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Il suicidio di Andrea, 15 anni, studente al Liceo Cavour di Roma preso in giro dai “compagni” di classe perché creduto “frocio”, perché indossava pantaloni rosa e usava smalto per le unghie, riapre il tema del bullismo omofobico a scuola. A poche ore di distanza, altre due storie scuotono l’opinione pubblica. A Udine il racconto di un giovane testimonia sei anni di inferno: “Ciao Barbie”, “sei un errore della natura”, “meriti tutta la sfiga del mondo”. “I professori”, denuncia il ragazzo a Repubblica, “hanno fatto finta di niente”. A Vicenza un sedicenne, sbeffeggiato e maltrattato dai suoi compagni di scuola a causa dei suoi “atteggiamenti troppo femminili” e per il modo di vestire “eccentrico” non usciva più di casa dalla vergogna. Tre episodi che rappresentano lo stato in cui gli adolescenti omosessuali italiani vivono gli anni più delicati della loro vita.
Un gay o bisex su due, secondo una recente indagine di Demoskopea e Gay.it, racconta di aver subito “discriminazioni a causa della propria omosessualità o bisessualità. Si tratta soprattutto di offese verbali (77%), ma non mancano atti di bullismo e minacce (25%) e mancati riconoscimenti (17%). Il 9% riporta di aver subito aggressioni fisiche. A interpretare il ruolo dei carnefici nel 90% dei casi sono i compagni di scuola, anche se un 15% punta il dito contro i docenti. Gli stessi che non prendono posizione (85%) anche se sono al corrente delle discriminazioni.
Se l’omofobia comincia a scuola, luogo principe per la crescita e la costruzione dell’identità, allora è proprio lì che bisogna intervenire. Ci ha pensato lo scorso anno l’allora presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, presentando il progetto internazionale “Niso” contro l’omofobia nelle scuole. Nella conferenza stampa di presentazioe aveva spiegato ai suoi detrattori che era importante finanziare un progetto del genere “non perché sia avvenuto qualcosa di drammatico in queste ore, ma perché è giusto prevenire questi reati, queste forme di offesa alle persone”. L’iniziativa (tutt’ora in corso perché di durata biennale) ha coinvolto quattro paesi Ue (Italia, Belgio, Olanda ed Estonia) e quattro scuole di Roma (Aristotele, Cannizzaro, Giordano Bruno e Socrate) con ottimi risultati (www.nisoproject.eu/it/progetto).
Quest’anno il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha rivolto un appello agli istituti italiani affinché partecipino attivamente alla giornata contro l’omofobia istituita dal parlamento europeo. Le sue parole diffuse attraverso una circolare (caso inedito per l’Italia), se confrontate con la media della nostra classe politica sembrano venire dalla luna: “La scuola”, ha dichiarato il ministro, “si cimenta ogni giorno con la costruzione di una comunità inclusiva che riconosce le diversità di ciascuno. È, infatti, ad un tempo, la prima comunità formativa dei futuri cittadini. Il suo ruolo nell’accompagnare e sostenere queste fasi non sempre facili della crescita risulta decisivo, anche grazie alla capacità di interagire positivamente con le famiglie. Le scuole, nello svolgere tale prezioso lavoro educativo ogni giorno, contrastano ogni forma di discriminazione, compresa l’omofobia”. Per questo “il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca intende supportare il lavoro dei docenti impegnati quotidianamente nella formazione dei propri alunni sulle problematiche relative a tutte le tipologie di discriminazione”. Un supporto, quello del ministero, inserito nella campagna “Smonta il bullo” lanciata nel 2007 per contrastare il fenomeno del bullismo tra i banchi scolastici che con l’allora ministro Giuseppe Fioroni, lo ricordiamo, non aveva una sezione specifica riguardante l’omofobia (www.smontailbullo.it). Ad aggiungerla è stato Profumo, probabilmente su impulso del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, che in occasione della giornata contro l’omofobia del 2011 si disse preoccupato “per il persistere di discriminazioni e comportamenti ostili nei confronti di persone con orientamenti sessuali diversi. Si tratta di atteggiamenti che contrastano con i dettami della nostra costituzione e della carta dei diritti fondamentali della Ue”.
I progetti “Niso” della Provincia di Roma e “Smonta il bullo” del ministero dell’Istruzione sono le eccezioni che confermano una regola, quella di uno stato assente che delega l’iniziativa su questi temi alle singole associazioni glbt invece di farsene carico cominciando a ripensare la scuola italiana a partire dai libri di testo. Ad Amsterdam, per esempio, circa tre anni fa il sindaco Eberhard van der Laan ha reso obbligatoria l’adozione in tutti gli istituti della capitale di libri di testo che correggono in modo radicale il concetto di coppia. In un libro destinato alle scuole elementari e medie si legge: “Gli omosessuali possono perfettamente creare le loro famiglie e allevare i figli. Non c’è niente di strano in questo”.
