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Yes, ja, oui, sim… in attesa di scambiare un “sì” tutto italiano, il matrimonio gay si celebra all’estero. C’è chi per esempio non si spaventa ad affrontare settemila chilometri per dire il suo “yes” a New York. Come Matteo Cavalieri (26 anni) e Matteo Giorgi (36), coppia gay bolognese che che alla fine di luglio ha voluto essere tra le prime a celebrare le nozze appena legalizzate nella Grande Mela. “Esattamente una settimana prima del nostro arrivo”, ci spiega Cavalieri, sono entrati in vigore i matrimoni gay nello stato di New York. Da tempo avremmo voluto sposarci e dopo sei anni di convivenza eravamo pronti a farlo. Pensavamo di organizzare la cerimonia a Las Vegas, per fare qualcosa in grande, ma quale migliore occasione di New York?”. Stando alle parole del novello sposo, convolare a nozze è addirittura facile, basta masticare un po’ di inglese: “Negli Usa il matrimonio è accessibile a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza o dal paese d’origine. Abbiamo compilato un modulo sul sito dell’amministrazione cittadina e, muniti di passaporto, ci siamo recati nel municipio decentrato più vicino all’abitazione di una amica che ci ha ospitato per questa vacanza-matrimonio. Lì ci hanno dato l’autorizzazione a sposarci. Abbiamo cercato poi un cerimoniere, che è una persona autorizzata dal comune a celebrare, e abbiamo scelto noi il luogo nel quale sposarci”.
Negli Usa si può, molto civilmente, scegliere il luogo che ciascuno considera più adatto per sposarsi, sia esso l’angolo di una strada o la cima dell’Empire State Building o, ancora, un parco. I due Mattei hanno scelto la spiaggia di Atlantic Beach perché il più giovane sognava un matrimonio scalzo: “La cerimonia è stata in italiano, l’officiante era italo-americano, ma per legge il ‘sì’ è stato uno ‘Yes, I do’ sotto gli occhi di due testimoni. Vestivamo due splendidi smoking, e sulla spiaggia c’erano le fiaccole… una scena un po’ da film. È stato emozionante e i festeggiamenti sono stati molto semplici: hanno partecipato due mie cugine di Toronto e poi via in centro a New York a bere qualcosa”.
I due sono tornati in Italia, le fedi al dito, pronti a dare battaglia: “Ho conosciuto mio marito quando avevo 19 anni ed è il grande amore della mia vita e una certezza. Dopo sei anni ci è sembrato giusto e doveroso coronare il nostro sogno con una promessa che vale tutta la vita. In Italia ci batteremo perché quanto ci è riconosciuto con facilità all’estero sia riconosciuto a tutti”, conclude Cavalieri.
Hanno percorso un migliaio di chilometri in più di Matteo e Matteo, Giampaolo Liuzzo, 41 anni e il suo compagno Francesco Bove, una coppia che vive a Milano e che per dire “sì” ha scelto, il 15 giugno scorso, la capitale del Canada, Ottawa.
“Siamo insieme da sei anni”, racconta Liuzzo, “e volevamo formalizzare il nostro rapporto di convivenza. Ci sono persone nate per sposarsi e persone nate per convivere; nel nostro caso volevamo vivere l’esperienza del matrimonio”.
Anche qui coronare il sogno d’amore non è stato difficile ma un poco macchinoso sì, soprattutto per la ricerca dei testimoni e il calcolo dei tempi: “Abbiamo studiato ben due anni per capire come fare e poi abbiamo scelto il Canada perché è tra i pochi paesi che consente il matrimonio anche ai non residenti. Avremmo preferito sposarci in Québec, perché entrambi parliamo francese, ma le liste di attesa sono lunghe e la legge obbliga alle pubblicazioni venti giorni prima del matrimonio, per evitare matrimoni affrettati. Abbiamo quindi optato per Ottawa dove, per legge, non è prevista la pubblicazione preventiva. Ci siamo presentati in municipio. La signorina che ci ha accolto è stata eccezionale. Alla nostra richiesta di informazioni sul matrimonio ha sorriso, ha chiesto se gli sposi eravamo noi e al nostro ‘sì’ si è sperticata in congratulazioni. Non riesco proprio a immaginare di rivolgermi all’anagrafe di Milano e ricevere complimenti per il mio matrimonio gay, proprio non ci riesco”.
Una volta compilati i moduli e pagata una tassa di 300 dollari la coppia ha prenotato la sala del municipio e il primo giorno utile si sono svolte le giuste nozze, con l’assistenza di due testimoni canadesi, amici di penna del marito di Giampaolo da una decina di anni. “Con la fede al dito cambia qualcosa, c’è una sorta di valore in più, di senso di responsabilità. C’è anche nella convivenza di fatto, ci mancherebbe, ma ora siamo marito e marito. Mi è piaciuto molto poi lo stile canadese del matrimonio: una cerimonia intima e semplice lontana dallo sfarzo di molti matrimoni italiani”, conclude Giampaolo.
