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Appena arrivati a Baku, il consiglio è di andare subito a fare due passi sul Bulvar. Non è, come si dedurrebbe dal nome – un evidente calco dal francese – un vero e proprio viale. Chiamato anche in russo Primorsky Park, in realtà il Bulvar è una bella e curata passeggiata colma di verde che costeggia il Caspio per quasi quattro chilometri. Più di un viale e meno di un parco, il Bulvar, curiosamente dichiarato parco nazionale, è anima, spina dorsale, punto di riferimento ineludibile, luogo di incontro e di struscio, sontuosa passerella bordata dagli strass scintillanti del mar Caspio, che non è propriamente né mare né lago. Se Baku possiede un proprio genius loci, si può star sicuri che esso abita qui, sul Bulvar, luogo simbolo per eccellenza della capitale dell’Azerbaigian.
Baku e l’Azerbaigian sono così – un po’ sfuggenti, irriducibili a facili definizioni, al crocevia fra Europa e Asia, Caucaso e Levante. Del resto, diverse sue città erano snodi commerciali – quindi luoghi di passaggi, incontri e rimescolamenti – sulla via della Seta, come testimoniano fra l’altro i sontuosi palazzi dei khan, le moschee, gli hammam e i caravanserragli, questi ultimi oggi talvolta trasformati – conservando così in pieno il loro spirito originario – in centri commerciali e alberghi. L’unico rimpianto è, per noi estimatori delle roride, dolci mollezze dei bagni orientali, che gli hammam non abbiano trovato finora modo di traghettarsi fino alla modernità. Qualcuno in centro è sopravvissuto, con i suoi arredi otto-novecenteschi, a uso prevalente dei pochi turisti e dei danarosi residenti (quelli storici sono piuttosto cari), mentre nei quartieri periferici nei lunghi decenni del comunismo sono spuntate moderne “bani” in stile russo. Né negli uni né nelle altre – che un tempo ci immaginiamo essere stati luoghi di oscure, bollenti voluttà – purtroppo sembra più aleggiare il lascivo, carnale spirito dei tempi andati. Chi si aspettasse tratti somatici centroasiatici, visi piatti, zigomi alti e occhi a mandorla, come nelle repubbliche ex sovietiche sull’altra sponda del Caspio, dovrà ricredersi. Gli azeri sono imparentati con i turchi e presentano una mescolanza di elementi turchi, caucasici, persiani e russi. Anche la loro lingua è imparentata strettamente con il turco, ma molto parlato continua a essere anche il russo, benché fra i giovani si vada ormai diffondendo sempre più anche l’inglese. La Russia continua a essere il punto di riferimento culturale (anche, nello specifico, per gli ambienti omosessuali), nonostante negli ultimi anni i rapporti tra Azerbaigian e Russia sian stati difficili, quando non apertamente tesi. Passeggiando sul Bulvar, soprattutto la sera e la notte, non fatevi prendere dall’entusiasmo alla vista della formidabile fauna maschile che lo percorre su e giù, sorridente e rilassata, per il rito dello struscio. Una fauna di ogni età e stazza, in grado di soddisfare tutti i gusti, dagli amanti di cerbiatti e gazzelle a chi stravede invece per orsacci e cinghialoni. Soprattutto, non galoppate con l’immaginazione vedendo gli uomini che camminano con la mano appoggiata sulla spalla, quando non addirittura cinti teneramente in vita. Oppure sì, galoppate pure con la fantasia! È più che lecito, perché se è vero che due uomini che si tengono per mano o camminano abbracciati qui non vengono interpretati come segnale di un legame o una tendenza omosessuale, è però anche vero che, una volta salvaguardato il proprio ruolo virile, è difficile che un maschio in Azerbaigian si faccia grandi problemi ad avere un rapporto sessuale con un altro uomo, soprattutto se straniero. Un po’ come succedeva, e un po’ succede ancora, in molta parte del Mediterraneo, dalla Sicilia all’Egitto e dal Marocco alla Turchia. Una riprova? Se è estate, basta indossare dei bermuda, o anche solo pantaloni alla pinocchietto o alla pescatora, e si sarà fatti oggetto di particolare attenzione, come è successo a me: nessun azero, neanche alle temperature più elevate, indosserebbe mai pantaloni che lascino scoperto non dico – Dio ne scampi – un polpaccio, ma neanche il tacco della scarpa. Passeggiando per Baku, bastava mi sedessi su una panchina qualsiasi – in qualunque punto della città, e non necessariamente nelle piazze e nei viali segnalati sui forum e