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Cosa ci lascia in eredità questo Europride romano, già mitico prima ancora di diventare passato e certamente destinato a sopravvivere a lungo nel milione di memorie personali di chi l’ha vissuto in diretta? Innanzitutto la soddisfazione di aver partecipato al più grande evento glbt mai organizzato in Italia, con presenze grosso modo raddoppiate rispetto al favoloso Worldpride del 2000 che passa così al secondo posto nella “hit parade” dei pride. Certo questa volta non c’era la consapevolezza quasi eroica di aver vinto alla grande una sfida sulla carta quasi impossibile, né l’illusione di aver cambiato il mondo in un attimo con un singolo gesto di rivolta. Per molti e molte di noi non era più un elettrizzante debutto, e c’è da dire che i pride nel corso del tempo si sono un po’ imbalsamati in una formula standard che li rende un tantino ripetitivi come tutti i riti. Per giunta l’esaurimento della vena creativa risulta accentuato da un’inesorabile perdita di rilevanza del fattore eccesso. Da una parte sicuramente è che il mondo si è abituato a noi e al nostro particolare modo di manifestare la gioia di esistere, dall’altra è che siamo anche soggettivamente sempre meno trasgressivi. Stiamo diventando normali sul serio e un po’ di noia a questo punto sarà necessario metterla nel conto.
A salvarci dal rischio di precipitare diritti nel torpore ha pensato santa Gaga, entrata in scena all’ultimo minuto come un vero deus ex machina. È arrivata come si conviene volando, circondata da ali di body guard e di drag queen plaudenti, ha fatto quel che doveva e si è smaterializzata subito dopo. Una supereroina impeccabile. Così quello che rischiava di diventare un mezzo flop è diventato l’evento del giorno grazie al colpo di culo del secolo, ma sarebbe superficiale dare troppo peso al capriccio della fortuna. Non solo perché dietro l’apparizione di Lady Gaga c’è stato ovviamente un lavoro che non è giusto sminuire, ma perché quella mezzora scarsa sul palco del circo Massimo ha un senso che non ha nulla a che vedere con il caso. Il fatto che la regina del pop globale abbia imbracciato la bandiera rainbow e promuova in ambito direttamente politico, oltre che artistico, i diritti glbt ci dice in altro modo che siamo diventati mainstream. Un pop intriso di immaginario gay e di pensieri queer prende voce attraverso una creatura mutante, prodotta dalla definitiva relativizzazione dei generi, ed esercita la propria egemonia (avrebbe detto Gramsci) parlando al mondo nel pacato linguaggio della serietà. Per dirgli che il nostro è l’amore di tutti e che trionferà sull’ipocrisia e sull’oppressione. Senza toni provocatori, senza ballerini e musica a tutta, con la gravità di chi sa di comunicare un messaggio importante. Chi si aspettava performance graffianti o sberleffi al papa ha sbagliato completamente il pronostico. Chiudendo un occhio sul modellino di Gianni Versace che indossava, Lady Gaga a Roma sembrava più il Dalai Lama che l’irriverente popstar che ci allieta l’esistenza di solito. Soprattutto per i contenuti del suo discorso, che sarebbero stati perfetti anche a una cerimonia ufficiale all’Onu. È venuta “fuori servizio” a mostrare un altro lato del suo personaggio, quello che crede davvero che la piena conquista dei nostri diritti farà del mondo un posto migliore. Sia o meno tutta una strategia di marketing, come sostengono i più cinici, è un pensiero che non possiamo non condividere. Avere questa eccezionale ambasciatrice ci rafforza e ci dà la consapevolezza di avere compiuto un altro passo avanti.
Ciò detto non si vive di sola Gaga e bisogna registrare per converso che tutti i riflettori puntati su di lei hanno finito ovviamente per oscurare il resto. Così, se il principio generale non avrebbe potuto altrimenti passare in modo più forte e chiaro, sulle possibilità di praticarlo nella nostra realtà specifica riceviamo indicazioni meno confortanti da questo Europride. Un po’ come la carrozza che portava Cenerentola al ballo, a mezzanotte siamo ritornati zucca perché il bilancio politico della nostra battaglia è come sempre magro nel breve termine. Continuiamo a fare passi in avanti ma il traguardo non si vede mai. Il nostro boato per le strade di Roma ha fatto notizia ma non ha spostato di un millimetro le priorità dell’agenda politica del governo e nemmeno quelle del principale partito di opposizione. I problemi del paese sono sempre altri. Conforta aver visto in piazza tanti gay, lesbiche e trans giovanissimi decisi a proseguire la comune battaglia e suggerisce insieme la necessità di mettere a punto strumenti politici più efficaci per affrontarla. La nostra capacità di rilanciare l’iniziativa è determinante, anche se sappiamo che è più facile avere Lady Gaga gratis che convincere ad esempio Bersani a darci retta.
Un filo di speranza continua comunque a sostenerci, visto che Europride è stato per fortuna solo uno dei graditi episodi che si sono verificati di recente. Amministrative e referendum hanno fatto da cornice alla sfilata segnalandoci che anche qualcos’altro sta cambiando. Dopo molte batoste la partecipazione democratica si è risvegliata e anche in questo caso si tratta di mostrarsi all’altezza della sfida e di saper utilizzare al meglio le energie disponibili. Al di là del chi vince e chi perde tra gli schieramenti politici istituzionali, la posta in gioco può essere più interessante. Può riguardare una riconnotazione finalmente positiva della parola politica, come cosa pubblica rivolta all’interesse (se non al bene) comune, dopo tanta antipolitica che ha avvantaggiato solo i furbi. Una democrazia più consapevole e responsabile è quello che ci vuole per dare risposte adeguate alla nostra domanda di giustizia.