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Nel 2011 il mondo ha ricordato il trentennale della prima pubblicazione scientifica riguardante l’Aids. Nel 1981 per la prima volta venne notata negli Usa una piccola e misteriosa epidemia di una rara polmonite. La notizia è passata inosservata in l’Italia. Qui io vivevo nel normale terrore di tutte le altre già note malattie veneree.
Solo l’anno dopo, nel 1982, le notizie iniziavano a essere preoccupanti e si iniziava a parlare di immunodeficienza. Ma i fatti riguardavano solo persone lontane da noi che per di più trovavano con estrema facilità altri con cui fare sesso. In quei luoghi, si mormorava, c’erano interi edifici, le saune, dove la gente si metteva tutta nuda e si dava agli accoppiamenti multipli. Anche noi facevamo cose turche, nei cespugli o dietro la tenda di una discoteca, ma ognuno pensa sempre di essere più fortunato degli altri, per cui l’unica accortezza era che noi evitassimo di finire a letto con americani, con quelli magri e con chi aveva macchie sul corpo. Quella di cui si parlava, che non aveva ancora un nome, era solo una strana malattia, forse era tropicale, e bastava evitarla. Gran parte dei media e delle chiese si scatenarono come non mai nella caccia all’untore, in cerca di un loro profitto, in grosse tirature o in nuovi adepti.
Già l’anno seguente si sapeva che c’era un agente infettante, si smisero di ipotizzare altre strane origini, come quella dei ragnetti che nottetempo sarebbero usciti dai tronchetti della felicità, pianta che era molto di moda allora, era costosa, la si trovava soprattutto nelle case dei gay. Venne notato che quando uno si ammalava, in casa c’era sempre un tronchetto. Tutti si disfecero delle loro piante e le abbandonarono per strada. Così anche i gay meno abbienti poterono raccattare sui marciapiedi i vasi abbandonati, ritornando nottetempo dai loro giri di rimorchio, e avere finalmente in casa anche loro l’ambita pianta. Ma la calunniosa notizia ebbe anche l’effetto di farla passare istantaneamente di moda. Era il 1983, io ero andato a letto più volte con un giovane orso biondo (che era l’amante del mio ex fidanzato, di quei tempi là: la promiscuità era un’arte e la quantità di rimorchio era ammirata, le malattie veneree medaglie nella guerra dell’amore. Durante quell’anno io ebbi 68 nuovi amanti). Fin dai nostri primi incontri lui ha iniziato a dimagrire. Se uno dimagriva, si drizzavano subito le orecchie. Lui mi disse che stava facendo una dieta dimagrante, io rimasi tranquillo. Poi quando invece iniziò a stare male all’ospedale dissero che probabilmente aveva quella nuova malattia americana. Come era arrivata fino a lui? Seppi solo alla fine che era stato negli Usa un anno per un master e là aveva fatto sesso. Forse temendo di essere ostracizzato, con noi tacque quell’episodio. Poco dopo lui morì, morì il suo fidanzato, e anche qualche comune amante. Da lì in poi io, terrorizzato, iniziai a usare sempre il preservativo.
Questo fu il mio anno zero, ma io non lo sapevo ancora. Stavo bene, non dimagrivo affatto e pensavo perciò di essermela cavata. Quali fossero le norme per la prevenzione era poco chiaro. Si andava da “non si può fare niente, tutto è inefficace, i preservativi sono porosi e fanno passare il virus” a prescrizioni scrupolose, da guerra biologica. Scoprimmo così l’esistenza della diga dentale, ma questa restò nell’ambito della teoria e ancora lì è confinata. Il preservativo invece si iniziò a usarlo, anche se era scomodo e costoso. Qualcuno, terrorizzato, ne indossava due, uno sopra l’altro.
In Italia le autorità si rifiutavano anche solo di nominare i preservativi, alcuni farmacisti seguaci del papa pretendevano addirittura che fosse possibile diventare obiettori e cessarne la vendita, che era esclusiva delle farmacie. Solo i militanti gay andavano in giro a spiegarne l’uso corretto, creando anche un’importazione parallela dalla Svizzera dove, non solo i preservativi erano sempre stati in libera vendita, ma addirittura se ne fabbricarono di dedicati (più robusti, aromatizzati alla vaniglia, dall’immagine accattivante, i mitici Hot Rubber che erano soprattutto venduti a prezzo politico, un sesto di quello che costavano gli altri in Italia). Io in quel 1984 ebbi comunque 71 nuovi amanti con cui feci sempre sesso sicuro. Invece, guardandosi intorno, non si usavano molto i preservativi, veniva invece fatto un rapido esame visivo preventivo all’altro (“Non è magro, quindi è sano”). Invece altri dicevano “Non li uso, non servono a niente, siamo già tutti infettati, abbiamo scopato tutti fra di noi in questi anni” e continuavano a fare sesso come prima, ricordandomi l’immagine dei viaggiatori che ballano sul Titanic che affonda.
Verso il 1985 è arrivato il test in Italia e, passata la ressa dei primi tempi, anch’io sono andato con tranquillità a farlo. E ho invece scoperto di essere sieropositivo. Essendo risaliti al 1983 come data dell’infezione, i medici mi pronosticarono “al massimo tre anni di vita”. Io avevo 28 anni e morire a 31 era tremendamente troppo presto.