sulle scarne guidine online come luoghi di incontro – per vedere qualcuno accomodarsi accanto (magari con le panchine vicine tutte libere) e attaccare bottone in inglese (i giovani) o in russo (i meno giovani). Presso le mura della Città Vecchia un simpatico vecchietto mi racconta di essere stato ingegnere e avere molto viaggiato nell’ex Unione Sovietica, e infine, su mia richiesta, mi comunica che purtroppo a Baku non ci sono più i bagni di una volta, hammam o “bani” russe, dove per pochi soldi si poteva “passare piacevolmente il tempo, stare con gli amici o fare nuove amicizie”, dice ammiccando e sorridendo allusivamente. E mi conferma, purtroppo, che i bagni storici, gli Aga Mikayil Hamami (dove avevo letto esserci un discreto movimento), non sono più in funzione da qualche anno, e oggi sono in parte occupati da esercizi commerciali. Nei pressi di una stazione del metrò, mentre guardo la pianta della città, mi abborda un bel ragazzone chiedendomi, stavolta in inglese, se ho bisogno di aiuto. Dico che sto cercando un hammam nelle vicinanze. Senza esitazione mi indica una via di fronte. Anzi, si offre di accompagnarmi per un tratto, forse sperando da me un segnale di disponibilità, che però non arriva. Ho poco tempo a disposizione e ho fretta di esplorare quanto più possibile la città da questa sponda. Lo saluto ed entro in un edificio sovraccarico di stucchi e pacchiani decori orientaleggianti che non lo avrebbero fatto sfigurare in un film dal titolo Maciste alla corte della regina di Saba. Per gli standard azeri è un po’ caro: una cinquantina di euro compreso anche un massaggio. Mi chiedono se voglio essere massaggiato da un uomo o da una donna. “Da un uomo”, rispondo senza esitazione. Il cassiere non fa una piega. Mi spoglio, attraverso uno spazio caffè con tavolini, e arrivo nella zona dell’hammam: docce, sauna a vapore, sauna secca, una sala relax e in fondo una grande piscina. Purtroppo è quasi deserto e quel poco che c’è sembra interessato solo a sudate e abluzioni. Un dipendente viene a chiedermi se voglio fare il massaggio ora o dopo. “Dopo…” rispondo. Puntuale, si ripresenta dopo mezz’ora e mi chiede di seguirlo. Andiamo verso una saletta accogliente, con un lettino da massaggio e, dietro il lettino, una donna… Capisco che mi hanno assegnato una massaggiatrice e protesto. Alla fine comunque arriva il massaggiatore richiesto. È un po’ meglio dell’asciutto cerbiatto che in quel momento sta massaggiando un corpulento signore, ma è comunque ben lontano da quel che sognavo. Pazienza, non è il caso di fare storie. In una vasta sala disseminata di lettini desolatamente vuoti mi sottopongo al massaggio senza provare né piacere né giovamento. Faccio una sauna secca, una doccia, aspetto che si abbassi la mia temperatura corporea, vado a rivestirmi, pago ed esco dall’hammam di umore pessimo. Mi restano poche ore, domattina un aereo dell’ottima Azerbaijan Airlines mi riporterà a Milano. Devo assolutamente capire come funziona qui la vita gay in questa Baku in apparenza così aperta e rilassata, tollerante e disponibile. Sul web, in un vecchio forum, si segnalava un club o una discoteca. Vado all’indirizzo indicato, ma del locale non c’è traccia. Non mi rassegno, però. In questa strana città troppi sguardi pervicaci si intrecciano, troppe mani, braccia, corpi cercano pretesti per sfiorarsi e toccarsi, di troppa sensualità è impregnata l’aria per non trovare sfogo – il mio gaydar non si può sbagliare. Se non ci sono hammam né locali, allora non mi rimane altro che “testare” i luoghi di ritrovo all’aperto, piazze, viali e toilettes pubbliche. Riprendo le scarse informazioni raggranellate da internet e inizio un giro sistematico della città da questa prospettiva. Ed ecco che la città finalmente si apre rivelandomi il suo cuore ardente e palpitante. La soluzione era semplice, quasi ovvia, bastava solo pensarci un attimo, recuperando la memoria di qualche decennio fa. A Baku la vita gay è ancora in una fase, come dire, “precommerciale”: niente ritrovi di aggregazione dedicati e a pagamento, tutto avviene ancora spontaneamente, all’aperto, nelle toilettes pubbliche dei grandi alberghi e delle stazioni, nei viali e nelle piazze, nei giardini e nei parchi, nelle case private. Ci si conosce con il passaparola o tramite amici comuni, o ci si riconosce grazie a un linguaggio allusivo