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Chi arriva a Lubiana per la prima volta resterà stupito. Chissà perché, l’immagine che in genere ci si fa di questa piccola capitale alla periferia dell’Unione Europea è spesso inadeguata – in eccesso o in difetto. Associandola alla Jugoslavia, si tende a figurarsela come un centro balcanico – disordinato, caotico e magari poco raccomandabile. Oppure, se si conosce un po’ la storia di quest’angolo d’Europa, ci si aspetta di trovare un’ordinata città austroungarica di provincia, dove regnano noia e calma piatta. Passeggiando sui suoi lungofiume costellati di locali modaioli sempre affollati, sulla Trubarjeva Cesta che si dà arie più alternative o nei quartieri popolari di Krakovo e Trnovo, sorti sulle rovine della romana Iulia Emona e oggi sempre più votati all’intrattenimento e alla movida, scoprirà invece una linda, civilissima città mitteleuropea al tempo stesso pimpante e con l’argento vivo addosso. Riflettendo, in ciò, la sua storica natura di cerniera tra la Mitteleuropa e i Balcani, tra la Pianura Pannonica e il Mediterraneo. Evitate però di esprimere questo concetto ai vostri amici del posto. Qui la gente ama pensarsi più centroeuropea che balcanica o mediterranea. E non ha, del resto, tutti i torti. Durante l’epoca jugoslava, la Slovenia era la punta di diamante – la parte meglio organizzata, più ricca economicamente e più effervescente culturalmente – all’interno della federazione ed era lontana dalla Macedonia e dal Kosovo non meno di quanto l’Alto Adige lo sia dalla Calabria o dalla Basilicata.
La Slovenia è un piccolo paese (appena 2 milioni di cittadini) dall’ampia varietà paesaggistica (dal mare ai massicci alpini, dai rilievi carsici alle pianure fluviali) abitato da un popolo di grandi sportivi ma con una non meno grande sensibilità civile, in generale aperto e rispettoso delle sue minoranze, siano esse etniche o sessuali. E sulla tematica glbt, in particolare, ha giocato un ruolo d’avanguardia non solo nei Balcani, ma nell’intero campo socialista e per certi aspetti perfino, più in generale, in Europa. Quella degli sloveni, del resto, è una vocazione alla tolleranza che viene da lontano e rivela radici forti, che hanno già dato molti buoni frutti e promettono discreti raccolti anche per il futuro. Un piccolo esempio? Se, volendo prepararvi al viaggio, andate sul sito ufficiale dell’Ente sloveno per il turismo (www.slovenia.info), trovate una pagina, anche in italiano, intitolata “La Slovenia per i gay e per le lesbiche”, con tutte le informazioni utili di carattere generale, compresi gli indirizzi delle associazioni e dei luoghi d’incontro a Lubiana e nelle altre città del paese. Su questa pagina, tra l’altro, scopriamo che già dal 2006 in Slovenia esiste una legge che garantisce le coppie di fatto, mentre nella bozza del nuovo codice familiare sono previsti il matrimonio e le adozioni da parte di coppie omosessuali, mentre il popolare sindaco di Lubiana, Zoran Jankovic – che ha ottenuto nell’ottobre del 2010 il secondo mandato consecutivo con il 65% dei consensi – non teme di dare il suo patrocinio ufficiale alle manifestazioni del gay pride.
Nonostante il panorama di locali e luoghi d’incontro non sia tanto ampio, a Lubiana si può trascorrere un bel weekend senza annoiarsi. La maggior parte di essi si trova peraltro nel centro storico, dove tutto è piacevolmente a portata di piede.
Un interessante monumento dell’epoca pre-liberazione è lo storico Zlati Klub, un articolato complesso sportivo all’interno del centro ricreativo Tivoli, non lontano dalla stazione, intorno a cui ronzano molti gay, pur non essendo il luogo per niente gay. Attenzione: il venerdì dalle 9 alle 13 l’accesso è riservato solo alle donne, negli altri giorni (in genere h. 10-20; 10-23 nel weekend) le saune sono miste, donne e uomini insieme. Infatti, la “caccia” si svolge proprio nello spazio delle saune dove, con discrezione e pazienza si può combinare qualcosa (sperimentato personalmente), ma c’è anche il rischio di uscire a bocca asciutta. In tal caso si può ripiegare su una sauna ufficialmente gay, la Gymnasium (www.klub-libero.si) a poche fermate d’autobus dal centro, aperta dalle 15 alle 22. L’indirizzo è ulica Pohorskega Bataljona 34, ma l’ingresso è nascosto dietro l’angolo della piccola ulica Grintovška. Su tre piani, anche se non molto grande, però è piena di gente di ogni età e per tutti i gusti.
