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“Il nostro viaggio non sarà concluso fino a quando i nostri fratelli e sorelle gay non saranno trattati come chiunque altro dalla legge. Perché se siamo veramente creati uguali, allora anche l’amore che ci portiamo l’un altro deve essere uguale”. Questo ha detto Barack Obama in un passaggio del discorso inaugurale del suo secondo mandato, pronunciato davanti a una folla oceanica e plaudente. Quattro anni fa aveva un atteggiamento molto più prudente verso una questione che si era rivelata in grado, forse più di qualunque altra, di mobilitare l’anima conservatrice dell’America. Era per le unioni civili e precisava che la decisione sul matrimonio omosessuale spettava ai singoli stati. Poi però il vento è cambiato, lui ha capito ed è arrivato a fare dell’uguglianza glbt uno degli obiettivi espliciti dell’ultima parte della sua esperienza di presidente degli Stati Uniti. Un bel progresso davvero, anche se la battaglia non è ancora vinta.
Anche in Europa l’orologio della storia ticchetta in avanti e questo 2013 dovrebbe salvo sorprese essere quello buono per il riconoscimento del matrimonio ugualitario in Francia e Gran Bretagna. A Parigi il presidente Hollande fronteggia con misura una forte ondata di protesta contro la riforma in dirittura d’arrivo ma non cambia idea. Si discuta pure di tutto ma la decisione resta.
Zoomiamo quindi sull’Italia e vediamo cos’è cambiato alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale che ci attende. Le novità potenziali del panorama politico non sono poche e c’è persino la remota possibilità che il prossimo parlamento abbia i numeri, in caso di vittoria secca del centrosinistra, per compiere il miracolo di approvare uno straccio di legge sulle coppie omosessuali. L’ipotesi più accreditata però è un’altra: grazie ai garbugli del sistema elettorale ci saranno maggioranze diverse nei due rami del parlamento e quindi sarà necessario creare un governo di coalizione tra il centrosinistra di Bersani, con o senza Vendola, e il centro di Mario Monti. Ora ricordiamoci di Obama e sentiamo Monti, su cui non a caso sta puntando le sue carte il Vaticano: “Il mio pensiero è che la famiglia debba essere costituita da un uomo e una donna e ritengo sia necessario che i figli crescano con una madre e un padre. I parlamenti possono trovare strumenti per altre forme di convivenza”. Siamo forse qualche millimetro avanti rispetto al Berlusconi del 2008, che i gay li nominava solo nelle barzellette, ma un po’ più indietro del Prodi del 2006, che se fosse dipeso da lui fino ai Pacs ci sarebbe probabilmente arrivato. Pierluigi Bersani si è audacemente pronunciato addirittura per una partnership alla tedesca, ma se poi si dovrà alleare con Monti sarà magari più conveniente rivolgere lo sguardo alla Slovenia o alla Croazia. Nichi Vendola intanto ha già fatto sapere che, dovesse servire, non sarà lui a tirare per la giacchetta Bersani sul matrimonio gay e che si atterrà al “minimo comune denominatore fra Sel e Pd”, ovvero riconoscimento delle coppie di fatto e legge contro la violenza omofoba. “Credo che gli italiani debbano avere garanzie sul fatto che il centrosinistra garantisce stabilità”, ha dichiarato rinunciando almeno per ora al bouquet.
Poi c’è la sinistra-sinistra di Ingroia che almeno sulla carta ci porta in palmo di mano e c’è pure la speranza di poter contare un domani su un atteggiamento non ostile da parte dei neofiti del Movimento cinque stelle, che stando ai sondaggi approderanno numerosi in parlamento. La Lega di Maroni lasciamola perdere e poi c’è Silvio, che all’ultima spiaggia ha sfoderato tutto il suo talento di cabarettista girovago per risalire la china e ne ha avuto anche per i gay. Durante un’intervista videoregistrata si è lasciato strappare perfino un cenno di assenso con la testa quando gli è stato chiesto se fosse a favore delle unioni civili. Successivamente ha scoperto il trucco, autoincensandosi per tutte le buone cose fatte dal suo governo per i gay e rinviando alla proposta di legge presentata dal Pdl nella scorsa legislatura “su tutte le unioni di fatto, anche tra fratello e sorella e parroco e perpetua, che ha come primo firmatario il senatore Carlo Giovanardi e che prevede una serie di diritti”. La solita fregatura del solito televenditore.
In conclusione non c’è come al solito troppo da stare allegri, ma è consolante pensare che possiamo solo migliorare. Una pattuglia di parlamentari gay e gay friendly ha buone possibilità di entrare nel prossimo parlamento e dovrà ricominciare un’altra volta dalla casella di partenza per tentare di fare uscire i diritti glbt dal limbo legislativo. A loro possiamo augurare solo in bocca al lupo, sperando che qualcosa possano portare a casa davvero. E che possano dare il loro contributo anche per riabilitare l’immagine, mai così appannata, di una politica molto distante dai bisogni degli elettori e troppo vicina ai propri interessi particolari. Il realismo suggerisce di non ritirarsi e di scegliere chi ci sembra meno peggio, ma certo l’entusiasmo è un’altra cosa. Scrive Roberto Saviano sull’Espresso a proposito dello stallo italiano sui diritti delle coppie gay: “Se la politica si tiene lontana da determinati temi, se getta la spugna e non affronta la possibilità di creare felicità, realizzazione, trasformazione culturale, che cosa si riduce a essere?”. Ce lo chiediamo anche noi andando a votare ancora una volta con la certezza che, bene che vada, non diventeremo cittadini come tutti gli altri nemmeno nella prossima legislatura.