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In tempi di crisi sempre più inquietante, il Festival Mix di cinema gaylesbico e queer culture sceglie come slogan “Happy together” per recapitarci il messaggio che insieme (forse) possiamo ancora farcela. E per corroborare la speranza offre anche questa volta una panoramica originale e corposa di quel laboratorio di relazioni umane che è la produzione cinematografica glbt. Genere assolutamente transgender che si nutre degli altri (dalla commedia al dramma al fantasy al noir senza dimenticare ovviamente il musical) alla ricerca incessante di nuove forme e regole di convivenza.
Si parte bene, presentando come evento speciale d’apertura North Sea Texas, lungometraggio d’esordio del regista belga Bavo Defurne già noto e apprezzato per i suoi corti estetizzanti perlopiù dedicati ai primi fremiti giovanili dell’eros omosessuale. Anche in quest’opera di maggiori dimensioni, che ha ottenuto riconoscimenti dal Canada al Sudafrica e in Italia è stato premiato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, il tema è l’adolescenza gay che prende coscienza e cerca di proiettarsi felicemente verso la maturità dei sentimenti. L’arte narrativa di Defurne ci teletrasporta in una mitologica atmosfera anni Settanta, descritta con quella commovente cura dei dettagli che per il cinema gay è un marchio di fabbrica, resa ancora più sognante dall’ambientazione in una località di villeggiatura delle Fiandre sperduta e demodé. Qui è venuto al mondo e cresce Pim, figlio di una ex miss di provincia che gestisce un locale un po’ sgangherato senza rassegnarsi ad abbandonare del tutto le ambizioni artistiche e spinta comunque avanti dalla potenza di inesausti desideri carnali. Secondo uno schema freudiano che contribuisce a rafforzare il tema della nostalgia, Pim scopre se stesso agghindandosi ancora bambino con le paccottiglie dello sberluccicante passato della madre miss. E lei infallibilmente lo coglie sul fatto, costruendo malgrado le pacifiche intenzioni una scena primaria che dà al figlio la consapevolezza di essere diverso. Fortuna che sul mare del nord le nuvole vanno e vengono rapidamente portando con sé nuove prospettive e nuovi progetti. Così ritroviamo Pim in prossimità del suo quindicesimo compleanno, confuso sul da farsi ma fiducioso nelle proprie possibilità. Nel deserto affettivo che lo circonda ha trovato un’oasi nella famiglia dei vicini di casa, dove manca sempre il padre ma in compenso c’è Gino, il diciassettenne figlio maggiore della vicina che non si fa troppo pregare per assumere il ruolo del primo amore con tutti gli struggenti particolari del caso. La realtà però non è mai così semplice e la trama si complica con vicoli ciechi emotivi che conducono Gino a una parallela vita etero, la sua sorella minore a una devastante infatuazione per Pim e lo stesso Pim a invaghirsi di Zoltan, splendido vagabondo ospite della madre che lancia segnali ambigui ma poi si rifugia nelle più rassicuranti braccia di lei. Il pasticcio sembra infine ricomporsi aprendo una finestra su un futuro tutto da immaginare. E lasciando soprattutto dietro di sé le poetiche tracce di Defurne destinate a soggiornare a lungo nella memoria dello spettatore.
Alla categoria “indimenticabili” appartiene senz’altro anche il film di chiusura della rassegna: Cloudburst di Thom Fitzgerald che arriva a Milano in anteprima italiana e che ha due assi nella manica in Olympia Dukakis e Brenda Fricker, entrambe vincitrici di un Oscar come attrici non protagoniste e qui mattatrici di prim’ordine di una storia toccante che si sforza di non sconfinare troppo nel melenso. Cosa non facile, dato che il nodo della vicenda è la decisione di due anziane lesbiche in coppia da oltre trent’anni di fuggire in Canada per sposarsi allo scopo di non essere forzosamente separate da una nipote di una delle due, che accampa come scusa le precarie condizioni di salute della nonna. La fuga offre lo spunto per un road movie ricco di sfumature e divertenti colpi di scena, nonché per una riflessione non banale sul significato del matrimonio tra due persone libere e intelligenti che non hanno mai avuto bisogno delle carte bollate per certificare il loro amore. Strada facendo incontrano un autostoppista giovane e sbiellato che diventa immediatamente una sorta di figlio adottivo e antologizza con autoironia centinaia di disadattati trovati per caso sulle statali nella filmografia nordamericana. Ma l’elemento che rende grande questo film è l’interpretazione magistrale di Olympia Dukakis, tardiva icona gay oggi ottantenne che entra a pennello nei panni di Stella, la butch della coppia votata a combattere contro il destino come il più riuscito dei don Chisciotte post-western. Lei stessa, in interviste rilasciate dopo essersi riguardata sullo schermo, non si capacitava di essere riuscita a calarsi così bene nel cliché maschile incarnato dal suo personaggio. Qualcuno l’ha paragonata a Walter Matthau in versione lesbica, ma la similitudine è sicuramente riduttiva perché l’energia, la passione e l’umorismo che Stella dispensa sono assolutamente solo farina del suo sacco. Altro che Oscar…