Nella bella stagione si possono fare conoscenze anche all’aperto, nei pressi dello Zlati Klub, quando cala il buio: nel parcheggio davanti al complesso sportivo sul lato della Celovška cesta, e ancora poco più a est, fra Tivolska cesta e i binari ferroviari, dietro la pompa di benzina. Naturalmente, anche se in generale Lubiana non è una città pericolosa, una certa prudenza è d’obbligo. Poco più a sud, in Kersnikova ulica, il K4 Roza, un locale storico, ospita una serata disco glbt una volta la settimana. Se invece avete voglia di bere una birra o un caffè durante il giorno, o trascorrere una serata tranquilla, c’è un simpatico locale gay & lesbian friendly – Open Café – a sud, lungo la Ljubljanica, in Hrenova ulica al 19.
Per quanto riguarda i pernottamenti, Lubiana possiede solo un bed & breakfast gestito da gay (www.somi-rooms.com), ma offre anche diversi hotel a 3 e 4 stelle che, se non dichiaratamente gay friendly, di fatto sono improntati a una grande tolleranza, dal Park, un centralissimo, mastodontico tre stelle d’epoca socialista oggi tutto rimesso a nuovo (www.hotelpark.si) al quattro stelle Best Western Premier Hotel Slon Ljubljana (www.hotelslon.com), per non citarne che un paio molto ben posizionati in centro. Un’opzione stuzzicante è rappresentata da un originale ostello con caffè e spazio esposizioni ricavato da un’ex prigione militare e per questo chiamato Celica, che in sloveno vuol dire “cella” (www.hostelcelica.com). Le stanze, pur confortevoli, cercano di conservare l’austero aspetto originario, solo un po’ addolcito da affreschi di giovani artisti, e perfino grate e porte metalliche con spioncini, il che fornirà brividi aggiuntivi ai cultori del genere. Il Celica è, si direbbe, “naturalmente” gay friendly, data la sua posizione all’interno dell’area delle ex caserme note semplicemente come Metèlkova o Metèlkova Mesto (Città di via Metelko), intorno a cui gravita anche la Lubiana gay più creativa e alternativa. Qui – a pochi passi dalla stazione, ma anche vicinissimo al centro storico – sette fabbricati che sorgono su un’area di 12.500 metri quadrati racchiusa fra le vie Tabor, Maistrova, Masarykova e Metèlkova costituivano un complesso utilizzato dall’esercito prima austroungarico e poi jugoslavo. Con l’indipendenza della Slovenia, nel 1991, le caserme furono abbandonate e nel 1993 vennero occupate da diverse realtà politiche giovanili, fra cui anche da rappresentanti del movimento gay. Da allora la Metèlkova svolge il ruolo di un immenso centro sociale (www.metelkovamesto.org) che ospita sedi di associazioni culturali e politiche, gallerie d’arte, caffè, ristoranti, discoteche e altri locali. Per chi ama ambientazioni industriali e urbane, questa galassia popolata di alternativi di ogni età e orientamento sessuale che convivono pacificamente è il luogo ideale in cui sguazzare. Di giorno pressoché deserta, la Metèlkova Mesto si anima di sera, quando aprono i locali, e in particolare nei weekend, ancor più se il tempo è bello. Allora i cortili si popolano di ragazzi e ragazze che sciamano dentro e fuori gli edifici o si assembrano a chiacchierare e spinellare sullo sfondo dei mille murales e sculture che adornano ogni centimetro quadrato di spazio di questa libera cittadella.
È qui – nel caffè-ristorante del Celica – che incontriamo Brane Mozetic, probabilmente uno dei più noti personaggi della scena gay slovena, nonché scrittore e poeta affermato. Due sue opere narrative sono state edite anche in italiano: la raccolta di racconti Passion (Zoe, Forlì 2005) e il romanzo Storia perduta (Beit, Trieste 2010), Brane è stato uno dei più importanti attivisti del primo movimento di liberazione gay comparso nell’Europa comunista, sorto proprio a Lubiana nel 1984, diversi anni prima della dissoluzione della Repubblica Popolare Federativa di Iugoslavia di cui la Slovenia fino al 1991 fu parte integrante. È lui stesso a raccontarci quella città che allora divenne l’avanguardia gay dell’area comunista.