che noi, abituati alla pappa pronta, abbiamo ormai quasi dimenticato o non sappiamo più usare con destrezza. Baku si rivela così essere una sorta di museo vivente della vita gay in un paese sovietico negli anni ‘70 del secolo scorso (o degli anni ‘60 in Italia). Ripercorro il Bulvar e mi accorgo che freme, formicola, ribolle di occhiate, richiami, segnali, ammiccamenti impalpabili, mille ami languidi gettati nell’aria in cerca di dolci abboccamenti. Poco a nord-est della Città Vecchia, un luogo ad alta concentrazione di “battitori” desideranti è l’articolata piazza delle Fontane, cui danno il nome le numerose fontane dalle forme più diverse che ne ornano i vasti spazi alberati. Qui vicino, in Nizami küçesi 69, una delle vie dello shopping, un certo movimento si registra nelle toilettes al pianterreno del grattacielo ISR-Plaza, dove ha sede anche l’hotel Radisson Blu e dove la parola d’ordine – come del resto ovunque a Baku – è “discrezione”. Discrezione sì, ma non paranoia. L’Azerbaigian sembra davvero fermo ai nostri anni ‘60, “imprigionato” in una sorta di limbo incantato in cui l’omosessualità è diffusa ma invisibile, quasi inesistente per la coscienza comune. Un territorio in cui i comportamenti omosessuali fioriscono e prosperano, ma non hanno nome né confini delimitati, e non essendo definibili non sono isolabili e perciò nemmeno espungibili. Sono fra tutti e fanno parte di tutti, qualcosa che si può fare tranquillamente senza esserlo né restarne “contaminati”. Ovvero: il maschio che va con un omosessuale non è omosessuale. E chi lo è, trova ugualmente una sua collocazione, marginale ma ben precisa, non diventa “terzo (pericoloso) incomodo” che mette in discussione status quo e certezze, ma va a collocarsi in uno dei due ruoli esistenti, venendo così in qualche modo “accettato” se non proprio nella società almeno fra le sue crepe e i suoi anfratti. Come accadeva anni fa a Napoli con i femminielli: un mondo fatto di travestiti, e di maschi loro estimatori, che si ritrovano che vivono in un loro “sottobosco”, come si diceva un tempo, una nicchia speciale fra le pieghe della “normalità”. Ho trovato un paio di interessanti filmati su YouTube che illustrano “feste di matrimonio” fra travestiti e maschi azeri. Alla faccia di Pacs, “coppie di fatto” e matrimoni gay europei. Sarò sentimentale, ma a me hanno suscitato un sentimento di grande tenerezza misto a qualcosa che potremmo chiamare nostalgia per il mondo duro ma a suo modo bello degli “antenati”. In generale, in Azerbaigian si è ancora o uomini o donne, o attivi o passivi. Tertium non datur. O almeno non ancora, perché molti segnali indicano che le cose cambieranno presto anche là. Baku è una città più grande di Milano, oltre 2 milioni di abitanti, e sembra non aver perso quel carattere di vivace stazione sulla Via della Seta di secoli fa. I suoi abitanti dicono con orgoglio che la loro è la metropoli più grande e cosmopolita del Caucaso e dell’Asia Centrale, ed è difficile non concordare: basta passeggiare per le sue strade, socializzare con la sua gente, entrare nei suoi centri commerciali e nei negozi (non c’è grande firma internazionale che qui non abbia la sua vetrina), guardare stupefatti lo skyline irto di grattacieli nuovi di pacca. Baku è una vera metropoli, nulla a che vedere con Erevan e Tbilisi, per non parlare delle capitali degli stati della Federazione Russa del Caucaso del Nord, dal Daghestan alla Cecenia. La differenza qui la fanno i petrodollari, gli introiti del gas e del petrolio, che dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica l’Azerbaigian ha deciso di vendere direttamente all’Occidente attraverso l’oleodotto che passando per la Georgia e la Turchia arriva direttamente nel Mediterraneo bypassando la Russia. Per vendicarsi Mosca spalleggiò l’Armenia nella sanguinosa guerra (1988-1994) che costò all’Azerbaigian la perdita della regione del Nagorno-Karabakh. Nonostante questo, il legame culturale e, diciamo così, “affettivo” con la Russia non è cambiato. A Baku la lingua dell’intelligencija e delle classi meglio posizionate rimane il russo. Del resto, ai russi, che qui hanno dominato dal 1813 fino al 1991, gli azeri devono molto: uno stato laico, l’agiatezza dovuta all’industria petrolifera, che nell’800 ne faceva il paese produttore di oro nero più importante del