Ultima in ordine di tempo a sposarsi, a fine agosto, con un percorso di “soli” 2000 chilometri alla volta di Oslo è stata la coppia composta da Sergio Lo Giudice, ex presidente nazionale di Arcigay e consigliere comunale del Pd a Bologna, e dall’avvocato Michele Giarratano. Anche la Norvegia, a differenza di altri stati europei come Spagna, Belgio, Olanda o Svezia, non pretende un rapporto significativo con il paese (sia esso la residenza, un contratto di lavoro in essere o l’iscrizione all’università) per contrarre matrimonio; è più simile a Usa e Canada e, in qualche modo, più abbordabile.
Michele, che porta soddisfatto la fede al dito, racconta: “Siamo arrivati al matrimonio per vie traverse, prima ci siamo associati a Famiglie arcobaleno, con il progetto di costruire una famiglia. Abbiamo scelto la Norvegia anche per la sua relativa prossimità: per la cerimonia abbiamo avuto accanto a noi le persone più care”. “Sposarci è una scelta anche politica, aggiunge Sergio, “in un paese in preda alla deriva omofoba e con un parlamento che non vuole garantirci alcun diritto, con il nostro matrimonio possiamo dare un contributo al raggiungimento di un risultato per via giudiziaria e spero che le associazioni valorizzino le esperienze di matrimonio all’estero anche per arrivare, come ultima istanza, alla corte europea dei diritti umani”.
L’iter matrimoniale norvegese non è facile, anche se è realizzabile senza l’assistenza di un legale: “Tutta la documentazione deve essere prodotta in inglese e presentata a diversi uffici. Siamo stati aiutati dall’associazione Frame, (www.associazioneframe.it) che sta seguendo altre tre coppie pronte a partire per la Norvegia e non riesco a contare le richieste di informazioni…”, dice ancora Michele che lavora nello sportello legale di Arcigay.
Queste esperienze illustrano un fenomeno in crescita costante e significativa, come dimostra la comparsa sui siti di viaggio di pacchetti per il matrimonio gay perfetto all’estero. Il Blog per Viaggiatori fornisce notizie generiche e corrette: “Ovviamente sposarsi all’estero non è proprio facile, spesso almeno uno dei due contraenti deve avere la residenza nel paese ospitante e la burocrazia a volte non aiuta… inoltre l’Italia non riconosce comunque i matrimoni omosessuali celebrati all’estero quindi a fini legali le cose non cambiano”. Il sito in inglese pinkyatra.com offre invece pacchetti matrimoniali per riti di ogni gusto destinati al pubblico gay; dal matrimonio con rito hindu o buddista, fino a quello nella natura più selvaggia…
Le coppie gay italiane non scelgono però solo il più classico dei matrimoni, ma accedono anche a istituti giuridici diversi in paesi come Francia, Inghilterra e Germania. L’onorevole Paola Concia ad esempio si è unita con la compagna tedesca Riccarda a Francoforte, in Germania, mentre il principe Jonathan Doria Pamphilj, che vive a Roma con il compagno e i figli, ha scelto l’ambasciata inglese in Svizzera per suggellare la propria civil partnership. Tutte queste unioni, al di là del fatto che prima o poi dovranno avere un riconoscimento in sede legislativa, suggeriscono un problema ancora non affrontato e poco analizzato nel dibattito sull’argomento. Lo rilevava Alessandro Gilioli su Piovono Rane, blog dell’Espresso, con una inedita verve polemica proprio contro il principe: “Quello che sta succedendo in questo paese è semplice: sta succedendo che i diritti civili stanno diventando sempre di più un’esclusiva dei ceti abbienti. I diritti civili per censo. […] Jonathan Doria Pamphilj si è felicemente sposato con il suo compagno presso l’ambasciata inglese in Svizzera, poi ha adottato due bambini negli Stati Uniti e ora abitano tutti insieme a Roma. Gli altri omosessuali, arrangiarsi: niente matrimonio e soprattutto niente figli”. Gilioli, di cui condividiamo l’analisi ove dice “combattere la barbarie di questo ‘civil rights divide’ è una cosa che vorrei scritta bella chiara in qualsiasi programma del futuro centrosinistra”, dimentica comunque che in Italia non ci sono quarti di nobiltà o privilegi che tengano, perché come abbiamo già ribadito i matrimoni contratti all’estero non hanno alcun valore nello Stato italiano.
È vero però che le coppie gay sono costrette a pagarsi salati viaggi e soggiorni all’estero per ottenere solo l’ombra simbolica di quanto tutti gli italiani eterosessuali possono avere quando vogliono. E qui sta la disuguaglianza che deve essere colmata. Intanto l’onda matrimonialista, anche grazie alle coppie italiane che stanno rendendo pubblico il loro matrimonio “esule”, non si ferma. E c’è chi un rito simbolico non rinuncia a organizzarselo anche in patria. Come hanno fatto per esempio Moreno Moretti e Francesco Alessi, una coppia di Grosseto che ha condiviso “con tutto il mondo” su Facebook, uno scambio di anelli e “sì, lo voglio” in italiano celebrato in una splendida location nella campagne toscane al ritmo di musica. Insomma, ai “no” del parlamento si contrappongono sempre più “sì”. Fino a quando la legge, per forza di cose, ci darà ragione.