Come si può raggiungere questo traguardo anche in Italia? Miles Gualdi è stato coordinatore di un importante progetto di Arcigay intitolato “Schoolmates, bullismo nelle scuole” che ha ottenuto un partenariato transnazionale (Madrid, Varsavia e Vienna). “Per avere buoni risultati anche in Italia”, ci spiega, “bisogna chiarire due equivoci: il primo considera l’omosessualità un’ideologia politica a cui affiancare una controparte reazionaria per “par condicio”. Come dire: non si può parlare di omosessualità senza sentire anche un omofobo, “un’altra campana”, altrimenti il dibattito non sarebbe corretto, non sarebbe bilanciato. Mai penseremmo di parlare di ebrei invitando al tavolo del dibattito dei nazisti. Il secondo equivoco riguarda i presidi e i dirigenti scolastici che affermano senza tema di smentita che l’omofobia nel loro istituto semplicemente ‘non esiste’. Ma gli insulti, le minacce, le aggressioni spesso avvengono lontano dagli occhi degli adulti, magari negli spogliatoi o nel cortile durante i momenti di ricreazione”. Quale strategia per sensibilizzare gli adulti? “A mio avviso”, propone Gualdi, “bisognerebbe cominciare dal corpo non docente, dai bidelli: occorre valorizzare il loro ruolo perché con loro gli studenti comunicano in modo più diretto rispetto ai propri insegnanti”.
“Bisogna partire dagli insegnanti”, insiste invece Gianfranco Goretti, stimato saggista e insegnante nelle scuole superiori, “occorre coinvolgerli. Abbiamo bisogno di corsi di formazione e progetti formativi rivolti agli insegnanti e riconosciuti dal ministero dell’istruzione, non solo di proposte formative extracurriculari rivolte agli studenti. Coinvolgendo gli insegnanti sarà più facile proporre progetti e iniziative in consiglio di classe e raggiungere i presidi”. Secondo Mimmo Pantaleo, segretario generale della Cgil-Federazione lavoratori della conoscenza, “bisogna chiedere un programma nazionale del ministero contro l’omofobia, ma non si può tacere il fatto che in Italia i diritti civili non siano stati ancora riconosciuti a tutti, penso al matrimonio tra persone dello stesso. Parliamo di scuola e omofobia ma ci sono gravi responsabilità del governo sui nuovi diritti più in generale”.
Mentre andiamo in stampa le principali associazioni omosessuali e le istituzioni italiane che si occupano di discriminazioni si sono riunite nel primo “Meeting nazionale di lavoro lgbt”, nell’ambito del progetto promosso dal Consiglio d’Europa “Contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sulla identità di genere”. Obiettivo dell’incontro, mettere a punto priorità e interventi finalizzati a prevenire e contrastare le discriminazioni di cui sono vittime ogni giorno persone gay, lesbiche e transgender. “Questo primo incontro”, afferma Patrizia De Rose, capo del dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio, vuole essere la sede di confronto e dialogo per tracciare con le associazioni, che da anni lavorano su questi temi, le linee guida per una nuova strategia nazionale che garantisca diritti e pari opportunità alla comunità glbt”.
Nell’esporre il piano di lavoro nei prossimi mesi, Marco De Giorgi, direttore generale dell’Unar ha evidenziato i quattro assi prioritari di intervento: educazione e istruzione, lavoro, sicurezza e carceri, comunicazione e media.
Ma come si convertono dirigenti scolastici, presidi e genitori all’idea che parlare di omosessualità in classe non è un’azione diseducativa, un pericolo o una minaccia per gli studenti ma un momento di crescita per tutti? Come rispondono i ragazzi sollecitati su questi temi? Se ne discuterà il 28 febbraio a Roma grazie ad Amnesty International e all’Associazione nazionale alte dirigenze della scuola che insieme organizzano il convegno “Io non discrimino! Orientamenti sessuali e identità di genere nella scuola italiana”. L’incontro è aperto a docenti e dirigenti scolastici, genitori, studenti e studentesse e chiunque sia interessato alla promozione dei diritti umani e al superamento di ogni stereotipo e pregiudizio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali.
“Mentre la scuola italiana ha ormai una consolidata esperienza volta a contrastare fenomeni di razzismo, xenofobia, antisemitismo”, ci dice Chiara Pacifici dell’Ufficio educazione e formazione e di Amnesty, “molto più difficile, invece, risulta oggi affrontare a scuola la discriminazione dovuta all’orientamento sessuale e all’identità di genere, sebbene questa tematica sia stata finalmente riconosciuta a pieno titolo come inerente al rispetto dei diritti umani. Il cambiamento negli stereotipi e nei pregiudizi è ancora troppo lento e per questo sentiamo l’esigenza di promuovere e diffondere in ambito scolastico una cultura dei diritti umani, capace di far crescere i valori dell’accoglienza e del rispetto delle differenze anche nel campo della sfera sessuale”.
Il convegno “Io non discrimino! Orientamenti sessuali e identità di genere nella scuola italiana”, attraverso il contributo di esperti e la presenza di docenti e rappresentanti delle associazioni glbt, si propone di indagare le origini e le conseguenze dell’omofobia in ambito scolastico, ribadendo il ruolo fondamentale che le nuove generazioni possono esercitare nel disinnescare i meccanismi di violenza e discriminazione presenti nella scuola e promuovere lo sviluppo di una società partecipativa e rispettosa dei diritti umani. Per informazioni e iscrizioni si può contattare la sezione italiana di Amnesty International (tel. 06 4490 236).