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Sembra passata una vita da quando su queste pagine abbiamo parlato per la prima volta di omosessualità all’interno dei videoclip (A ritmo di musica, Pride n. 56, vedi anche L’omosessualità nei videoclip in Musica per i nostri occhi a cura di Domenico Liggeri, ed. Bompiani – 2007). Allora, eravamo nel 2004, si trattava per lo più di stilare un resoconto su una tematica ancora poco sviluppata in ambito musicale e visivo. Oggi, grazie alla maggiore diffusione di internet e di una tecnologia alla portata di tutti, che rende possibile improvvisarsi novelli registi con l’utilizzo di un iPhone o produrre musica con il proprio notebook, non esistono (quasi) più barriere per esprimere la voglia di libertà, la propria identità, magari con qualche goccia di trasgressività fino a ieri assolutamente censurata, soprattutto attraverso portali come YouTube, MySpace e social network quali Facebook e Twitter. Vero che se da una parte il materiale messo a disposizione dalla rete è moltissimo, risulta sempre più difficile saper cogliere tra tonnellate di spazzatura, un’idea originale se non geniale.
In Italia ci stanno provando da anni Flavio Magnani e Adriano Di Gaspero, curatori della fanzine Speed Demon, che per una decina d’anni, sul finire del secolo appena passato, sono stati pionieri nel proporre generi quali queer punk e queer core a un pubblico – quello italiano – ancora oggi legato a icone e stereotipi provinciali. La crisi del mercato discografico e l’avvento di internet hanno decretato la fine di molte riviste amatoriali che sono state a suo tempo una fonte preziosissima di informazioni per i fan di svariati generi musicali. La carta va in disuso, la passione no. Così i due fanzinari hanno deciso di continuare a setacciare il sottobosco della rete alla ricerca di artisti gay da proporre a un pubblico selezionato, ad esempio quello del Festival Mix di cinema gaylesbico e queer culture di Milano, dove da quattro anni a questa parte, vengono proiettati i video che secondo i fautori della queerzine si sono rivelati fra i più interessanti della passata stagione.
In ambito musicale, se la dance è la “musica gay” per eccellenza, è tuttavia nella scena queer punk americana e canadese degli anni ’90 che nascono gruppi rock che per primi hanno affrontato tematiche gay in modo approfondito, a dire il vero agli inizi con risultati artistici piuttosto mediocri, ma genuinamente caratterizzati dall’urgenza espressiva, come ad esempio i primi Pansy Division. A distanza di venti anni, la stessa energia, la stessa voglia di militanza è tenuta in azione soprattutto da band lesbiche, mentre i maschietti sono diventati più cantautorali e commerciali.
Gruppi come le Lezzies on Ecstasy (andatevi a vedere la loro She Likes To Party con la straordinaria partecipazione di Big Freeida, indiscussa “Queen Diva” della musica da strada di New Orleans, denominata Bounce Music), Box Squad e i più famosi MEN con la loro front leader JD Samson, mantengono nei loro testi una matrice politica difficilmente riscontrabile altrove. Tuttavia la maggior parte delle nuove generazioni sembrano più interessate a impressionare il pubblico con un clip variopinto ma alquanto povero di contenuti musicali (è il caso ad esempio delle Abstract Random paurosamente scontate nella loro Cowboy), mentre sono paradossalmente ancora le lesbiche stagionate a esprimersi senza inibizioni, come Gretchen Phillips, cantautrice texana che ancora oggi produce canzoni apertamente out degne di essere chiamate tali (per esempio Swimming). D’altra parte se l’elemento principale è solo il fatto di essere una homo/lesbo band, questo risulta un po’ riduttivo dal punto di vista musicale, soprattutto se imbracci la chitarra come se avessi in mano una scopa o se ti proponi su un palco con le basi registrate sul tuo iPod (nei concerti la musica non dovrebbe essere dal vivo?).
Restando oltre oceano sul fronte maschile ci pervengono gli Adonisaurus – due ragazzoni che sembrano uscire più dal pubblico fricchettone del Glastonbury festival piuttosto che da una sonnolenta provincia statunitense – e la loro sognante Head In The Clouds, in cui misticismo e fratellanza sfociano in un’inattesa esibizione omo.
Discorso a sé per i The Joans, band di Chicago che prende ispirazione e ragion di vita dall’attrice Joan Crawford e dalle sue cattiverie nei confronti della figlia adottiva Christina. Il loro singolo Joan Crawford Goes To Hell e relativo video è quanto di più camp ci è capitato di osservare negli ultimi lustri, deliranti e geniali al contempo.Per trovare un sinonimo europeo alla loro originalità, dobbiamo spostarci in Germania: Petra Flurr ci sorprende per il dissacrante Schnell Schnell in cui le fantasie bdsm prendono forma attraverso un sound elettro-punk ed un clip dal sapore smaccatamente trash.
E sebbene la dance si presti normalmente a un atteggiamento più spensierato, c’è chi come il francese Pierre Pascual ha pensato di esprimere la propria unicità attraverso un brano e un video inequivocabile: J’aime sentir ta bouche glisser (Mi piace sentire la tua bocca scivolare). Da Israele gli fa eco Arisa (no, non quella italiana, questo è un “ometto”, cercatelo su Facebook come arisa.party), che in fatto di originalità e spregiudicatezza (in Italia siamo lontani anni luce) vince la palma come la proposta più interessante degli ultimi anni; e se questa arriva da un paese dove fino a ieri l’omosessualità era considerata tabù… Il suo video per il pride di Eilat di quest’anno è un gioiellino di creatività come gli altri suoi clip dove campeggia sempre il mito del maschio mediterraneo.
Come scovare quindi tutto codesto cibo per la mente? Troppo comodo starsene seduti a guardare Mtv e le carrellate di video pop che trasudano pattume, muovete le chiappe, o meglio il mouse e scandagliate la rete. L’importante è non demordere, 1, 2, 3, vai con i Village People: “You Can’t Stop The Music, Nobody Can Stop The Music…”