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Nato il 26 marzo 1961 in Australia, paese da cui fuggì a 19 anni per la totale assenza di stimoli, Leigh Bowery morì a Londra il 31 dicembre 1994 lasciando un’impronta imprevedibile quanto indelebile nella storia della cultura pop. Difficile descriverlo a parole: artista performativo, geniale disegnatore di moda (impossibile da indossare se non da lui), promoter di club trasgressivi (il più famoso fu il Taboo che darà il titolo a un musical prodotto da Boy George), pop star di scarsissimo successo con il gruppo Minty ma (s)oggetto d’arte privilegiato per un ritrattista del calibro di Lucian Freud (di cui fu musa posando nudo) e molto altro ancora.
Nel 2002 il regista Charles Atlas gli aveva dedicato un documentario dal titolo The legend of Leigh Bowery mentre la prima mostra postuma al mondo a lui dedicata fu nel 2004 a Sydney, intitolata con dei giochi di parole Take a Bowery, the works and (larger than) life of Leigh Bowery. Le opere e la sua breve vita, in effetti, furono leggendarie e modellate sul tema della “esagerazione” in tutti i sensi e direzioni possibili, a partire dal fatto che era sia molto grande che molto corpulento e che usò anche altezza e stazza per ottenere effetti destabilizzanti il senso e il buon gusto comuni.
Punto di riferimento di una parte importante della scena culturale inglese degli anni ’80 del secolo scorso, Bowery spostò in avanti il confine dell’eccesso che era stato segnato dal precedente movimento punk, dedicandosi a esplorare la reinvenzione di sé e usando il proprio corpo come una tela. In un’epoca che vide la nascita di Mtv, in cui l’impatto visivo diventa essenziale per farsi notare globalmente, le sue azioni o provocazioni, in cui inseriva e collegava linguaggi molto diversi tra loro e citazioni colte di ogni genere, furono vera avanguardia. Fu, in sostanza, un’icona dell’oltraggio quando tutto il resto era inserito nello sterile conformismo yuppie, secondo un codice definibile come “narcisismo queer”, perché il perno intorno a cui girava la sua produzione artistica era la sua identità personale. Ma essa era fluida, in evoluzione costante e a cavallo (o in bilico) tra i generi diventando, a seconda dei casi e dei costumi che si inventava e personalmente cuciva per ogni occasione, elegante o grottesca o inquietante, per non dire ripugnante e raccapricciante. La sua influenza estetica, basata sullo “show off” (ostentare, fare sfoggio) oltre ogni limite conosciuto al momento, fu talmente importante che le sue intuizioni vennero in seguito recuperate e commercializzate da personaggi come Vivienne Westwood, Alexander McQueen, John Galliano e David LaChapelle tanto per citare.
Poco conosciuto in Italia, anche se in una lettera si vantava che Donatella Versace lo aveva cercato per una consulenza stilistica, la galleria Camera16 contemporary art di Milano presenta dal 10 febbraio fino al 31 marzo la mostra About Leigh Bowery a cura di Carlo Madesani, una doppia personale di due fotografi di fama internazionale, Fergus Greer e Johnny Rozsa, che attraverso i loro scatti ne raccontano la parte più patinata (su YouTube si trovano molti video, essenziali per cogliere a tutto tondo il personaggio Bowery). Entrambi lo conobbero personalmente e collaborano con lui tra il 1986 e il 1994, anno della sua scomparsa a causa del virus dell’Hiv, e attraverso una serie di ritratti lo immortalarono, confezionando una vera a propria guida visiva di ciò che lui ha prodotto attraverso l’immagine di se stesso. La sua filosofia di vita potendosi condensare in l’importante è restare indimenticabili.