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Per come sono andate le cose, bisogna congratularsi con il sindaco Giuliano Pisapia che ha tirato diritto, evitando che le trappole di una stressante contrattazione politica paralizzassero o svuotassero di senso la sua iniziativa. Alla fine l’ha spuntata lui, con l’aiuto di chi lo ha sostenuto dentro e fuori la giunta e il consiglio comunale, anche se ha dovuto sacrificare qualcosa alle note sensibilità cattoliche arroccate sulla difesa del primato della famiglia “naturale” rispetto alle altre forme di convivenza. Per capire quanto sia stata dura, basta constatare che ci è voluto più di un anno per approntare, discutere e far votare il “Regolamento per il riconoscimento delle unioni civili”. Un atto amministrativo di valore soprattutto simbolico, che non comportava l’impiego di significative risorse finanziarie e voleva sancire che Milano, come molte altre città grandi e piccole del nostro paese, dissente dall’indirizzo politico nazionale e riconosce nell’ambito delle proprie competenze l’esistenza e la rilevanza sociale delle coppie etero e omo che convivono senza essere sposate. Pisapia l’aveva promesso in campagna elettorale come segno tangibile di un cambio di stile rispetto all’atteggiamento bigotto delle precedenti amministrazioni di centrodestra. Ma dopo la vittoria erano comparsi subito i “se” e i “ma”, con la guerriglia dell’ala cattolica del Pd decisa a procrastinare il più possibile la discussione e in subordine ad annacquare il più possibile i contenuti del nuovo regolamento. Calando l’asso, i cattolici hanno ottenuto di rinviare tutto a dopo la visita del papa a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie del giugno scorso, ma il sindaco si è impegnato pubblicamente a far approvare la delibera entro l’anno. E senza attendere lo scadere di questo termine l’ha portata a casa all’alba del 27 luglio dopo una dozzina di ore di dibattito in consiglio comunale. Il testo partorito dopo tanto travaglio non è proprio un topolino, anche se non entra in polemica esplicita con il vuoto legislativo a livello nazionale né con l’idea che ci sia davvero una differenza sostanziale tra la famiglia consacrata dal matrimonio e quella che non lo è. Presupposto dogmatico che comunque risulta illogico secondo lo stesso filo di ragionamento del documento approvato. Là dove dice, per esempio, che “il comune provvede a tutelare e sostenere le unioni civili, al fine di superare situazioni di discriminazione e favorirne l’integrazione nel contesto sociale, culturale ed economico “. O là dove stabilisce che “all’interno del comune di Milano chi si iscrive al registro è equiparato al “parente prossimo del soggetto con cui si è iscritto” ai fini delle possibilità di assistenza. Nel perimetro del suo raggio d’azione che include le politiche sulla casa, la sanità, i trasporti, i servizi sociali, lo sport e la cultura, il comune decide di non fare distinzione tra famiglie di fatto e di diritto. A poco serve dunque la modifica, pattuita con i cattolici del Pd e alcuni consiglieri laici del Pdl, che ha sostituito nel testo il termine “famiglia anagrafica” con quello meno somigliante di “unione civile”. Infatti poi nel voto finale i quattro consiglieri comunali dell’area cattolica del Pd si sono astenuti e solo due dell’area laica del Pdl hanno votato a favore. Tutto il resto del centrodestra ha votato contro o non ha partecipato al voto, ma il testo è passato con un’ampia maggioranza: 27 sì, 7 no e 4 astensioni. Di questo documento è apprezzabile anche la premessa, che ribadisce che non c’è alcun ostacolo giuridico locale, nazionale o sovranazionale al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto etero e gay. Può far sorridere invece il fatto che, probabilmente sempre per l’ansia di distinguere le unioni civili dal matrimonio, nella versione della delibera portata in consiglio si definisse l’unione civile come la convivenza in base a vincoli affettivi di “un insieme di persone”, legittimando così anche la poligamia o qualunque tipo di sperimentalismo familiare. Troppo avanti per Milano: un emendamento ha riportato l’ordine, stabilendo che per unione civile si intende “due persone maggiorenni legate da vincoli affettivi” che vivono nella stessa casa. Guarda un po’, proprio come le coppie sposate.
Messo in cascina il risultato il sindaco ha dichiarato: “Abbiamo ridotto lo spread sull’Europa dei diritti civili”. Ma il differenziale resta alto, secondo lo stesso Pisapia: “Escludo che questa delibera apra alla possibilità di matrimoni gay”. Per questo “servirebbe una legge del parlamento”. Il registro sarà operativo a fine mese e per iscriversi bisognerà andare in ufficio comunale, con il certificato di residenza, dove verrà rilasciato un attestato di unione civile senza cerimonie di alcun tipo. A Napoli, invece, il registro è già entrato in funzione, con l’iscrizione inaugurale di quattro coppie (tre etero e una gay). Secondo Il sindaco Luigi De Magistris “è molto bello che Napoli e Milano siano unite sui diritti civili e sulla politica. È l’Italia che vogliamo: unita nell’attuazione della costituzione”.
L’azione a tenaglia svolta da nord a sud dai sindaci progressisti delle grandi città qualche effetto nazionale l’ha già avuto, avendo certamente contribuito a rimettere il tema delle unioni gay nell’agenda del confronto tra le forze politiche. A Milano abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe essere l’accidentato percorso parlamentare di una legge su questa materia nella prossima legislatura, almeno nel caso che dalle urne emergesse una netta maggioranza di centrosinistra. Nell’ipotesi invece di un’alleanza tra il Pd e l’Udc (o il nuovo partito di centro che è un continuo work in progress) come asse della futura maggioranza di governo le cose si complicherebbero ulteriormente. Auguriamoci che passi in avanti come quelli compiuti a Milano a Napoli rafforzino le possibilità di una soluzione decente.