“Nel 1976 in Slovenia erano stati depenalizzati i rapporti omosessuali consensuali, parecchio prima che nelle altre repubbliche jugoslave”,  racconta Brane. “Il governo centrale jugoslavo gestiva direttamente alcuni aspetti importanti come la difesa e la politica estera, ma i governi dei singoli stati federati avevano ampia autonomia nel campo della politica interna. E le autorità slovene erano più sensibili rispetto agli altri stati dell’ex Jugoslavia sui temi delle libertà individuali, fra cui quelle sessuali. Per questo a Lubiana – più che a Zagabria o a Belgrado, per non parlare poi delle repubbliche del sud, molto più indietro, sia economicamente, sia culturalmente – poté costituirsi il primo nucleo organizzato di un movimento di liberazione omosessuale. Si chiamava Škuc-Magnus ed era nato come una branca dell’associazione studentesca Škuc. Una delle sue prime uscite pubbliche fu l’organizzazione di un festival di cinema gay e lesbico. Era il 1984 e ricordo che dall’Italia vi partecipò anche il critico cinematografico Sandro Avanzo di Bologna. Si trattò del primo festival del genere organizzato in Europa, compresi quei paesi dove il movimento gay aveva già un lungo cammino alle spalle. Gli analoghi festival di Londra e Torino sono venuti due anni dopo di noi” , dice Brane sorridendo con malcelato orgoglio.
Quando gli domandiamo quali furono allora le reazioni a questo uscire allo scoperto, Brane traccia un affresco un po’ più vasto: “In genere gli anni migliori per la cultura e i diritti degli individui, nei paesi con regimi autoritari, sono i momenti di passaggio fra la fine del totalitarismo e l’inizio della democrazia… Così è stato anche qui. All’inizio degli anni ’80 a Lubiana c’era molta curiosità e tolleranza verso l’omosessualità, e fra noi gay c’era un grande entusiasmo, tutto sembrava così facile, naturale, a portata di mano… C’era, per le dimensioni della città, una discreta scena gay, un paio di discoteche, qualche bar, molta attività di sensibilizzazione, il festival di cinema, riviste politiche… Eravamo sicuri che tutto sarebbe andato sempre meglio, che Lubiana sarebbe diventata una piccola Praga o una piccola Budapest. Purtroppo non è stato così. La situazione si è come congelata, e oggi abbiamo un panorama accettabile, ma rimasto fermo a venti o forse più anni fa. Ormai i gay sloveni, con l’apertura delle frontiere e il tenore di vita che si è avvicinato a quello del resto d’Europa, preferiscono andare a battere o divertirsi a Budapest, Graz, Vienna e perfino Praga. Lubiana non è più cresciuta, è come rimasta relegata al ruolo di una piccola capitale della provincia europea.”
Il movimento gay però nel frattempo è cresciuto, si è sviluppato – provo ad azzardare. Brane scuote la testa: “Sì e no. Certo, il nostro movimento gay esiste, organizza eventi culturali, il festival del cinema e la sfilata dell’orgoglio omosessuale, ma anche qui non c’è stata quell’evoluzione che ci si poteva aspettare dalle premesse di quegli anni effervescenti. Anzi no, un’evoluzione importante c’è stata, soprattutto negli ultimi cinque-sei anni, ed è stato l’aumento del peso delle lesbiche, che sono cresciute enormemente di numero e contano sempre di più nella manifestazione del gay pride [cercate su YouTube: Parada Ponosa 2011 Ljubljana], che a Lubiana si tiene regolarmente e senza incidenti, con anche il patrocinio ufficiale delle autorità cittadine. I maschi sembrano più pavidi, hanno più paura di uscire allo scoperto, mentre le donne sono più decise e hanno più coraggio… E nel movimento gay ormai le lesbiche sono più del 50%. All’inizio era tutto il contrario, c’erano i gay e qualche lesbica, ora ci sono le lesbiche e qualche gay.” Mi resta una curiosità: come vivevano a Lubiana, in un paese socialista, gli omosessuali prima che nascessero il movimento e i locali gay.
