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Com’è la follia vista da dentro? Se lo domanda e trova una convincente risposta al riguardo Sébastien Marnier, giovane regista e sceneggiatore francese che debutta nella narrativa con Mimì (pp.368, Playground). Una storia scritta un po’ come una sceneggiatura, tanto che spesso le parole sembrano limitarsi a tradurre il filmino immaginario che scorre nella mente del protagonista. Si chiama Jean Pierre e iniziamo a conoscerlo mentre proietta nel suo cervello, come in una videoregistrazione d’epoca, i ricordi sbiaditi della sua infanzia. Ha cinque anni, cinque fratelli maschi più grandi che gli danno tutto il filo da torcere del caso, un padre violento e una madre rassegnata a covare dentro di sé il proprio rancore di vittima complice. Tutti insieme vivono nella più anonima delle periferie parigine, dove il vertice dell’appartenenza alla comunità nazionale sono le partite dei mondiali di calcio e dove per il resto la presenza dello stato fa un po’ acqua da tutte le parti.
Fin da bambino Jean Pierre si percepisce debole ma si vuole forte e riversa questo desiderio nel sentirsi partecipe dell’aggressività del gruppo maschile. A scuola fa l’incontro decisivo con Barthélemy, un compagno di classe così diverso da diventare il capro espiatorio perfetto dei risentimenti e delle insicurezze degli altri maschi. Barthélemy, che con il tempo riceverà il soprannome spregiativo di Mimì, è il primo della classe, ha dei genitori colti che durante le vacanze lo portano in giro per il mondo, si dà delle arie agli occhi dei compagni e preferisce fare amicizia con le ragazze. Da qui al percepirlo come una femmina per farlo oggetto del più feroce bullismo il passo sarà breve. Jean Pierre diventerà uno dei suoi più appassionati carnefici, ma resterà inevitabilmente impigliato in un amore odio che diventerà per lui un’ossessione. Mimì sarà pure una femminuccia, ma è bello, intelligente, fortunato e anche forte nel sopportare le torture che riceve senza restarne distrutto. E Jean Pierre lo invidia anche se vorrebbe disprezzarlo, sfogando nella violenza la frustrazione di sentirsi sistematicamente respinto da lui.
Passano gli anni e il gruppo dei compagni cresce e cambia, mentre Jean Pierre rimane indietro e si lascia andare al proprio destino di perdente. Lascia il liceo senza essersi diplomato, fugge dalle manesche attenzioni paterne trasferendosi a Lione dove trova lavoro in una pizzeria e intreccia relazioni senza vero amore con delle donne. Sembra bene o male approdato alla vita adulta, un uomo un po’ disadattato come ce ne sono tanti, ma le paure infantili e i dubbi inconfessabili sulla propria identità sessuale continuano a lavorargli dentro. Il senso di inadeguatezza e la depressione sono minacce sempre incombenti alle quali riesce a far fronte con crescente difficoltà, mentre osserva con amaro distacco il progressivo naufragio della sua famiglia d’origine. Finché il caso non gli farà incontrare nuovamente Mimì, che nel frattempo è diventato un politico emergente e ha sposato una donna bella e ricca, offrendogli nuovamente l’alter ego perduto e uno scopo per il quale vivere: la vendetta. Per raggiungere l’obiettivo di farla pagare all’amico/nemico ritrovato diventerà acuto e scaltro, riuscendo grazie a questa trasformazione a entrare nelle grazie della sua vittima designata e a realizzare il diabolico piano che prende forma gradualmente nel suo cervello. Intanto il suo pentolone interiore continua a bollire furiosamente fino a far sconfinare nella follia conclamata la sua personalità dissociata. Ciò che per lui più conta è comunque l’essersi aggrappato a un filo abbastanza solido per ridefinire un’esistenza priva di senso. A modo suo è finalmente innamorato.
L’aspetto più affascinante del romanzo, malgrado alcuni snodi della trama non del tutto convincenti, è il monologare della mente del protagonista che si costruisce una realtà distorta proiettando all’esterno un eroico quanto vano tentativo di fuggire da sé. L’ossessione sessuale che lo divora diventa così desiderio indecente che gli altri, donne e uomini, manifestano nei suoi confronti e gli procura un alibi per reagire in modo distruttivo. Il suo complesso di inferiorità personale e sociale è volontà del mondo di umiliarlo, alla quale è necessario rispondere con durezza. Marnier scava in profondità nei meccanismi che generano la psicopatologia e chiarisce tra le altre cose dove e come si riproduce l’omofobia, sottolineandone opportunamente le radici culturali. La malattia mentale in fondo è solo una risposta a una realtà che non si riesce né a comprendere né ad accettare. E la marginalità descritta attraverso gli occhi di Jean Pierre non è una pura fatalità, ma è in gran parte il frutto di un’evoluzione sociale che chiama in causa precise responsabilità umane.
Dentro queste coordinate la vicenda procede con un ritmo avvincente, grazie a una scrittura asciutta che punta sempre al nocciolo e a un concatenarsi di eventi che crea un’atmosfera da thriller anche se si immagina già in partenza chi sarà l’assassino. E man mano che le pagine scorrono può capitare di perdere di vista la verità convenzionale. Per riflettere magari con un po’ di inquietudine sul fatto che la realtà è essenzialmente questione di punti di vista e che nelle relazioni umane i confini che separano le vittime dai carnefici sono spesso più sottili di come amiamo rappresentarceli per vivere con un minimo di serenità.