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Quest’anno è stata più dura del solito, tanto che c’è stato anche un momento in cui si è pensato che il ToGay sarebbe stato fortemente ridimensionato, ridotto a un weekend, o addirittura sarebbe scomparso del tutto. Colpa del drastico taglio di fondi che stanno subendo le organizzazioni culturali da parte degli enti pubblici, una crisi che sta colpendo a 360 gradi e che sta facendo sparire, una dopo l’altra, tante cose a cui teniamo. Poi per fortuna il pericolo è in parte rientrato, grazie al buon ufficio del Museo Nazionale del Cinema (il quale amministra il Festival dal 2005) e forse anche al fatto che le cose si sono decise in periodo elettorale, quando tanti non possono rischiare di perdere la faccia.
Quindi la ventottesima edizione del ToGay ci sarà, quantunque in edizione un po’ ridotta. Rimane in ogni caso un evento straordinario, una kermesse del cinema ricca di un centinaio di opere, nonché un momento fondamentale di visibilità e di incontro per la nostra comunità gay. Anche quest’anno infatti Giovanni Minerba, il direttore del Festival – coadiuvato dal suo valente staff di collaboratori Fabio Bo, Angelo Acerbi, Alessandro Golinelli, Christos Acrivulis e Silvia Novelli – è riuscito a proporre un menù interessantissimo, nel quale conviene buttarsi a capofitto.
Il film di apertura sarà lo statunitense Any Day Now di Trevis Fine, sul tema dell’adozione, con un grande Alan Cumming, mentre il film di chiusura, tradizionalmente brillante, è Geography Club, di Gary Entin. Quest’ultimo racconta le vicissitudini di alcuni adolescenti che non riescono proprio a vivere in pubblico la loro omosessualità e per questo fondano un club nel quale possono vivere senza problemi i loro segreti.
La struttura tradizionale del festival è confermata. Tre le sezioni competitive, saranno premiate dalle tre giurie nonché dal pubblico: lungometraggi, documentari e cortometraggi. Purtroppo i tempi del nostro giornale, un po’ sfalsati rispetto al Festival, non ci consentono di conoscere ora i nominativi delle tre giurie né chi vincerà la quarta edizione del premio Dorian Gray, sempre top secret fino alla fine.
Nell’illustrare il programma cominciamo dai lungometraggi. Fra di essi c’è Alata (Out in the Dark) dello statunitense Michael Mayer (il regista di Una casa alla fine del mondo), sulla passione fra uno studente palestinese e un avvocato israeliano, ovviamente avversata da un contesto che rifiuta un rapporto del genere. In Boven is het stil (It’ All so Quiet) dell’olandese Nanouk Leopold protagonista è un cinquantenne (interpretato da Jeroen Willems, morto subito dopo le riprese) la cui introversione viene messa a dura prova dalle avance di un collega innamorato di lui e dall’arrivo di un giovane, intraprendente apprendista.
White Frog è del canadese (nato a Hong Kong) Quentin Lee, il regista dello splendido Ethan Mao. Racconta di due fratelli: Nick, un adolescente afflitto dalla sindrome di Asperger, e Chaz, più grande di lui; quando questi scomparirà, il fratello scoprirà tante cose insospettate su di lui, a cominciare dalla sua omosessualità. Tra gli interpreti numerose star di Twilight, Law and Order e Glee (Mike, il ballerino di origine asiatica). C’è poi Joshua Tree, 1951: A Portrait of James Dean di Matthew Mishory (Usa) sulla vita della grande icona gay, interpretata dal bel James Preston.
Tutti gli occhi saranno però per W Imie… (In the Name of) della polacca Malgoska Szumowska (la regista di Elles), fresco vincitore del Teddy alla Berlinale e che ha fatto parlare tanto di sé per l’argomento delicato: un prete omosessuale, regolarmente preda di laceranti dissidi interni, forse innamorato di un ragazzo che si è invaghito di lui. Il film, criticato nella cattolica Polonia, ha colpito molto per l’intensità della storia, dagli sviluppi tragici, la poeticità e l’erotismo che pervade incessantemente la vicenda.
Tra i cortometraggi spicca Happy Birthday, del danese Lasse Nielsen (il regista dell’indimenticabile You are Not Alone, 1978), incentrato su un ragazzino scosso da tempeste ormonali che scarica via web e che hanno per oggetto principale il suo prestante vicino di casa. In Holden, degli spagnoli Roque Madrid e Juan Arcones, c’è un incontro tra un giovane fotografo e un idolo del cinema, protagonisti di una notte di passione. Nell’indiano Aisa Hota Hai (It Happens), di Aashish Dubey, due ladruncoli derubano una coppia lesbica appartata nella boscaglia, ma l’arrivo della polizia scompiglia sorprendentemente i loro piani.
