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Essere giovani non è facile se si vive in Italia, dove il tasso di disoccupazione per chi ha tra i 16 e i 30 anni è il 30%, il più alto d’Europa. Se poi si è anche gay e si vuole pure essere genitori le difficoltà diventano insormontabili, dal momento che ci si ostina a discriminare legalmente tutte le famiglie non conformi all’idea di famiglia della chiesa cattolica e di conseguenza del governo italiano. E così, visto che non si intravede all’orizzonte nessuna rivoluzione (dei gelsomini o di altre varietà di fiori), non rimane che rifugiarsi in una realtà parallela, un mondo di fantasia dove si può essere gay e padri di una bella bimba immaginaria, inventarsi situazioni utopiche e provare a resistere alla fredda e ostile realtà che ci circonda esercitando l’ironia. È quello che cerca di fare Michele, il protagonista di questo romanzo, un trentenne plurilaureato che in un solo giorno perde un caro amico che si è suicidato e si trova senza lavoro perché non gli viene rinnovato il contratto a termine che gli permetteva di sopravvivere (non si può dire che viene licenziato, perché per essere licenziati bisogna essere stati assunti e per la maggior parte dei giovani italiani l’assunzione è ormai solo un miraggio).
All’inizio della storia il nostro eroe, che vive a Bologna, è così alle prese con la sua famiglia acquisita (i suoi amici Paolo, Luca, Donatello e Fabio), con l’organizzazione del funerale di Francesco, l’amico scomparso, con la ricerca di un lavoro che gli permetta di pagare almeno l’affitto del monolocale in cui abita, “poco più grande di un garage”. E deve pure andare, come fa almeno una volta al mese, al suo paese d’origine a trovare la sua famiglia biologica dove lo aspettano una madre e un padre premurosi ma fondamentalmente estranei, una sorella tutta presa dal suo essere nuovamente incinta, un cognato che si ingozza nervoso, desideroso solo di tornare presto alla pace di casa sua, uno zio “speciale”, perché completamente perso in un mondo tutto suo e una nipote pestifera che gli ripete con divertita e affettuosa crudeltà “tanto lo so che sei gay”. E come se non bastasse, deve pure incontrare un vecchio compagno di scuola, un tempo compagno di giochi erotici, ora triste marito e padre, che lo aspetta per fare sesso con lui, perché con la moglie proprio non funziona.
E questo è solo l’inizio delle avventure e disavventure del nostro “ragazzo perbene” che trascina i suoi giorni in una Bologna tondelliana dal misterioso fascino, ma molto più ipocrita e chiusa di qualche decennio fa, che di notte diventa “un grande bordello all’aperto nascosto dal buio” con le vie riconoscibili a seconda delle categorie che vi battono: c’è la zona travestiti, la zona marchette per uomini dove lavora l’amico Donatello, la zona prostitute nigeriane, la zona transessuali e via di seguito. “Ci trovi di tutto: dal ricco solo, che pensa di poter abbagliare qualche ragazzo con la sua Maserati turbo, al camionista che fa una pausa lavoro e strappa qualche minuto al piacere senza lasciare mai la cabina del suo camion. Tutta gente conosciuta, tutte facce viste decine di volte in altri luoghi, impegnati a mettere in mostra la propria rettitudine e le proprie qualità. Li trovi tutti qui, appena cala la notte…”.
La storia di Michele procede tra innamoramenti non corrisposti o comunque sbagliati (per il bel Gabriele che lo vuole solo come amico o per l’inquietante Stefano, legato morbosamente a un passato di cui non riesce a liberarsi), incomprensioni dei suoi amici e della sua famiglia d’origine e frustranti esperienze lavorative (a vendere assicurazioni sulla vita, a rispondere a telefonate erotiche presso una hot line, a reclamizzare – lui che è vegetariano – orribili crocchette di pollo presso un supermercato) fino a una serie di sorprendenti colpi di scena che fanno evolvere la vicenda verso un finale un po’ da telenovela, ma divertente e liberatorio.
Il romanzo, esordio narrativo di un giovane autore, rappresenta bene, con leggerezza e ironia, le inquietudini di tutta una generazione alle prese con i problemi di sempre, resi più gravi dalla precarietà del lavoro e dall’involuzione sociale, civile e culturale che rende sempre più invivibili e fredde le nostre città.