“Come in altre parti del mondo in situazioni analoghe, come da voi negli anni ‘60 – si batteva alla stazione, in qualche parco e in qualche sauna come lo Zlati Klub, che non è mai stata gay e neanche gay friendly, ma semplicemente frequentata da gay che ci andavano ad abbordare gli etero o presunti tali. Oggi in questi posti informali si combina sempre meno, e molti dicono che è stato proprio l’attivismo gay a distruggerli. Figurati che molti omosessuali ce l’avevano su con me perché, con la mia attività e con le mie interviste su giornali o tv, rendevo visibile l’omosessualità, e più l’omosessualità era sotto i riflettori più, secondo loro, diventava difficile l’esistenza di questi luoghi informali.”
Alla domanda se non gli sembra di vedere tutto sotto una luce troppo cupa – in fondo ci sembra si siano fatte cose molto importanti in questa provincia un po’ appartata del mondo, che può vantare anche importanti primati – finalmente Brane si illumina, si apre in un bel sorriso e risponde che, “forse è vero, ma sai com’è, si sarebbe voluto fare molto di più, avevamo ancora tanti sogni che non si sono avverati. Un’altra cosa bella è stata anche che gli attivisti gay a Lubiana si sono sempre molto occupati di cultura… e se la vita notturna, dei locali e dei bar, non è diventata come quella di Budapest o Praga, in compenso la cultura gay e lesbica da noi è molto forte e radicata”. E come ulteriore esempio ci racconta della sua esperienza di direttore della casa editrice Lambda che pubblica letteratura omosessuale e in vent’anni di attività ha stampato più di 90 opere di poesia e narrativa gay e lesbica.
Usciamo dal caffè Celica e attraversiamo un paio di cortili poco illuminati ma affollati di ragazzi e ragazze di ogni età e abbigliamento, che chiacchierano, bevono birra, fumano, mangiano panini imbottiti di cevapcici, le tipiche salsicce balcaniche grigliate in una sorta di lunga cucina riparata sotto una tettoia di legno che, mi spiega, viene messa in funzione nei fine settimana o in occasione di qualche evento. Brane mi porta infine davanti a un edificio: “Ecco, questa è la ‘casa delle minoranze’, dove hanno sede due locali gay e altre associazioni, per esempio quella dei diversamente abili” e scoppia a ridere. “Giusto… in fondo anche noi siamo diversamente normali”, replico. “È aperto, vieni”. Entriamo mi affida a una ragazza del gruppo lesbico, e lui si congeda. È stanco, dice, le notti in discoteca non fanno più per lui. La ragazza mi dice che lì hanno sede due locali adiacenti: il Tiffany, per i gay, e il Monokel, per le lesbiche. Il Tiffany è composto di un paio di salette dai muri rustici coperti di murales, pieni di ragazzi, ma anche ragazze, che ballano al ritmo della musica; fuori, un piccolo giardino, dove si va a bere, fumare, chiacchierare. Poi mi mostra altre due salette, proprio accanto, ma con ingresso separato, dove ha sede il locale per le donne, il Monokel – anche qui ambiente urban, con pareti grezze coperte di murales. Stasera è vuoto, il locale è chiuso: “Qualche anno fa i locali funzionavano tutti i giorni, ma Lubiana non è una città così grande da riempirli ogni sera, così abbiamo deciso di aprirli solo il venerdì e il sabato o per eventi speciali”. Mi informa che nella Metèlkova, fra le tante attività, funziona anche una biblioteca-libreria lesbica. Ci salutiamo ed esco.
È sera, un fine settimana, il tempo è bello e frotte di giovani di ogni età si aggirano e sostano ovunque, allegri, rilassati ma pieni di energia, insieme seri e spensierati. Intorno, murales, sculture, installazioni di arte povera creano, nella fioca luce artificiale, un’atmosfera speciale – un po’ surreale, un po’ magica. Chissà quanto tempo resisterà ancora questo felice reame dell’immaginazione al potere. L’area è troppo centrale, in posizione strategica fra le stazioni dei treni e degli autobus e la città vecchia, fa troppo gola agli speculatori.
Intanto, però, benvenuti – venite a fare un giro nella Metèlkova, sul lato selvaggio della città austroungarica. Perché non aver visitato la Metèlkova è come aver visitato solo mezza Lubiana.