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Nel deserto delle notizie sull’Hiv, qualche settimana fa ne è uscita una particolarmente interessante. Io l’ho sentita su Leonardo del Tg3, ma poi, quasi identica, l’ho trovata un po’ dappertutto: “Un paziente è guarito completamente con i farmaci, è una bambina ed è il secondo caso al mondo, il primo è il Paziente di Berlino”. Accidenti, notizia sconvolgente, su che rivista scientifica è uscito lo studio? No, è un’intervista di due dottoresse che dalle rive del Mississippi l’hanno rilasciata al New York Times. Ma dov’è lo studio? Non c’è, è solo l’anticipazione di ciò che diranno a un congresso nordamericano sull’Aids.
Voi saprete certamente, se seguite assiduamente queste pagine, che i farmaci antiretrovirali si possono usare in tanti modi: per tenere a bada la progressione dell’infezione (come devo fare io); somministrati ai sieronegativi per evitare che si infettino (per coppie sierodiscordanti e per lavoratori sessuali); per evitare di infettarsi in caso di contatto col virus (incidente professionale, rottura di preservativo, violenza sessuale, nascita da madre sieropositiva…); per evitare di infettare il nascituro (somministrandoli alla madre almeno da un giorno prima del parto). Ma mai una persona è guarita con la terapia.
Il Paziente di Berlino invece non è guarito con i farmaci, ma perché per curare una leucemia è stato irradiato, e poi ha subito un trapianto di midollo da un donatore resistente, per una rara particolarità genetica, al virus dell’Hiv. O almeno si pensa che sia successo così, perché non si sa se il tipo di midollo trapiantato è ininfluente, e non si sa se sia veramente guarito, certo è che dopo 5 anni e senza alcun farmaco, ancora i test non rilevano virus in circolo.
La notizia quindi che una persona, seppur in tenerissima età, sia guarita grazie ai farmaci sarebbe una notiziona, e infatti alcuni giornali hanno parlato di miracolo. Ma quali sono le prove che sia avvenuto tutto questo? Non ci sono. Le due dottoresse si dicono certe che l’infezione sia avvenuta durante la gestazione, ma non ne hanno le prove, lo deducono dai valori di esami successivi. A un giorno di vita, scoperta la sieropositività della madre e della bimba, è iniziata la terapia con dosaggi da cura e non da prevenzione (perché, appunto, dai livelli ematici di materiale virale, hanno supposto che la creatura fosse realmente infetta, e non solo positiva per essere stata in contatto con la madre sieropositiva. Dopo un anno e mezzo di cure la madre sparisce e la bambina resta senza farmaco fino a sei mesi dopo, quando la madre torna. I medici si aspettano di trovare alti livelli di virus, e invece la bambina si è negativizzata.
Medici indipendenti, interpellati in proposito, si dicono scettici, perché finché non c’è prova che la bimba fosse stata infettata veramente, cioè col virus entrato nelle “riserve”, questo rimane un normale caso, come sono documentati fino dal 1995, di bambini che nascono sieropositivi e che con le cure si negativizzano. I meccanismi di questo fenomeno non sono chiari, ed è giusto e utile impiegare energie per indagarli, anche se dovessero servire solo per i nascituri da madri non sotto terapia, perché questo è il caso più comune nel terzo mondo, dove si cerca di somministrare la terapia almeno il giorno del parto, ma in caso di parti prematuri, in madri che non conoscono la loro positività, il rischio di infettare i figli che vengono al mondo è notevolmente più alto.
Prima di copiare un solo unico articolo contenente una dichiarazione tanto rivoluzionaria quanto non suffragata da alcuna autorevole conferma, è meglio indagare di più, e non titolare “miracolo” o “secondo caso al mondo”, perché in giro ci siamo noi che mandiamo giù pillole, ci sono i nostri compagni, gli amici, i familiari, che se anche non lo dicono, se noi non lo diciamo, stiamo tutti aspettando l’annuncio del vaccino, o la cura definitiva. La mia speranza è quasi spenta, e non sussulta per un titolo di giornale, anzi si indigna per la faciloneria con cui si titola, ieri il vaccino Ensoli, oggi la “bimba del Mississippi”.
Studiamo cos’è il doppio cieco (double-blind control procedure), la revisione paritaria (peer-review) per non farci infinocchiare. Cercando notizie su questo caso sono finito sul blog di Grillo, nella pagina in cui Vittorio Agnoletto parla del suo libro in cui denuncia il fallimento annunciato del vaccino. Sotto l’articolo ho trovato duecentocinquanta commenti e ho pensato: ecco, fra questa gente l’impegno per la prevenzione non è sopito come altrove! Ma leggendoli uno a uno ho trovato che una buona metà consisteva in insulti generici verso la corruzione e lo spreco. I pochi commenti più specifici sul tema si dividevano in due categorie. La prima composta da chi assicura che il virus non esiste (Duisberg è ancora molto citato), oppure che le medicine sono veleni che fanno ammalare, che il virus esiste ma non fa ammalare, che ci si ammala perché si crede che ci sia il virus. La seconda, invece, più aderente alla realtà (ma di poco), da quanti sostengono che il virus c’è, sì, che le medicine ci sono, sì, ma che le case farmaceutiche pur avendo da anni la cura definitiva la tengono criminosamente nascosta per lucrare vendendo farmaci cattivi a una massa di ammalati cronici. Un’altra ampia fetta di commentatori doveva aver sbagliato blog e parlava di fatti diversi.
Dopo trent’anni di ricerca mondiale e di enormi fondi stanziati ancora non si è nemmeno capito fino in fondo come agisce questo virus. Non penso che una équipe solitaria possa trovare la soluzione con un colpo di fortuna, da un giorno all’altro. Nell’attesa, preservativo.