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La riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca e la sconfitta del miliardario mormone Mitt Romney sono due ottime notizie anche per la partita relativa ai diritti glbt negli Stati Uniti. Obama è infatti il primo presidente della storia Usa a essersi dichiarato per la piena uguaglianza delle persone e delle famiglie omosessuali di fronte alla legge, con un cambio di posizioni maturato nel corso del suo primo mandato che ha saputo comunicare come autentico e pienamente coerente con i valori fondanti della democrazia americana. La sua permanenza a Washington per altri quattro anni garantisce il necessario consolidamento di questo storico traguardo, come bene ha capito la comunità glbt che si è spesa nella campagna elettorale ed è andata a votare in massa per il presidente contribuendo non poco alla sua vittoria. Viceversa l’elezione di Romney sarebbe stata un ritorno al passato. Magari non quello plumbeo delle amministrazioni di George W. Bush dominate dall’agenda della destra religiosa perché in pochi anni lo scenario è molto mutato, ma sicuramente avrebbe interrotto e ritardato il processo di cambiamento. Quella di Obama sarebbe apparsa come una fuga in avanti, una parentesi passeggera nel conservatorismo che ha dettato la direzione di marcia negli ultimi trent’anni, anche quando alla Casa Bianca c’era il democratico Clinton che non riuscì ad abolire la discriminazione di gay e lesbiche nelle forze armate ma fece invece approvare il Defense of Marriage Act (Doma), che definiva per legge il matrimonio esclusivamente come unione tra un uomo e una donna. Se questo non è accaduto non è un caso. Malgrado la persistente solidità delle forze conservatrici e del consenso che riscuotono, nel voto di novembre si è materializzato il volto di un’America che desidera ringiovanire e scommettere sul futuro anziché arroccarsi sulla torva difesa di una anacronistica tradizione.
Ancora meglio che nei risultati della competizione presidenziale questa immagine, per limitarci al tema dell’uguaglianza glbt, si è espressa nell’esito dei referendum statali nei quali i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi sul matrimonio omosessuale. Qui si è potuta registrare, numeri alla mano, una svolta davvero epocale. E ne è uscito letteralmente distrutto l’argomento conservatore secondo il quale le nozze gay potevano essere sostenute da una magistratura politicizzata a sinistra o da una classe politica rammollita, ma mai e poi mai dai sani orientamenti del popolo. In tre stati su tre nei quali si è votato per la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso (Maine, Maryland e Washington) i sì hanno vinto. Nelle precedenti consultazioni che si erano svolte in altri 32 stati, compresa la liberalissima California, avevano sempre perso. Nel Minnesota invece si votava per inserire nella costituzione che il matrimonio è solo l’unione tra un uomo e una donna e gli elettori hanno respinto la proposta. Che qualcosa sia cambiato è evidente. Le nuove generazioni vivono una realtà diversa e l’egemonia culturale sta inesorabilmente passando di mano. Illuminante a questo proposito è un libro uscito di recente negli Stati Uniti (Debating Same Sex Marriage) nel quale l’attivista gay John Corvino e Maggie Gallagher, strenua oppositrice delle nozze omosessuali, discutono su versanti opposti del matrimonio gay. Il primo tempera con un atteggiamento di bonaria pazienza e con uno stile spesso scanzonato il rigore logico delle sue affermazioni a favore, nella crescente sintonia suggerita dai tempi con i valori democratci vincenti. La seconda gioca invece palesemente in difesa e arriva persino al vittimismo, constatando che il mainstream si schiera in modo sempre più aperto con gli omosessuali e si adopera in modo sempre più pervasivo per marginalizzare le posizioni di chi vuole poter continuare a discriminarli sugli scudi di ciò che fino a ieri costituiva la norma. Per esempio tagliando i fondi ai gruppi di ispirazione religiosa impegnati nel sociale che negano legittimità alle coppie e alle famiglie omosessuali.
Quanto sta accadendo in America è particolarmente interessante se lo confrontiamo con quello che succede in Italia. Là la comunità glbt sta cominciando a vincere una dura battaglia che si è avvalsa di tutti gli strumenti del confronto democratico, diffondendo una cultura che pur creando forti divisioni ha messo radici nel senso comune e ha reso inevitabile una chiusura del cerchio a livello politico. Inoltre, nel bene e nel male, gli americani prendono molto più sul serio di noi i valori che sorreggono la comunità nazionale e le istituzioni che ne sono garanti (di cui famiglia e matrimonio fanno parte). Dunque a questo punto non si tratta più di scendere a compromessi ma di far valere ragioni ampiamente sottoposte al vaglio del dibattito pubblico. E quando sarà finita sarà impensabile tornare indietro, come è successo per le lotte dei neri, delle donne e delle minoranza etniche. In Italia abbiamo invece un’interpretazione assai più debole del concetto di democrazia, che da svariati decenni è sequestrato dalle convergenti intenzioni di una società perlopiù indifferente e di una classe dirigente ancorata al passato e a una concezione del potere che lo rende arbitro di ogni regola, coerente o meno con l’etica, la costituzione o quant’altro. Il dibattito langue, anche se i nostri argomenti si rafforzano di giorno in giorno non fosse che per pura osmosi con quanto ci circonda, e le soluzioni proposte tengono conto più del contesto che del merito. Lo abbiamo visto bene in occasione del confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra, nel quale i più accreditati per la vittoria (Pierluigi Bersani e Matteo Renzi), si sono collocati per ragioni tattiche a destra del partito conservatore britannico promettendo per una eventuale futura iniziativa di governo le unioni civili. Per il resto l’attuale quadro parlamentare è sconsolante. Speriamo davvero che le prossime elezioni diano una scossa il prima possibile.