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Disgusto e umanità sono disposizioni emotive opposte, come il no e il sì, che ispirano idee e linee d’azione alternative e cruciali per il senso che ci è lecito attribuire alla parola democrazia. Lo sostiene Martha C. Nussbaum, una delle più celebrate intellettuali viventi, in un rasserenante libro dedicato alle ragioni del confronto sull’uguaglianza giuridica di gay e lesbiche: Disgusto e umanità, appena pubblicato in italiano da il Saggiatore nella traduzione di Stefania de Petris e con un saggio introduttivo di Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo. Un testo che si addentra nei meandri del diritto costituzionale statunitense, pur rimanendo leggibile anche per i non addetti ai lavori, e che si riferisce a una storia culturale non perfettamente sovrapponibile alla nostra. Eppure parla anche a chi vive e legge in Italia e la sua pubblicazione nel nostro paese costituisce nel suo piccolo un evento importante.
Il disgusto verso gli omosessuali, ci dice Nussbaum, nasce dal terrore della contaminazione e dalla proiezione sui gay (molto più che sulle lesbiche) di una serie di inconvenienti legati al carattere animale e mortale dell’umanità. Un fetido intreccio di liquidi organici “disgustosi”, potenziali epidemie e satanici rovesciamenti delle gerarchie patriarcali che costruiscono il cliché del fuorilegge omosessuale. Il sesso, indubbiamente, è anche “sporco”, contaminante e spiazzante, ma del tutto a prescindere dalle inclinazioni erotiche dei contraenti e con conseguenze perlopiù non molto gravi. L’operazione della politica del disgusto è trasferire la presunta negatività del sesso sugli omosessuali per allontanare dalle persone “normali” l’immagine della propria animalità, debolezza e mortalità. Esprimendo così una visione monca dell’esistenza ma soprattutto della democrazia. Questo il punto su cui batte come un pugile professionista Martha Nussbaum: se la costituzione ci dice che siamo tutti uguali di fronte alla legge, non c’è scappatoia alcuna. Escludere perciò una categoria di persone dalle condizioni di uguaglianza che consentono a ciascuno di perseguire la propria felicità in base a sentimenti irrazionali che si cristallizzano nel pregiudizio e nello stigma sociale è contrario ai valori costituzionali di una democrazia liberale.
Che qualcuno sia disgustoso per qualcun altro non significa niente per il diritto fintantoché, secondo la lezione di John Stuart Mill, non arreca un danno tangibile alla sfera della libertà altrui. E nel caso degli omosessuali il danno esiste solo nella mente degli omofobi, le cui argomentazioni, in un confronto pacato, risultano deboli quanto evidente appare la legittimità delle aspirazioni di gay e lesbiche a essere considerati cittadini come gli altri. Basta togliere loro di dosso le etichette svalorizzanti della tradizione eterosessista per scoprire che in realtà non sono poi così male. E qui Nussbaum, propone un passo in più: la politica dell’umanità. Un modo di intendere l’altro come uguale, nonostante le differenze, attraverso il rispetto. Che a sua volta è inscindibile da una componente di empatia, ovvero di capacità di immaginarsi nei panni dell’altro. Non è neppure necessario approvare le relazioni omosessuali o trovare interessante la cultura gay, è sufficiente riconoscere nei gay e nelle lesbiche la propria stessa umanità meritevole di rispetto. È questa la base minima per un’evoluzione sociale in grado di applicare il più estensivamente possibile il valore dell’uguaglianza. Come del resto, in una società multiculturale, accade tra i seguaci di diverse religioni che riescono a convivere felicemente malgrado le divergenze di natura teologica e pratica. L’autrice fa continui paragoni con le battaglie per la libertà religiosa e per i diritti dei neri e delle donne per mostrare con chiarezza che la piena cittadinanza per gay e lesbiche è un’evoluzione necessaria della democrazia americana, un fine che si sta realizzando sotto i nostri occhi sulle orme di inoppugnabili precedenti.
Guardando all’Italia, vien da dire che l’evoluzione necessaria sarebbe l’adeguarsi finalmente agli standard di civiltà europei, ma nell’attesa non passiva che ciò avvenga possiamo dire che Disgusto e umanità offre interessanti spunti di riflessione. È un testo che ci si augura leggano in particolare i professionisti del diritto, perché mette gentilmente il dito su diverse lacune caratteristiche della nostra dialettica legale. A cominciare dall’astrattezza del soggetto giuridico, che si rafforza con il procedere dei livelli di giudizio, e della retrostante mancanza di immaginazione (per non dire dell’empatia) di chi è incaricato di interpretare e applicare la legge. Le persone in carne e ossa e la loro aspirazione alla felicità spariscono facilmente sullo sfondo, come dimostra in modo esemplare la recente sentenza della corte costituzionale sul matrimonio gay, che pur riconoscendo la legittimità teorica delle unioni tra persone dello stesso sesso si è di fatto comportata come Ponzio Pilato demandando tutto a un ipotetico intervento del parlamento sovrano sulla questione. Il libro di Martha Nussbaum ci ricorda che il potere giudiziario non ha un ruolo puramente tecnico nel confronto civile ed è un suo preciso dovere intervenire quando sono in gioco i principi costituzionali di libertà e uguaglianza. La tradizione americana, che ha nella corte suprema degli Stati Uniti la fondamentale istanza di ratifica dei cambiamenti sociali, è naturalmente più favorevole all’esercizio di questo ruolo civico da parte della magistratura. Ma un po’ di coraggio, di partecipazione umana e qualche aggiornamento culturale di tanto in tanto non sono vietati neppure dalla nostra costituzione.