai soldi.
Hai affermato che l’amore tra due uomini è impossibile perché non c’è contratto: lo pensi ancora?
Dai, era una provocazione! Non so più come spiegarlo. Credo a San Francesco: ama chi vuoi e fa ciò che vuoi. Basta, non deve essere più un problema, non bisognerebbe neppure porselo, non esiste. Ognuno ha un cuore, il proprio cuore va, più libero è meglio è, perché ti deve dare gioia. Se è un cactus che ti dà gioia, allora ami un cactus. Me ne frego della società. Ovvio che qualsiasi forma d’intolleranza è sbagliata, di qualsiasi genere, però quando vai a dormire con un uomo o donna che sia non vai a dormire con la società, ma con la persona a cui vuoi bene. Poi è chiaro che bisognerebbe inculcare sin da neonati che siamo tutti uguali e tutti facciamo la cacca: neri, blu, gialli, etero, trans, lesbiche e gay. Questo principio basilare è l’unico principio, non ne devono esistere altri. Mi sembra quindi una follia quando accadono intolleranze di qualsiasi segno.
Dicevi anche che non eri mai riuscito ad amare per davvero un uomo o una donna: è finalmente successo?
Ma saranno cazzi miei… Il privato è bene che resti privato, non te lo dirò mai perché è ingiusto nei confronti dell’amore. È come dire “faccio una cenetta romantica a due ma aspetta un attimo che chiamo per dirlo al mondo”. No, le mie cene tête-à-tête sono solo mie!
Finiamo in frivolezza. Quando, vittima di un altro attacco narcisistico, mostrerai le chiappe su una rivista italiana come hai fatto su Butt?
Meraviglioso. Ma non sapevo sarebbero andate a finire su Butt. Me le ha proposte un’amica fotografa e mi ha portato sul set indumenti assurdi, compreso un paio di slip bucati. Un peccato di gioventù ma mi sono divertito un sacco: tutto molto rock. Comunque in parecchi film mi hanno chiesto di mostrarle: evidentemente ho un bel culo!