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Men, men, sex and Hiv. Più chiaro di così non poteva essere il claim della prima conferenza europea sul futuro della prevenzione tra i maschi che fanno sesso con maschi (Femp) che si è svolta il 10 e 11 novembre a Stoccolma. Una città dove è attiva una delle più longeve associazioni glbt d’Europa, la Rfsl nata ben 61 anni fa. Forse anche grazie al suo lavoro, la vita gay qui ha dei connotati ben distanti da quelli che si vivono in molti altri paesi europei: l’obiettivo del lavoro di Rfsl, infatti, è stato di equiparare in tutto gli omosessuali al resto della popolazione. Stessi diritti, stessi doveri. E persino stesso modo di socializzare, tanto che quasi non esistono locali gay in città e in quei pochi attivi è assolutamente impensabile trovare una darkroom o una sauna. D’altra parte gli etero mica fanno sesso nei loro locali…
Con questi presupposti verrebbe da pensare che una conferenza sulla prevenzione tra i gay e gli altri maschi che fanno sesso con maschi è superflua. Sbagliatissimo: le cifre raccontano chiaramente che la diffusione dell’infezione da Hiv in Europa colpisce questo gruppo molto più di tutti gli altri. Secondo il report europeo presentato da Marita van de Laar, dello European Centre for Desease Prevention and Control, il numero di nuove infezioni tra gli Msm varia tra 7.000 e 10.000 all’anno, contro le 6-7.000 avvenute per rapporto eterosessuale non protetto. Sembra un fallimento della prevenzione basata sul cambiamento dei comportamenti e sull’uso del preservativo. Una strategia che – secondo la van de Laar – non riesce a mantenere una efficacia più a lungo di 6-12 mesi.
Che l’uso del condom non faccia parte delle abitudini dei gay europei lo conferma anche la diffusione esponenziale di altre malattie che si trasmettono nel sesso (Mts) con più facilità di quanto non si trasmetta l’Hiv, come l’epatite B (contro la quale, peraltro, basterebbe vaccinarsi per mettersi al sicuro) o la sifilide.
Se le campagne per l’uso del profilattico non riescono più a colpire nel segno, fare il test Hiv invece può avere un impatto notevole: “Secondo diversi studi – riferisce ancora la van de Laar – le persone con Hiv che conoscono il loro stato riducono i comportamenti a rischio di oltre il 50%”. E cosa si può dire allora della terapia e del suo impatto nella prevenzione di nuove infezioni? L’efficacia è ormai dimostrata, ma la sua applicabilità è ancora in discussione: secondo le statistiche, su 100 persone con Hiv solo 75 sono diagnosticate, 65 sono seguite presso un centro clinico e 50 ricevono la terapia; che risulta efficace su 45 di queste, tra le quali solo una quota – poniamo – pari a 30 riuscirà ad essere perfettamente aderente. Ecco che la terapia come prevenzione può teoricamente trovare applicazione solo su una porzione piccola della popolazione che vive con l’Hiv. Mentre il resto potrebbe continuare a diffondere l’infezione.
Ciò su cui tutti concordano è che bisogna abbandonare l’idea della prevenzione impostata su una sola strategia, ma articolarla in interventi che riguardano ambiti e strumenti differenti. Una schematizzazione estremamente efficace viene da Ford Hickson della Scuola di medicina tropicale di Londra, che offre una sorta di decalogo di ambiti che possono essere valutati come precauzioni o come rischi.
Precauzioni/rischio: 1) fare il test per l’Hiv e altre Mts/evitare il test; 2) prendere la terapia per Hiv/evitare la terapia; 3) evitare nuovi partner sessuali/avere altri partner sessuali; 4) avere partner dello stesso stato Hiv/tacere sullo stato Hiv proprio e del partner; 5) essere monogami/avere una relazione aperta; 6) sesso non penetrativo/rapporto anale; 7) preservativo/senza preservativo; 8) estrarre il pene prima dell’eiaculazione/eiaculare dentro; 9) evitare il popper/usare il popper; 10) profilassi post-esposizione/nessuna azione dopo un rapporto a rischio.
Ciò che è interessante in questa lista di opzioni è che, a seconda dei propri valori e di ciò che si desidera, si può cercare di ottenere una combinazione che riduca il rischio: per una persona che non riesce a ricavare piacere dal sesso usando il preservativo potrebbe essere utile combinare le “precauzioni” 1, 3, 6 e 10, mentre chi corre i rischi 3, 5, 6 e 7 sarà il caso che almeno non corra anche l’1 e vada a fare un test.