Il resto della programmazione festivaliera offre molte altre chicche, che confermano la mano felice della squadra guidata dal direttore artistico Giampaolo Marzi e giustificano un moto di gratitudine verso il supporto organizzativo fornito dal Cig Arcigay di Milano. I titoli sono tanti (come sempre tra tutto circa un centinaio) e ne citiamo solo alcuni per non ridurci a un puro elenco. Tra quelli che meritano una menzione speciale c’è l’ultimo lavoro di Gaël Morel, regista e attore ormai di lungo corso nella cinematografia “a tematica” che presenta in questa edizione del Festival Mix Notre paradis, un melodrammone a tinte molto fosche in cui la bellezza e la sincerità si confondono fino all’estremo limite con la psicopatologia e la fissità dei ruoli sessuali della fantasia seriale. Protagonista assoluto, nella parte del killer risentito e compulsivo, è Stéphane Rideau, già carismatico ed eroticissimo protagonista di capisaldi della filmografia gay francese come Les roseaux sauvages (1994) di André Techiné e Presque rien (2000) di Sébastien Lifshitz. Lo ritroviamo qui trentacinquenne e preda degli incubi dell’età che avanza in una Parigi che gli presenta il conto degli anni trascorsi come gigolo di successo. Ora è troppo vecchio per una clientela che esige eternamente facce d’angelo e muscoli scattanti, così comincia vendicarsi facendo fuori (o così crede) le vecchie checche che minano la sua autostima. Ma una sera trova al Bois de Boulogne la sua dolcissima nemesi in Angelo, giovane prostituto sbandato di cui si innamora perdutamente, ricambiato, e che trascinerà in una spirale di indicibile orrore e disperato amore. Un film da rimuginare con gratificante masochismo nelle notti in cui i buchi neri di internet e dei luoghi deputati aprono voragini nel rimpianto del tempo perduto.
Altre storie degne di nota riguardano l’intricato rapporto tra omosessualità e culture di appartenenza (quella islamica in particolare) che è purtroppo ancora spesso causa di tragedie. È il caso per esempio di Quelque jours de répit del regista algerino Amor Hakkar, in cui si racconta della breve fuga clandestina in Francia di una coppia di gay iraniani poi sospinti, da disumane regole sull’immigrazione quanto dalla fedeltà al proprio sentimento reciproco, a un rimpatrio forzato che li porterà alla morte per impiccagione. Conclusioni meno disperanti, pur senza lesinare sull’atmosfera di catastrofe incombente, riserva My brother the devil di Sally El Hosaini, arguto racconto di come un ragazzo anglo-arabo della sconfinata periferia londinese scopre e impara in qualche modo a comprendere l’omosessualità del suo apparentemente machissimo e idolatrato fratello maggiore, interpretato dall’ incantevole e molto promettente James Floyd.
Grande spolvero e varietà propone poi la scelta di film a tematica lesbica, che spaziano dai bollori lacustri brandeburghesi che mettono in crisi due coppie rappresentati in Frauensee di Zoltan Paul, alla parabola dell’amore di una vita che non passa ma non dà comunque la felicità di Bye Bye Blondie di Virginie Despentes (con le ottime protagoniste Emanuelle Béart e Béatrice Dalle), al delirio satirico-fantastico di Codependent Lesbian Space Alien Seeks Same di Madeleine Olnek, in cui la passione tra donne ha una dimensione addirittura interplanetaria e si intreccia con una paradossale missione aliena che parte dal presupposto che l’amore e i sentimenti altruistici allarghino il buco dell’ozono…
E ancora ci sono i musical, progenitori impliciti del cinema glbt che a questo punto gettano tranquillamente la maschera per mettere in scena relazioni gay, lesbiche e quant’altro senza filtri metaforici. Come Love is in the air di Simon Staho, ambientato in Danimarca, o Leave it on the floor di Sheldon Larry, che in una Los Angeles tutta afro-americana imprime un ritmo scatenato a musica, danza e sentimenti. Sempre in questo genere di culto ricade anche la miniserie tv in quattro episodi Mary Lou, firmata dal regista israeliano Eytan Fox, che tratteggia con intento scopertamente camp la storia del riscatto personale di una giovane drag queen approdata dalla provincia a Tel Aviv ed è interamente costruita intorno alle canzoni dell’icona pop israeliana Svika Pick.
Il festival propone, come di consueto, anche una interessante scelta di cortometraggi e documentari. Tra questi ultimi è d’obbligo citare quantomeno Vito di Jeffrey Schwarz, commovente ritratto a più voci di Vito Russo, attivista gay statunitense tra i più significativi del recente passato e autore del celebre Lo schermo velato, libro fondamentale sulla rappresentazione dei personaggi e dei temi omosessuali nel cinema hollywoodiano dalle origini agli anni Ottanta. Nella sezione documentari troviamo infine anche un film italiano: Lo chiamavano Vicky di Enza Negroni, dedicato alla giovinezza emiliana dello scrittore Pier Vittorio Tondelli, che a oltre vent’anni dalla prematura morte rimane una pietra miliare della letteratura gay, italiana e non solo.