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L’Italia è un paese che non ha mai capito bene la differenza tra coming out e outing. Per comprenderla, evitando così una serie infinita di errori passati alla velocità della luce dai media al lessico dei bar e delle portinerie, mancava il concetto di orgoglio gay. Se non esiste un senso positivo del dichiararsi, un termine diventa sinonimo dell’altro. Outing anzi è più semplice da ricordare. Se poi nel significato originario vuol dire sputtanare un omosessuale velato, si adatta bene comunque all’idea da noi ancora maggioritaria che rendere pubblica l’omosessualità sia qualcosa di sconveniente. Non importa se lo dici tu o lo dice qualcun altro di te, è uno sputtanamento in ogni caso. Che bisogno c’è di due parole diverse?
È anche vero però che da noi l’etica pubblica e privata, soprattutto di questi tempi, è più rilassata e indulgente di quella dei paesi in cui la reputazione ha ancora qualche legame con la morale. Da sempre siamo gente che sa perdonare e da un po’ ci siamo assuefatti agli sputtanamenti di ogni tipo. Per sorprenderci a questo punto non basterebbe forse nemmeno il filmato su YouTube di un party bdsm organizzato da Napolitano, con la signora Clio, nelle stanze del Quirinale. Chi non ha qualche scandalo in curriculum non è nessuno. E in forza di ciò la reputazione si ricicla con molta più facilità della spazzatura.
Che senso può avere dunque recuperare in questo contesto la pratica politica dell’outing, inteso come rivelazione della segreta omosessualità di personaggi noti e pubblicamente omofobi? Il problema si è posto dopo l’annuncio di outing di massa fatto dal presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso, seguito dalla diffusione attraverso un blog anonimo di una prima lista di nomi eccellenti. Le reazioni sono state molto vivaci. Per citare la più fattiva, il vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto si è dimesso dal comitato d’onore di Equality per dissociarsi dall’iniziativa. Il movimento glbt si è schierato perlopiù contro, a cominciare da Arcigay, il cui presidente Paolo Patané ha condannato sia l’outing nel merito, in quanto pratica violenta, che il metodo di affidare la divulgazione dei nomi dei personaggi “outati” a un anonimo gruppo di internauti. Così, ha puntualizzato Patanè, “siamo di fronte a una macchina del fango fatta di persone senza volto, quella stessa macchina che da tempo inquina la politica italiana e il movimento glbt”. Pollice verso anche da Imma Battaglia di Di’Gay Project, Certi Diritti, GayLib e Franco Grillini, che in passato qualche outing eccellente l’aveva solo minacciato. L’opportunità di sbugiardare i politici velati è risultata però molto popolare su internet, da Facebook ai forum di discussione dei giornali, intercettando la diffusa insofferenza nei confronti della “casta”. I politici corrotti devono pur essere punibili in qualche modo.
Quindi outing sì o outing no? Personalmente credo che molto dipenda dal contesto. Negli Stati Uniti, dove questa pratica è relativamente diffusa e sta producendo nel tempo le prove documentali del fatto che spesso dietro un omofobo accanito si nasconde un omosessuale represso, è funzionale al fatto che in quelle rustiche contrade è ancora richiesto ai politici di essere credibili. Chi viene pescato a mentire finisce veramente nei guai, mentre da noi basta un po’ di faccia tosta per passarla comunque liscia. Di recente si è celebrata la resurrezione politica di Piero Marrazzo, l’ex governatore del Lazio messo in mezzo due anni fa da uno scandalo a base di prostitute trans e coca. È intervenuto a una manifestazione pubblica ed è stato giustamente celebrato come un eroe. Dopotutto è l’unico che si sia ritirato a vita privata, almeno per un po’.
Se ne può concludere che l’outing all’italiana è un’arma già un po’ spuntata in partenza. Peggio poi se viene fatto in forma anonima, perché in questo caso si ricade nel gossip avvelenato che ormai costituisce gran parte della cronaca politica, dove i confini tra vero e falso non contano più nulla. Il risultato è quello di mettere in giro altre chiacchiere per alimentare un circo dell’informazione sempre più affamato di notizie “choc”.
Finisce che l’unica cosa che conta è essere visibili, facendosi largo nella giungla con qualunque mezzo a disposizione. E questa tendenza, oltre a favorire l’imbarbarimento crescente, ha il difetto di non incidere sulla sostanza. La realtà non si cambia con gli scoop. È vero che c’è bisogno di iniziative straordinarie per uscire dallo stallo umiliante in cui si trova la battaglia per il riconoscimento dei diritti glbt, ma possibilmente di quelle che non servono soltanto a sollevare polvere. Si tratta di affermare la ragione e il diritto, non di sparare sul ventilatore l’ennesimo schizzo di qualche sostanza maleodorante. La campagna di affermazione civile sul matrimonio omosessuale che si sta svolgendo da un paio d’anni è un esempio positivo di quello che si può fare per cambiare effettivamente la situazione. Occorre un impegno di lunga durata e servono naturalmente anche i gesti eclatanti, purché qualcuno se ne assuma la responsabilità sotto ogni aspetto. È un requisito fondamentale di una politica civile, insieme al fatto che è molto meglio se lo scontro ha come oggetto le idee anziché le persone.