Nella sezione documentari c’è Paul Bowles: The Cage Door is Always Open, del texano Daniel Young, in cui viene raccontata la vita dello scrittore de Il tè nel deserto, ricordato anche dalla sua ultima, inedita intervista sul letto di morte. Born This Way, di Shaun Kadlec e Deb Tullmann (Usa), è un documentario di denuncia che mostra la cruda repressione dell’omosessualità in Camerun.
Se gli altri lungometraggi e i doc sono sparpagliati nelle varie sezioni, alcuni corti sono in Binari cortometraggi, che quest’anno ha come comun denominatore il sesso. È il caso di Adults Only, di Michael J. Saul (Usa), in cui il protagonista annega i postumi della sua ultima relazione in un peep show, tra voyeurismo e corpi avvinghiati.
A completare il programma ci sono però numerose altre sezioni. Cinemascape presenta 5 film, fra cui quello di apertura e quello di chiusura.
Tre le sezioni “Open Eyes”. La prima è Pink Pixels, animazione nell’era digitale, ideata da Massimo Fenati (l’autore dei fumetti di “Gus & Waldo”, i famosi pinguini) con una ventina di corti animati, provenienti da tanti paesi, dalla Norvegia all’Ecuador.
La seconda è Forever Young, gli amori immaginari, al suo secondo anno, che presenta opere di giovani registi, in genere incentrati sull’identità sessuale negli adolescenti. Tra i film c’è I Want your Love, dello statunitense Travis Mathews (regista assieme a James Franco dell’intrigante Interior. Leather Bar), in cui c’è la cerimonia d’addio di Jesse, che va via dopo dieci anni da San Francisco: un party con amici ed ex amanti, intriso di malinconia e sesso.
La terza è Lesbian Stories, Should I Stay or Should I Go? con 10 film, tra cui spicca Cloudburst del canadese Thom Fitzgerald (regista di Beefcake), autore anche della pièce teatrale da cui è tratto. Un’anziana coppia di lesbiche che sta assieme da più di trent’anni – Stella e Dotty, interpretate da Olympia Dukakis e Brenda Fricker – rischiano di essere separate perché una delle due deve essere ricoverata in una casa di riposo. Così fuggono verso il Canada, dove possono sposarsi; sulla strada incontrano un autostoppista, che aggiunge sale alla vicenda. È dunque un road movie, ricco di tanti temi, dalla terza età alla famiglia, dall’amore alla morte.
I “Focus” sono cinque. Il primo è dedicato a 8 video del filmaker spagnolo Juanma Carrillo, tra cui Canibales (2009) e Perfect Day (2010). Le opere del regista, che si definisce “pornografo dell’anima”, sono audaci e sperimentali, grazie a un gioco seducente di luci, immagini e musica, in contesti fortemente erotici.
Il secondo, Mezzaluna Rosa, è dedicato all’omosessualità nei paesi islamici. Tra di essi si fa notare I Am Gay And Muslim, dell’olandese Chris Belloni; intervistando 6 marocchini, viene messa in luce la loro omosessualità, il rapporto con la religione e la società repressiva marocchina, zeppa di omofobia e oscurantismo, in un bisogno di libertà, che però non significa necessariamente allontanamento dalla religione. Gvarim Bilti Nir’Im (The Invisible Men), dell’israeliano Yariv Mozer, è su tre ragazzi gay palestinesi, schiacciati da intreccio di religione, fanatismo e odio.
Il terzo è Bullismo, al centro del bersaglio, che sarà proiettato in occasione del 20 aprile, la giornata del silenzio. Fra i corti c’è Red Handed, del croato Bruno Mustic, uno struggente ricordo della persona amata perduta, in un film che urla contro come la violenza della società.
Il quarto, We Are Family, tratta argomenti attuali e delicati, come il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e le adozioni. L’opera più vicina a noi è Vorrei ma non posso di Enzo Facente, che ricorda, con interviste e testimonianze, la difficile (e finora perdente) storia delle unioni gay in Italia.
Il quinto è Chilometro zero, con 9 film recenti italiani, tra cui Il rosa nudo del sardo Giovanni Coda. Il film è ispirato alla vita drammatica dell’alsaziano Pierre Seel, morto nel 2005; questi, derubato dell’orologio nel 1936 in un luogo di battuage, fu senza saperlo inserito in un elenco di omosessuali e così, quando la Francia fu invasa dai tedeschi, la Gestapo lo arrestò, torturò e poi lo internò in un campo di concentramento.
Per finire c’è la tradizionale sezione Vintage, che ripropone film gay di culto. Quest’anno sono 7, tra cui Bilitis, Fellini Satyricon, La patata bollente, Il portiere di notte e un ormai dimenticato Piaf, di Guy Cararil (1974), sulla vita travagliata della grande cantante francese.