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Una sintesi perfetta della questione, per quanto filtrata dalla sua consueta ironia sbarazzina, ce l’ha fornita Luciana Littizzetto dalle colonne della Stampa il 5 ottobre scorso: “Ma come, Vendola vuole un figlio? (…) Già ci stiamo facendo un mazzo cosi per avere il registro delle unioni civili, non partire già in tromba con un figlio ai gay! Ma non puoi chiedere una cosa per volta?”.
Lo sconcerto di Lucianina per le recenti dichiarazioni del governatore della Puglia (“Se ora potessi fare quello che voglio, farei un figlio. Farei il padre forse meglio di come ho fatto il politico”), seguite a ruota dalle analoghe aperture del sindaco di Milano Pisapia (“Meglio avere dei genitori, anche se omosessuali, piuttosto che non averne affatto”) e persino di Rutelli (“Se mi trovassi a decidere il destino di un ragazzo orfano, lo affiderei anche a una coppia gay. O anche a un gay single”), è forse anche anche quello di molti cittadini omosessuali italiani, che in decenni di rivendicazioni non sono riusciti nemmeno a ottenere uno straccio di legge contro la violenza omofobica e adesso sentono blaterare di un tema “lunare” come le adozioni gay.
Eppure il problema c’è, e non si tratta di speculazioni filosofiche: secondo una ricerca finanziata nel 2008 dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia ci sono già 100.000 bambini con almeno un genitore omosessuale. Come da copione, è sempre l’area cattolica ad agitarsi maggiormente quando si entra in argomento. In quest’ultima occasione a rintuzzare Vendola e Pisapia, tra gli altri, ha pensato il sociologo Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, il quale rimprovera i due leader di sinistra dalle pagine di Famiglia Cristiana: “L’idea che ‘qualunque condizione familiare’ vada bene appare assolutamente improvvida e dannosa, soprattutto per i bambini abbandonati. Proprio per il carico di dolore, di sofferenza e di ‘bisogno’ che questi bambini portano, occorre offrire loro l’accoglienza di una coppia genitoriale fondata sulla diversità sessuale, diversità insostituibile per offrire un’armonica crescita a ogni bambino (senza la quale) il benessere del bambino è messo a rischio, come dimostra la stragrande maggioranza dei dati raccolti dalla più credibile letteratura psico-sociale a livello internazionale”.
In realtà i dati scientifici citati da Belletti divergono da molti altri che dimostrano esattamente il contrario, e cioè che le condizioni di vita dei figli che crescono nelle famiglie omosessuali non variano rispetto a quelle dei bambini tirati su da genitori eterosessuali.
Nonostante i dati oggettivi, ci vuol poco a verificare quanto in Italia la genitorialità arcobaleno sia percepita in maniera negativa, anche nei consessi apparentemente più progressisti: in un recente sondaggio tra gli utenti italiani di Twitter, i favorevoli all’adozione da parte delle coppie omosessuali sono solo il 21,5%, contro il 49,7% che invece si dichiara d’accordo col matrimonio gay.
In sostanza, per la maggioranza dei nostri connazionali mettere al mondo dei figli, oppure adottarli, è considerato un passo naturale meritevole di tutto il sostegno sociale possibile – quasi fosse una missione per conto di Dio e della Patria – quando a volerlo sono le coppie uomo-donna, mentre lo stesso progetto di vita diventa un capriccio aberrante se a desiderarlo fortemente sono i gay e le lesbiche. Ma per la legge esiste davvero quel “diritto ad avere figli”, naturali o adottati, che agli etero discende dal cielo e che verrebbe invece negato alle coppie omosessuali?
“La nostra costituzione afferma che essere genitore da un lato è un diritto inalienabile e dall’altro un ufficio, inteso come diritto-dovere a mantenere, istruire ed educare i figli”, ci spiega l’avvocato Antonio Rotelli, presidente di Rete Lenford.
“Sotto il profilo giuridico vanno distinti il diritto di fare figli e quello di adottarli”, precisa il collega Francesco Bilotta. “Per la cassazione esiste un diritto a realizzarsi come genitori che non può essere illecitamente compresso e che secondo me rientra tra quelli dall’articolo 2 della costituzione, quindi è da considerare come diritto fondamentale. Soprattutto per i gay maschi, il fatto di non poter accedere alla procreazione assistita comprime tale diritto, e i divieti della legge 40 (la legge del 2004 che in Italia regola la fecondazione assistita, ndr) sono, anche per questo, incostituzionali”.
Per le donne lesbiche italiane che desiderassero un figlio, gli ostacoli da superare sono forse un po’ meno gravosi, a patto di possedere la determinazione necessaria e i mezzi anche economici per emigrare in quei paesi dove la fecondazione assistita è loro permessa. “Nel nostro paese un bambino può essere allevato da due persone dello stesso sesso, ma giuridicamente non vengono riconosciute entrambe come genitori”, ricorda Rotelli. “Quando la coppia si reca all’estero per la fecondazione assistita, per la legge italiana il nascituro sarà solo figlio di uno dei due. In attesa di un intervento positivo del legislatore, i genitori cercano di tutelarsi e tutelare i figli facendo ricorso a strumenti come le scritture private, ma si tratta di dispositivi insufficienti”.
