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Si erano prefissi l’obiettivo ambizioso di portare in piazza un milione di persone ma non ce l’hanno fatta. Al termine della manifestazione che il 13 gennaio ha visto sfilare a Parigi tre grandi cortei contro il matrimonio gay, gli organizzatori rivendicavano 800.000 partecipanti, mentre la polizia parlava di non più di 340.000. Fa comunque impressione pensare a centinaia di migliaia di individui che si mobilitano e si scalmanano non per ottenere qualcosa per sé ma per negarlo a qualcun altro. Ed è stato in ogni caso il più grande raduno su una questione dibattuta nella società degli ultimi trent’anni. In confronto la mobilitazione contro i Pacs, a fine anni Novanta, fa una magra figura. Non si vedeva niente del genere dalla manifestazione per la scuola libera del 1984, che raggiunse il milione di partecipanti.
È un popolo eterogeneo quello che ha raccolto l’appello alla protesta lanciato dal collettivo “La Manif pour tous”, che si proclama apolitico e indipendente dai partiti. Si va dalle parrocchie alla destra incazzata di Marine Le Pen (non presente in corteo, al contrario di altri esponenti del suo partito) a quella in giacca e cravatta dell’Ump. Il clima tutto sommato è pacifico. Bandierine, palloncini colorati e bambini stemperano un po’ il livore di fondo. Si sente persino qualche slogan simpatico (“Vogliamo del sesso, non del genere”) in mezzo a una litania di banalità più o meno in rima che ricordano che “siamo tutti nati da un uomo e da una donna” o che la famiglia e fatta da un papà e da una mamma. La leader del movimento Frigide Barjot, che già dal nome d’arte sembra un tipo spiritoso (è un gioco di parole ispirato a Brigitte Bardot), rifiuta di essere etichettata come omofoba ed è stata bene attenta a prendere le distanze dalla frangia più integralista della militanza cattolica. Non ce l’abbiamo con i gay e le lesbiche, dicono. Vogliamo tutelarli e dare loro ogni tipo di diritto tranne quello di adottare bambini, o farli nascere con tecniche riproduttive non tradizionali, e di chiamare matrimonio le loro unioni. Sostengono che i francesi non sono stati consultati a sufficienza sulla questione, che la nazione è spaccata a metà e che è preferibile rivolgersi al popolo sovrano anziché imporre una riforma “dall’alto”. L’opposizione di destra ha fatto propria questa argomentazione e ha lanciato con grande strepito la campagna per il referendum, ma ha trovato su questa strada la netta contrarietà del governo. Il ministro della giustizia Christiane Taubira ha più volte ribadito che il referendum è incostituzionale e non si farà. Si deve invece approvare al più presto la legge sul matrimonio per tutti, come il presidente della repubblica François Hollande ha confermato anche dopo la manifestazione del 13 gennaio. Le proteste meritano rispetto, ha commentato l’Eliseo, ma la direzione di marcia non cambia.
Il clima quindi è incandescente mentre si arriva al rush finale (la discussione della legge è stata messa in calendario nell’aula dell’assemblea nazionale dal 29 gennaio). Il testo è passato prima in commissione, dove la destra ha già messo sul piatto ogni tipo di manovra ostruzionistica, dalla presentazione di valanghe di emendamenti per ogni comma all’abbandono delle sedute in segno di protesta alla semplice caciara. I deputati della maggioranza non si sono però lasciati intimidire e hanno saputo difendere i contenuti della riforma con una determinazione e una competenza che visti dall’Italia fanno davvero una grande invidia. Intanto, anche fuori dal palazzo la situazione è in ebollizione. Il movimento anti-matrimonio gay ha segnato un punto ottenendo un incontro faccia faccia di una sua delegazione con il presidente Hollande, che ha voluto compiere un gesto distensivo sperando di stemperare un po’ gli animi. A surriscaldarli ha in compenso provveduto il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, che pretende dagli organizzatori dell’evento del 13 gennaio il pagamento dei 100.000 euro necessari a ripristinare il prato della spianata del Champ de Mars, dove si sono conclusi i tre cortei parigini, ridotto a una distesa di nuda terra dai manifestanti antigay. E anche le buste piene di escrementi recapitate per posta al deputato socialista Erwann Binet, relatore della legge sul matrimonio per tutti, hanno fatto la loro parte. Lui comunque l’ha presa con filosofia, twittando ironico “Viva il dibattito!” a commento della notifica di ricevimento della prima.
Il movimento pro matrimonio gay ha poi deciso di raccogliere il guanto di sfida lanciato dagli avversari e ha lanciato un programma di mobilitazioni che ha raggiunto il suo culmine con la manifestazione convocata nella capitale il 27 gennaio, alla vigilia dell’inizio della discussione finale in parlamento. Una prima prova generale si era svolta durante il fine settimana precedente. Decine di migliaia di persone chiamate a raccolta da associazioni glbt e di difesa dei diritti umani, partiti di sinistra e sindacati hanno sfilato nelle altre principali città. Parola d’ordine: non lasciare che siano solo gli “anti” a esprimersi. Gli ultimi sforzi prima di poter festeggiare finalmente per il risultato raggiunto.