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“Morire…dormire…forse sognare….” : non so ben capire se, alla morte di Amy Winehouse sia più consono Shakespeare o il Ciao amore ciao di Tenco/Dalida, ma il dubbio è relativo solo alla lapidaria frase da marmorizzare nell’affollata galleria dei “Tutti morimmo a stento”, dei persi da vivi per sempre con l’aggravante di una memoria eterna di culto e adorazione. Di certo il suo è il miglior risultato, da anni a questa parte, in cui una star, senza costruirla come tale, vive una vita da sceneggiatura in cui s’incrociano talento e presunta ribellione agli schemi, stile borderline e macchina da soldi, “differenza” e “normalità”, in un gioco, con epilogo fin troppo prevedibile, di tregenda classica…
Pregio quantomeno discutibile ma perversamente affascinante lo ha, come sempre in Occidente, quell’ormai fracassato “capitalismo del mercato”, dove tutto, anche un’emozione autentica quanto una similare ma indotta, è capace di generare e far girare quattrini, in un mondo in cui diventa paradossalmente inutile continuare a selezionare il bello o il brutto, l’ingiusto o l’incredibile, tutto si può “capitalizzare”, lo abbiamo già fatto con Elvis, Marilyn, Michael, su Dalida ne è fin venuta fuori una fiction con la Ferilli(!), mentre ora tocca a Amy, che niente ha a che fare con la “trasgressione viziosa” di Kurt, Janis o Jimi: sulla sua vita da celluloide c’è già pronto un film (e qui il “mercato” supera anche l’attuale crisi economica americana quando, tra le candidate al ruolo, sventola la possibilità che sia Lady Gaga, più “acchiappadollari” delle alternative Keira Knightley Sienna Miller o, apriti diva, la pallidissima Scarlett Johansson); un album postumo con Quincy Jones; e peccato per la cremazione che se c’era anche una bella tomba da visitare quando si va in Inghilterra si può almeno far la doppia con quella di Lady D…Cinismo a palla, l’unico modo per svignarsela in fretta dal continuare a chiedersi il “perché” le sia accaduto di morire così, anche perché di perché non ce n’è uno che regga per tutti, è come il mistero della fede, non si discute si accetta, poi che ciascuno elabori a modo suo una personale versione, ben placato dal packaging di special tv e memories, è solo che auspicabile. Il pozzo dei desideri della vita di Amy è per ora senza fondo con uno scrigno ancora da riempire…
Morta sola, morta fatta, morta bevuta: un copione tanto lacero quanto già interpretato dieci cento mille altre volte e con i soliti ruoli (lei sensibile, il mondo no…): c’importa non ciò che se n’è andato ma l’eredità che lascia, il tocco che ha aggiunto e che può essere solo suo, come l’aver generato involontariamente o meno proprio non so, la multi-icona da viva, un capolavoro di assemblaggio certosino dove coabitano tante altre icone da tempo quasi immemore divinizzate dal gay touch. Se smembrassimo Amy ci troveremmo il corpicino minuto della Piaf insieme alla sua insana voglia di piacere all’uomo sbagliato, quelle tette matronali con scollatura alla “mediterranea” (Anna Magnani) poi divenute più sode e abbondanti dopo averle affidate al chirurgo plastico (come una divetta qualunque…). Ma sono il make-up e i capelli dove i particolari sono più vistosi e in comproprietà con altre. Quella traccia massiccia di eye-liner non guardava solo a un indefinito passato ma sembrava la fotocopia della Medea della Callas, non disdegnando un accenno alla primigenia Mina in Baby Gate, ma più di tutte, è la già citata Dalida all’anagrafe Jolanda Gigliotti, il suo riflesso postumo, la sua antenata gemella: e qui, oltre alla comune riga sugli occhi, mettiamoci anche un pizzico di romantico e malinconico sentimentalismo quando le pensiamo come nate infelici, come votate a una depressione perenne cui nulla e nessuno avrebbero potuto o saputo opporsi… Se la Gigliotti fece finta di allontanarsi da casa, dare libertà ai domestici e, finalmente sola, stendersi su un letto con il provvidenziale barbiturico, per Amy la messa in scena era già tale e non c’era bisogno di crearsi l’artifizio della solitudine, territorio ben frequentato dai famosi con troppa gente intorno per avere qualcuno veramente vicino: arrampicata sul trampolo con gamba incerta a sostegno, a darle forza come un Sansone donna, quell’enorme covone di paglia nera in eterno bilico sulla testolina di una donna spaesata che si autodefiniva un’ubriacona molesta. L’esatto contrario della sobrissima e inappuntabile madre di famiglia e regina del circo, come il suo “specchio”, a nome Moira Orfei… Poco importa verificare se è stato comune o meno l’uso dell’ovatta e se d’entrambe il vero colpevole sia il bulbo pilifero o un parrucchiere lui sì in stato d’ebbrezza, il risultato è stupefacente, senza poi considerare l’ultimo tassello, meno primordiale dei precedenti, a nome Siouxsie, la gay queen punkarola degli anni ’80, un’antesignana depositaria dell’esagerazione, almeno formale, quella che però, guarda caso, rimane impressa e ti fissa come eterna nel tempo (Moira, vera militante del camp praticato senza incertezze NON HA MAI CAMBIATO LA SUA IMMAGINE SUI MANIFESTI…) .
Legittimarsi diversi ed “esagerati” dall’omologo, promuovere se stessi con un lato estetico da “esibizione permanente”, o come scrisse Susan Sontag nelle sue Note sul camp, “…il camp può cancellare la moralità, neutralizza l’indignazione morale, l’essenza del camp consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato…”. Questo fa di Amy un vero monolite dell’insobrietà come unica destinazione possibile, dove mescolare talento e immagine e renderli eternamente sublimi è arte di pochi; lasciamo perdere i lamenti funebri da prefiche piangenti, è morta lei, non il suo simbolismo e non è morta per “mancanza d’amore” come qualcuno ha detto… Lei ha sempre saputo che Love is a losing game