Francesca Pardi e Maria Silvia Fiengo, socie fondatrici dell’associazione Famiglie Arcobaleno e animatrici della casa editrice Lo Stampatello, specializzata nei libri illustrati a tematica glbt rivolti all’infanzia, hanno concepito così i loro quattro figli, nonostante le avversità giuridiche.
Una volta diventati genitori il peggio è passato, oppure è da quel momento che per i padri e le madri gay e lesbiche comincia l’esame più difficile per dimostrare al mondo di “essere all’altezza”? “Noi genitori omosessuali fatichiamo a diventarlo e arriviamo a questo traguardo con una grande consapevolezza del nostro ruolo”, ammette Fiengo. “Siamo spontaneamente dei genitori che seguono molto i propri figli, forse anche troppo: come se fossimo tutti dei genitori anziani apprensivi. Nessuno mi domanda esplicitamente di dimostrare di essere una madre migliore, però mi rendo conto di soffrire di quello che gli americani chiamano minority stress: insomma, sono molto protesa verso gli altri, mi sforzo di essere rassicurante rispetto alla mia particolarità, lavoro per spianare la strada ai bambini. Credo che nessuno mi faccia pesare di essere una madre lesbica, ma a volte mi pesa il silenzio: da una parte la società mi discrimina e mi insulta pubblicamente, poi però nella vita di tutti i giorni sembra sempre che la questione non esista. Anzi, a volte se entro troppo in argomento rischio di sembrare paranoica e inutilmente rivendicativa. L’identità di madre si sovrappone in maniera molto forte a quella di lesbica, ma resto sempre portatrice di una differenza con la quale gli altri, prima o poi, devono misurarsi”.
“Non dobbiamo pensare solo ai diritti fondamentali della persona che vuole un bambino, ma anche al bene del bambino che nascerà”, aggiunge Bilotta per spiegare come mai le leggi italiane contrastino così tanto l’omogenitorialità. “Questo ragionamento non viene applicato solo ai gay e alle lesbiche, ma anche alle donne sole, a quelle in menopausa, alle coppie che a causa di una malattia hanno depositato i gameti di uno dei due per usarli dopo la morte del partner. Non si tratta solo di omofobia, ma di un atteggiamento paternalistico e illiberale con chiare ascendenze cattoliche”.
Quando il bambino già c’è, e si cerca qualcuno che se ne prenda cura, le difficoltà, se possibile, aumentano ulteriormente, perché per la legge italiana, come rammenta Rotelli, “l’adozione è impedita alle coppie formate da persone dello stesso sesso in quanto è consentita solo alle coppie sposate; neppure i single possono adottare”.
Continua Bilotta: “La legge sull’adozione sconta una visione della famiglia che nella realtà non esiste più, o è del tutto marginale. La paura dei giuristi è quella di non fare l’interesse del minore, ma il retropensiero è sempre lo stesso, ossia che l’omosessualità sia una malattia contagiosa e soprattutto che l’omosessuale sia fondamentalmente un anaffettivo che pensa solamente al sesso tutto il santo giorno. Se tu avessi questi dubbi gli faresti adottare un bambino? Poi uno guarda la realtà e vede che i single, anche se formalmente non adottano, ricevono spesso in ‘affidamento prolungato’ i bambini e alla fine è come se li adottassero. L’affidamento famigliare già oggi vede protagonisti molti (finti) single gay e lesbiche e nessuno batte ciglio. Anche se vivono in coppia, nessuno lo dice apertamente per evitare un impedimento”.
Forse allora non hanno a cuore soltanto il benessere dei bambini, quei legislatori che gridano allo scandalo ogni qual volta si osa soltanto discutere apertamente di omogenitorialità. Malgrado l’ideologica e ipocrita malafede che contraddistingue la nostra classe dirigente, le famiglie arcobaleno italiane vanno avanti per la loro strada.
“Noi non siamo genitori né migliori né peggiori, siamo come gli altri: litighiamo, sbagliamo, cerchiamo di fare del nostro meglio e a volte come gli altri ci separiamo”, conclude Maria Silvia Fiengo. “Credo però che noi omosessuali saremmo dei genitori adottivi potenzialmente migliori degli altri: abbiamo vissuto la condanna sociale sulla nostra pelle, quella condanna che grava spesso sul bambino adottato, anche se si finge che non sia così. Inoltre siamo spesso genitori senza il dato biologico e senza la gestazione nella coppia, così come avviene in adozione. Però siamo una potenziale possibilità buttata via”.