Seleziona una pagina

“Tornate all’antico e sarà un progresso”, scriveva Giuseppe Verdi di cui giusto quest’anno si celebra con burocratico sfarzo il bicentenario della nascita insieme a quello del suo coevo e “rivale” Richard Wagner. Ma Verdi certo non immaginava che, un secolo dopo la sua morte, questa esortazione sarebbe stata presa così alla lettera da far rivolgere il gorgheggiante mondo dell’opera (tanto connesso e per molti versi alla comunità gay) verso la vorace riscoperta di un passato che ai suoi tempi era morto e sepolto. All’alba del XXI secolo, infatti, nei cartelloni dei teatri mondiali (molto meno in Italia) e in modo ancora più marcato nelle produzioni discografiche e video impazza il revival barocco, che ha messo mano a una miniera di meraviglie musicali che perlopiù giacevano ad ammuffire negli archivi e – sorpresa – rivelano insospettabili elementi di modernità. Secondo il parere di Elvio Giudici, uno dei più autorevoli critici italiani dell’opera, “Il repertorio barocco è tra i più adatti a raccontare la nostra contemporaneità”. E tra le ragioni di questa attitudine ci sono sicuramente un modo di rappresentare i ruoli sessuali e di genere che con terminologia anacronistica potremmo definire queer e un ricorso all’ironia e all’eccesso estetico che potremmo definire camp.
Nelle opere barocche, al posto della strage di eroine votate a sicura morte precoce della successiva tradizione romantica (diventata l’Opera per antonomasia), troviamo per esempio baldi eroi della storia e della leggenda che cantano con voce femminea e spesso nella prassi contemporanea sono in effetti donne travestite. E nell’intricato svolgimento di trame che somigliano l’una all’altra (e ricordano nel contenuto i serial e i reality televisivi di oggi) la confusione dei generi e l’equivoco piccante sono elementi narrativi fissi. Il recupero di questo patrimonio musicale e teatrale, operazione culturale di immensa portata iniziata una quarantina d’anni fa, ha consentito di guardarlo con le nostre lenti deformanti anziché con quelle di un’interpretazione ottocentesca che vedeva l’estetica e l’etica dei secoli precedenti come disvalori in sé. Le regie contemporanee ne hanno così fatto emergere gli aspetti moderni, tra cui come dicevamo un modo di concepire la sfera sessuale più articolato del granitico monopolio della coppia eterosessuale “normale” imposto dal melodramma romantico.
Al centro di questa riscoperta del barocco musicale c’è una sfida apparentemente impossibile: riportare in vita la magia delle voci dei cantanti castrati, che conobbero il loro periodo d’oro nell’opera europea (cantata in italiano) tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento. La musica scritta per loro da compositori come Händel, Porpora, Hasse e molti altri che vengono via via dissotterrati dall’oblio è il campo di battaglia di una delle più agguerrite sfide canore dei nostri giorni. Se è vero infatti che c’è una certa penuria di voci notevoli in grado di affrontare Verdi o Puccini come meriterebbero, in compenso c’è una concorrenza sfrenata e di livello qualitativo crescente quando si tratta di cantare Händel e dintorni. E la confusione dei generi è totale perché sono uomini e donne che si cimentano nel tentativo di resuscitare l’arte dei castrati. I primi lo fanno cantando in falsetto e ingrossando di anno in anno la schiera dei cosiddetti controtenori, categoria che fino a una ventina d’anni fa contava solo pochi specialisti e oggi è un serbatoio di star.
C’è chi dice che si tratta di una sfida persa in partenza, e quindi tanto varrebbe risparmiarsi la fatica. I castrati erano infatti delle macchine da musica costruite attraverso l’asportazione chirurgica dei testicoli in età prepuberale, che conservava intatta la purezza del timbro infantile e consentiva poi di ottenere una voce di potenza e sonorità sovrannaturali, a detta dai contemporanei, attraverso un lungo e durissimo allenamento. Nessun interprete possiede oggi il medesimo curriculum e quindi certi strabilianti effetti che facevano ululare di approvazione le platee di trecento anni fa sono probabilmente sepolti per sempre con i loro evirati possessori. I cantanti del XXI secolo sanno di partire oggettivamente svantaggiati, ma la difficoltà dell’obiettivo rappresenta uno stimolo a intensificare l’impegno e a raffinare il gusto. Così, in capo a un paio di generazioni artistiche siamo arrivati a risultati comunque stupefacenti e molto graditi dal pubblico, checché ne dicano alcune vedove inconsolabili della Callas di ambo i sessi.
