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Siamo arrivati anche a questa data carica di simbologie, nere profezie e oggettive preoccupazioni. Ci siamo arrivati piuttosto ammaccati e guardiamo al futuro, come ci dicono le analisi sociologiche, con più timore che speranza. C’è naturalmente da augurarsi che il nuovo fatidico anno non ci conduca alla fine del mondo, ma è inevitabile che, con la nostra valida assistenza o meno, ci porti qualche significativa svolta.
La complessità della crisi che stiamo attraversando, di cui il rallentamento dell’economia è solo l’aspetto più visibile e ossessivamente menzionato a rischio di velare tutto il resto, non incoraggia l’ottimismo. Ma è chiaro che senza l’idea di una qualche luce in fondo al tunnel non andremo da nessuna parte se non a fondo. Occorre la crescita, ripetono gli economisti, intendendo spesso con ciò un puro escamotage contabile per non rimettere in discussione i modelli difettosi che ci hanno condotto alla situazione presente. Ma crescere può anche voler dire maturare, e di questo sicuramente ha bisogno un paese che si sta (forse) risvegliando da decenni di illusioni bambinesche in cui lo smarrimento del confine tra fiction e realtà ha prodotto un incontrastato predominio del trash (nel significato letterale di immondizia) in tutti i campi e a tutti i livelli. Il deficit culturale e morale che abbiamo accumulato nel frattempo è più pericoloso del debito pubblico e ci allontana dalle punte avanzate della civilizzazione molto più dello spread che separa i nostri buoni del tesoro da quelli tedeschi. Come uscirne?
Le medicine amare che ci propinano, con il ricatto dell’emergenza, attraverso un governo “tecnico” che impone ricette politicamente connotate malgrado la martellante retorica dell’equità, non sono una soluzione adeguata a lungo termine. Sarebbe meglio un progetto di vera equità (lasciandoci dietro le spalle le truffe linguistiche) che redistribuisca risorse, abolisca la selva di privilegi da antico regime che si sono moltiplicati nel tempo e incoraggi una coesione sociale sempre meno esistente ridando un senso al concetto di cittadinanza. Qui rientriamo pienamente in gioco anche noi, non solo come cittadini generici ma anche come cittadini di serie b ai quali l’ostinata arretratezza delle nostre classi dirigenti deve parecchio in termini di giustizia e di onestà intellettuale. Al momento purtroppo non si vede traccia di intenzioni di questo genere ed è anche evidente che senza una ripresa di protagonismo della politica, sempre che si tratti di una politica diversa, non si caverà un ragno dal buco. Un ricambio ai vertici è necessario, ma non è di per sé una garanzia. Crescere, nel senso di maturare, implica perciò anche una ripresa di responsabilità da parte di ciascuno, un dovere di partecipare, ragionare e non delegare ogni scelta per poi potersi dichiarare innocenti quando le cose si mettono male. Un passaggio elettorale per verificare se esistono le condizioni per un cambiamento finalmente in positivo sarà indispensabile e non dovrebbe essere un dramma se ci si arriverà proprio nel corso di questo 2012 già previsto come terribile, più che dal calendario Maya, dalle analisi economico-sociali. Bisogna però arrivarci preparati, scrollandosi di dosso la paura atavica delle novità e sperando naturalmente che fermenti e movimenti che nella realtà vediamo operanti trovino un’adeguata e credibile espressione nell’offerta politica che verrà.
Un’eventuale ventata di aria fresca nell’asfittico mondo della politica deve fare spazio anche alle nostre numerose e inevase rivendicazioni di uguaglianza. Sotto questo aspetto ognuno può fare la propria parte: le piazze reali e virtuali per farsi sentire non mancano davvero. Quello che manca, casomai, è un po’ più di coraggio e costanza nel perseguire gli obiettivi. Quando questi elementi ci sono qualche risultato arriva. Tanto per fare un esempio recente possiamo citare il pandemonio creato a Bologna dalla giusta insistenza delle associazioni glbt per includere Agedo e Famiglie arcobaleno all’interno della consulta cittadina delle associazioni familiari. La determinazione e l’indisponibilità a compromesi al ribasso espressi in questo caso hanno avuto ragione della pretesa dell’integralismo cattolico di porre veti incomprensibili e del pavido atteggiamento dell’amministrazione comunale.
Sfortunatamente il nostro movimento appare spesso più occupato a regolare conti interni che a promuovere battaglie esterne. Ne ha offerto nel suo piccolo una dimostrazione anche un’assemblea nazionale che si è svolta a Roma lo scorso 10 dicembre, dove le divisioni tra gruppi diversi si sono manifestate vivacemente. Questo appuntamento ha comunque stabilito che il prossimo pride nazionale si svolgerà a Bologna (probabilmente il 9 giugno) nel trentesimo anniversario della storica conquista del Cassero. La scelta non è passata senza polemiche ed è il caso di notare che continuare a litigare sul pride, che ha ormai un impatto politico assai modesto sulla scala nazionale, è uno spreco di energie. L’assemblea ha inoltre dato mandato a Famiglie arcobaleno, Agedo, Mit, Arcigay e Acilesbica di preparare un progetto per il futuro “coordinamento delle nazionale associazioni glbtqi”. Se questa diventasse la sede per condividere e portare avanti insieme più efficaci strategie rivendicative ben venga. Forse poi il 2012 non sarà poi brutto come lo si dipinge.