Per un certo periodo sono rimasto come anestetizzato, nulla aveva importanza, tutto era disperante. La paura cresceva, non più solo tra i gay, ma tra tutta la popolazione. Agli omosessuali si erano aggiunti i tossicodipendenti e poi gli emofiliaci, e poi anche i figli di madre sieropositiva, poi gli eterosessuali. Sui giornali continuavano a comparire proiezioni catastrofiche dell’epidemia.
1986: il virus, riconosciuto con certezza, venne battezzato col nome di Hiv (Virus della immunodeficienza umana), e si iniziò a fare un distinguo fra l’essere solo infettati e l’essere ammalati con malattie opportunistiche. “Tu quante polmoniti hai fatto?” diventò la domanda fatta fra amici per capire quanto tempo restasse da vivere. Dopo la seconda o la terza c’erano poche speranze (ma alcuni amici sono morti anche alla loro prima polmonite). Noi, terrorizzati dall’agonia nella demenza, fine molto ricorrente, o dalla cecità invalidante, in fondo ci auguravamo, tra le varie possibili, la soluzione meno dolorosa, un giorno e una notte di febbricitante delirio e poi l’agognata rapido commiato. Fra di noi nascevano patti di assistenza reciproca “Se andrò via con la testa, lasciami la finestra aperta di notte, se è inverno, o soffocami col cuscino”. Riportate qui ora sembrano cose da feuilleton, ma assistere in quei tempi gli amici agonizzanti, calava chiunque inesorabilmente nel pieno della tragedia.
La prima cura, l’Azt, arriva nel 1987, non funzionava molto, anzi, faceva morire ma in un modo diverso: di anemia. Per cui i necrologi iniziano a nascondere e parlare di leucemie. I gay non devono dichiarare l’immonda malattia, il castigo di dio, la peste del 2000, ma possono dire che son morti di leucemia. Perché, di quei tempi là, neanche in punto di morte si poteva confessare la verità, lo stigma continuava per gli amici e i parenti. Sulla morte dei personaggi famosi i giornalisti indagavano al di là del lecito e del buon gusto, pur di fare paginoni sensazionalistici da appendere alle edicole.
Se risultavi sieropositivo, i medici ti davano pochi anni di vita. Quindi se lo dicevi in giro, non solo scappavano tutti i pretendenti terrorizzati dal contagio e non scopavi più, ma tutti ti guardavano anche come tu fossi un morto vivente, un uomo a termine.
800 casi in Italia quell’anno, pochi rispetto a quello a cui siamo abituati oggi, e ognuno si nascondeva come poteva. Per questi motivi c’era chi rimuoveva completamente tutto e si buttava nel sesso più frenetico, e chi invece pensava di vivere un evento eccezionale e voleva cristallizzarlo e tramandarlo in un libro, un film, un documentario, che non andasse perso. Anch’io ebbi questo impulso romantico ma, visto l’affollamento di creativi, rinunciai. Anche perché condurre una vita da sieropositivi nascosti era molto più semplice. Io non ero neppure sicuro di essere Hiv+, non avevo ripetuto il test, c’erano stati dei falsi positivi, io continuavo a stare bene mentre i miei amici stavano morendo. Decisi di non assumere l’Azt, alla cui efficacia non credevo, non avendo conosciuto nessuno che fosse migliorato.
Fu solo verso il 1992 che rifeci il test che confermava la mia sieropositività. All’ospedale dove andai stavano sperimentando un nuovo farmaco, mi chiesero di partecipare, mi illustrarono i rischi, accettai il mio primo protocollo (da allora non ho più smesso di prendere pillole per un solo giorno). I casi in Italia erano già diventati 14.000, iniziava a essere un po’ più facile dirlo, ma era sempre un atto coraggioso.
1996: iniziarono ad esserci più tipi di farmaci, più sperimentazioni e si scoprì che i farmaci presi assieme erano estremamente più efficaci. Questa terapia combinata prese il nome di Haart, acronimo inglese di terapia antiretrovirale altamente attiva, una rivoluzione. Arrivò anche il test che misura la quantità del virus nel sangue (replicazione virale), alcuni si scoprirono “guariti” ma era un’illusione: la terapia è ottima e il virus in circolo è talmente poco che il test non lo rileva. Io ho iniziato a dire di essere sieropositivo, per essere tranquillo e non dover portare avanti una immagine fittizia di me. Poi perché era giusto avvisare chi poteva correre un rischio, che facesse attenzione pure lui. Ed anche perché conoscevo troppe persone solitarie che, disperate, si nascondevano. Coi miei chili di troppo pensavo di poter essere un esempio tranquillizzante, dimostrare che si poteva vivere anche col virus dentro. Ma soprattutto così è migliorato il mio rapporto con gli altri. Qualche ricercatore si illuse che comunque la soluzione fosse vicinissima. Ma bastarono un paio di anni per capire che anche questa terapia col tempo smette di funzionare, e che servono farmaci sempre nuovi, che esistono parti del corpo dove il virus si annida e dove i farmaci non arrivano. Il messaggio però che passa tuttora nei media è che “ora esiste una cura”. L’Aids non fa più paura, se ne parla meno, ci si protegge meno e l’infezione galoppa.
E così arriviamo a oggi. La cura definitiva non c’è ancora. Di Aids si parla solo, talvolta, rispetto all’Africa, del costo delle cure e dei soldi che mancano, oppure dei tanti vaccini e dei risultati che tardano ad arrivare. Quasi non si parla più di sesso sicuro, che è l’unica cosa veramente funzionante, poco costosa e senza effetti collaterali, per fermare questa brutta storia. Noi persone contagiate non saremmo oggi in Italia 150.000. E trentatré milioni e quattrocentomila nel mondo.