Cominciando dal settore femminile, un nome su tutti è quello di Cecilia Bartoli, vera rockstar della lirica con già oltre dieci milioni di dischi venduti, che con il passare del tempo sta dedicando nei suoi recital solistici un’attenzione sempre più specialistica alla musica barocca e al repertorio che fu dei castrati. Il suo disco/dvd Sacrificium, del 2009, alludeva nel titolo al cruento baratto che veniva imposto ai ragazzini tra una voce angelica che (forse) li avrebbe resi famosi e le loro prerogative virili. È stato un successo mondiale ed è stato seguito lo scorso autunno da Mission, una nuova proposta che insiste sullo stesso filone: un’antologia di arie da opere composte da Agostino Steffani (1655-1728), fin qui sconosciutissimo al grande pubblico, in cui la straordinaria cantante romana interpreta ruoli originariamente scritti sia per castrati che per voci femminili. Questa androginia viene sottolineata dalla copertina del disco, uscito anche in versione vinile e in dvd, in cui la Bartoli compare completamente calva e in abiti da prete nell’atto di brandire una croce come in un film horror di serie b sul diavolo o i vampiri. Il riferimento sacro si deve al fatto che Steffani era effettivamente un prete, poi nominato anche vescovo e dedito oltre che alla composizione musicale anche all’attività di diplomatico per conto del Vaticano, circostanze sottolineate per creare un po’ di mistero e promuovere il lancio del disco e del tour mondiale tuttora in corso. Che dire della voce di Cecilia? I nostalgici dei bei vocioni di una volta dicono che in teatro non si sente e l’hanno anche per questo fischiata di recente alla Scala. Fatto sta che i suoi concerti registrano ovunque il tutto esaurito con mesi di anticipo e i dischi sfornati al ritmo di circa uno all’anno in un quarto di secolo di carriera fanno sempre centro. È il caso anche dell’ultimo, in cui i virtuosismi vocali richiesti dalla partitura vengono affrontati e risolti come sempre in modo fenomenale. E sì, sono in grado di darci un’idea del perché le interpretazioni dei castrati mandavano in delirio il pubblico dei teatri.
Il panorama di signore della lirica che si volgono al repertorio barocco non si esaurisce certo qui e basti dire che ormai è di routine almeno qualche incursione su questo terreno per ogni interprete che si rispetti. Tra le stelle più brillanti del momento, è d’obbligo citare almeno il mezzosoprano statunitense Joyce Di Donato, la cui ultima fatica discografica si intitola Drama Queens ed è tutta dedicata ad arie di compositori del Sei e Settecento.
Ma il lato più intrigante e oggettivamente queer del revival barocco sono i controtenori, maschi biologici e non evirati che con la voce assottigliata dal falsetto sono in grado di produrre quelli che sembrano veri miracoli sonori, grazie a una tecnica incredibile e a un’espressività eccezionale. Sono loro i veri emuli dei castrati e ne ricalcano ormai le orme anche dal punto di vista del successo. Il divo del momento, in questo settore, è Philippe Jaroussky, particolarmente popolare in Francia dove vive. Una voce esile e a tratti anche un filo arida, ma l’abilità dell’interprete riesce ampiamente a compensare queste mancanze con esecuzioni in cui l’eccellenza tecnica va di pari passo con l’eleganza. A trentacinque anni ha già un lungo bagaglio professionale alle spalle e ha deciso di celebrarlo con un doppio cd (e dvd) di greatest hits (The voice) in cui spiccano quelli che furono i cavalli di battaglia dei più celebri cantanti castrati settecenteschi. Quello dei controtenori sta però come dicevamo diventando un esercito, parallelamente alla diffusione teatrale e discografica del loro repertorio d’elezione. Tra i venti/trentenni sono moltissimi i nomi promettenti o già solidamente affermati. Come il croato Max Emanuel Cencic, ormai onnipresente non meno di Jaroussky (e spesso in coppia con lui) sui palcoscenici e nei supporti digitali. Tra le sue più recenti produzioni discografiche figurano opere integrali e recital solistici sempre incentrati sul repertorio barocco. Tra i più giovani è almeno il caso di menzionare l’argentino Franco Fagioli, che ha una tecnica di canto straordinaria e un timbro che ricorda quello di Cecilia Bartoli, e il romeno di nascita e tedesco d’adozione Valer Barna Sabadus, vera voce d’angelo perfettamente a proprio agio nel ruolo di soprano che ha deliziato il pubblico degli appassionati con il suo cd del 2012 Hasse reloaded, in cui esegue arie da opere di Johann Adolph Hasse (1699-1783) e da cui è stato tratto un breve video di tre minuti disponibile su YouTube che consigliamo di ascoltare (con un po’ di pietà per le immagini piuttosto kitsch) per avere un’idea della bravura di questo ragazzo.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma per non appesantire il discorso rinviamo ancora a YouTube dove si trova di tutto e di più, compresi spettacoli interi di buona qualità audio e video, per chi volesse approfondire il tema controtenori. Tra le perle che è possibile trovare qui c’è anche, sia in versione integrale che per singoli brani, un’opera di Leonardo Vinci (1690-1730), Artaserse, testè riesumata da un sonno che durava da oltre duecento anni e riproposta con un triplo cd (si spera presto anche con una registrazione video ufficiale) e con uno spettacolo che ha toccato numerose tappe in Europa negli ultimi mesi. Qui troviamo nel cast tutti e quattro i controtenori sopra citati, poiché si tratta di un’opera che fu composta per Roma nel 1730, dove alle donne era vietato calcare i palcoscenici. Tutti i personaggi erano interpretati da voci maschili e cinque parti su sei (due della quali en travesti) erano destinate a cantanti castrati. Rinviamo a questo spettacolo (e consigliamo vivamente l’acquisto del cd) per chi avesse qualche dubbio sul fatto che l’opera barocca abbia dei risvolti incredibilmente gay. Si potrà constatare, oltre a godere di una musica di squisita fattura suonata e cantata splendidamente, che le drag queen non sono affatto un’invenzione moderna. Solo che una volta non cantavano in playback.