Il concetto di base è che per fare prevenzione bisogna essere consapevoli che esistono comportamenti e valori differenti e non si può imporre un modello per tutti. Tutti e – verrebbe da dire – i gay come e più degli altri cercano la soddisfazione sessuale. Allora la domanda cruciale è: come fare per avere sesso migliore con minor danno? La più grande ricerca sui comportamenti sessuali degli Msm in Europa – la European Msm Internet Survey o EMIS di cui parleremo tra poco – mostra che nei paesi in cui si registra una maggiore soddisfazione sessuale c’è anche un maggior numero di diagnosi di Hiv. Dovremmo quindi concludere che bisogna scegliere tra la felicità sessuale e la sieropositività dilagante o poche infezioni con una vita sessuale misera e insoddisfacente? Assolutamente no, secondo Ford Hickson: forse una soluzione sta nel cambiare il modello di soddisfazione sessuale. Sin dagli anni ‘70 la comunità gay è cresciuta con l’idea che un maggior numero di partner significhi una maggiore liberazione. Secondo Hickson questa utopia portata avanti ancora oggi dall’industria del sesso gay non è quella che garantisce la massima soddisfazione. Nonostante gli sforzi compiuti da molte associazioni, in parecchi sex-club gay non viene affatto incoraggiato il sesso sicuro. Occorre coinvolgere maggiormente i gestori dei locali nei progetti di informazione e prevenzione.
Ecco perché una speciale sessione della conferenza di Stoccolma è stata dedicata proprio a “business and pleasure”, con la partecipazione di alcuni imprenditori impegnati nel campo del gay entertainment. È qui che sono stati presentati i risultati del progetto Everywhere (www.everywhereproject.eu), svolto in otto paesi europei tra cui l’Italia: una sorta di marchio di qualità che garantisce i frequentatori dei locali sul livello di servizi per il sesso sicuro che vengono offerti. Durante i primi due anni del programma, spiega Nigel Sheriff che dirige il programma da Londra, la maggior parte degli 83 locali che hanno partecipato hanno scelto il marchio “premium” che garantisce, oltre i requisiti minimi come distribuzione di condom, lubrificante e informazioni sul test Hiv, anche la diffusione di video porno con sesso sicuro, l’implementazione di politiche anti-discriminazione e la formazione regolare del personale. Sheriff riferisce che questi gestori hanno registrato persino un incremento dei profitti dopo avere aderito a queste iniziative.
Certo è che, più che nei locali, i gay si incontrano e si organizzano per il sesso su internet. Ed è lì quindi che bisogna andare se si vuole capire cosa succede.
È quello che ha fatto EMIS, una immensa opera di analisi dei comportamenti sessuali attraverso un questionario online disponibile in 38 paesi, dall’Irlanda all’Azerbaijan. Grazie alla promozione attraverso riviste e associazioni, ma anche grazie al supporto di alcuni siti di incontro gay come Gayromeo, Manhunt, Gaydar e Qguys (se citarli è pubblicità, in questo caso se la meritano) sono stati raccolti ben 184.472 questionari in 25 lingue diverse, in grado di offrire il più dettagliato quadro della popolazione Msm europea che sia mai stato fatto. I risultati completi della ricerca saranno pubblicati a gennaio, ma un vasto assaggio è stato dato alla conferenza di Stoccolma. Qui vogliamo riportare un dato particolarmente significativo per la sua ovvietà, e che viene confermato anche da una analoga ricerca statunitense: le leggi contro la discriminazione per orientamento sessuale hanno un impatto molto positivo anche sulla salute delle persone omosessuali, rendendo più facile l’accesso al test e alle cure. Il fatto che una cosa così logica venga dimostrata da una ricerca condotta con rigorosi metodi scientifici potrebbe aiutare a renderla intelligibile anche da una classe politica che non riesce altrimenti a sentire ragioni…
Un altro aspetto positivo della ricerca EMIS (www.emis-project.eu) è che è riuscita a fare un po’ di luce sulla situazione degli Msm nell’Europa dell’Est e dell’Asia centrale. Secondo le statistiche ufficiali, infatti, in paesi come la Bulgaria o la Romania, per non parlare di Moldova o Uzbekistan, la trasmissione dell’Hiv attraverso rapporti sessuali non protetti tra maschi è limitata a pochissimi casi. Addirittura in Tajikistan non è mai stato registrato un caso di questo tipo! Eppure proprio EMIS permette di confermare che laddove si hanno maggiori difficoltà a definirsi gay, si corrono maggiori rischi per la infezione da Hiv e per le altre malattie a trasmissione sessuale.
In ultimo qualche parola sulla presenza italiana a Stoccolma: Arcigay ha presentato il progetto di empowerment per uomini omosessuali sieropositivi HiVoices, di cui a gennaio si svolgerà la quarta edizione (per info: www.casserosalute.it) e un poster sugli interventi di prevenzione realizzati con Anlaids, Lila e circolo Mario Mieli a Milano, Padova e Roma. Ma alla conferenza era persino rappresentato l’Istituto superiore di sanità nella persona di Stefania d’Amato che ha portato un poster sui risultati dell’analisi di 2.722 questionari online – di cui 762 tra MSM – raccolti per ottenere quei dati sull’epidemia tra gli omosessuali che le istituzioni internazionali ci chiedono da anni. Qualche numero: oltre il 70% degli Msm intervistati ha fatto almeno una volta il test Hiv e quasi il 50% lo ha fatto nell’ultimo anno; il 67% di chi ha rapporti sessuali anali ha usato il condom nell’ultima occasione; e dei 553 Msm che hanno riferito il proprio stato sierologico la percentuale delle persone con Hiv è del 14%. Tristemente in linea con le percentuali registrate in tutte le ricerche sulla diffusione dell’Hiv tra gli Msm in Europa occidentale.