mondo, l’emancipazione delle donne e in generale la modernizzazione del paese. Anche se qui tradizionalmente si professa l’Islam nella variante sciita, la stessa vigente in Iran, l’Azerbaigian odierno è quanto di più distante si possa immaginare dall’ingombrante vicino. Per strada a Baku è raro incontrare donne con il capo coperto. Fa però impressione notare che le poche velate in genere sono ragazze giovanissime. Le donne più anziane non riescono a capacitarsi del fatto che le loro figlie o nipoti possano desiderare di tornare a modelli di vita da cui loro hanno fatto tanta fatica a liberarsi. È sempre attraverso la Russia che da almeno due secoli continuano ad arrivare a Baku le “conquiste”, nel bene e nel male, dell’Occidente. Non ultimo, il primo accenno di movimento gay mai apparso nel Caucaso e presumibilmente in tutta l’Asia Centrale ex sovietica. Proprio nella primavera del 2011, è stato inaugurato infatti il primo sito gay dell’area (www.gay.az), in azero e in russo, il quale non è ancora completamente pubblico ma vi si può accedere soltanto previa iscrizione. Dentro, forum, notizie dal mondo, appuntamenti e soprattutto annunci personali. Ancora piccola cosa per i nostri standard e ormai anche per gli standard di molti paesi dell’Europa dell’Est, Russia compresa, ma un grande evento per un paese caucasico di tradizioni musulmane. Ora però, dopo tante ore passate a cavarmi gli occhi su internet e a esplorare hammam, viali e parchi, osservando il movimento e parlando con chiunque potesse aiutarmi a capire, mi era venuta voglia di passare dalla teoria alla pratica. Prima di imbarcarmi, volevo portare a casa almeno un trofeo, anche a dimostrazione del fatto che a Baku si può combinare, altroché, se solo lo si vuole. Proseguo per il Bulvar verso est raggiungendo un altro luogo di incontro con un discreto movimento: la Azadliq meydani, piazza della Libertà (ex piazza Lenin), fra il palazzo del Governo (ex Domsovet, Casa del Soviet) e l’Hotel Absheron. Da qui, risalgo verso nord la via Pushkin che conduce alla stazione ferroviaria. Un po’ prima di arrivarvi, all’incrocio con la 28 May küçesi, si apre un vasto piazzale con fontane e un giardino dedicato a Samad Vurgun, che subito si rivela una delle più vivaci scene gay di Baku. Qui incontro Natiq, un bell’uomo sulla quarantina, alto e snello che, sgranocchiando semi di girasole, mi trafigge con occhiate sfrontate senza mollare un attimo il contatto. Una danza di corteggiamento da galli cedroni, poi vado a sedermi sulla panchina accanto a lui. Due minuti dopo stiamo già chiacchierando come se ci conoscessimo da vent’anni. Nel mio albergo non si può andare perché lui non ha i documenti e comunque “non fanno salire gli azeri nelle stanze degli stranieri”. – “E allora che facciamo?”, chiedo. Andiamo in una “banja”, propone lui. Saliamo su un taxi e ci dirigiamo verso un quartiere periferico. Mi spiega che praticamente ogni “banja” ha un settore separato che si può affittare, ci si chiude dentro e vi succede quello che deve succedervi lontano da sguardi indiscreti. Noi siamo in due, ma dice, a volte ci si mette d’accordo in più persone, che si conoscono, e si viene, qui o in un’altra “banja”, a fare un’orgetta. Per tutto questo, compreso il taxi all’andata e al ritorno, spendo una trentina di euro. Natiq è fantastico, solo attivo naturalmente, ma molto sensuale e partecipe. Alla fine ci asciughiamo, ci riposiamo un po’, lui fuma una sigaretta, ci rivestiamo e usciamo. Ci fermiamo a bere una birra e mi parla un po’ di sé. Fa il camionista ma ora è disoccupato. Gli hanno offerto un buon lavoro in Olanda, ben pagato, ma come fa a lasciare qui moglie e figli? Non gli resterà che comprare una macchina e fare il tassista. Riprendiamo un taxi, lui contratta, per 5 manat porta in albergo me e poi lui a casa sua. Mi stringe la mano e facciamo il viaggio così, come due innamorati. Davanti all’hotel scende, ci salutiamo con un caloroso, fraterno abbraccio e baci sulle guance, ci giuriamo amore eterno, arrivederci a Baku, torno presto, e le solite promesse da marinaio in cui crediamo con ogni poro e fibra nell’istante in cui le pronunciamo e che fra un paio di giorni saranno già sciolte come neve al sole. Risale in taxi, riparte, mentre io – come Messalina, sfinito ma non ancora sazio – rientro in albergo a preparare prosaicamente la valigia.