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Mai forse come nel ventesimo secolo la musica è stata veicolo di cambiamento sociale, e questo vale nello specifico anche per la cultura gay che si è sviluppata letteralmente a passo di danza. Le polimorfe identità omosessuali sbocciate a partire dalla fine degli anni Sessanta si sono formate celebrando notte dopo notte il rito pagano della discoteca. È soprattutto sulla pista da ballo che si sono definiti le icone, gli stili e le tribù che attraverso i propri inni e segni di riconoscimento si sono diffusi da un punto all’altro del pianeta. In questa moderna piazza sovraccarica di stimoli sensoriali sono nate (e anche morte) molte cose nel corso degli ultimi cinquant’anni, si sono consumati romanzi e tragedie, esperienze estreme e illuminazioni. E tutto questo ha avuto inizio con la disco music, come ci racconta Luca Locati Luciani in Crisco Disco (Vololibero edizioni, pp.305, 20 euro), un libro che ripercorre la storia di questo fenomeno musicale e di costume intrecciandola con quella del clubbing gay negli anni ’70 e ’80 al quale è indubbiamente molto legata. Un testo denso, come del resto l’argomento che tratta, ricco di informazioni e pure “militante”, nell’intento di tenere insieme l’apparente frivolezza della musica di consumo e del divertimento di massa con la “serietà” che ha plasmato la comunità e la coscienza gay.
L’epopea della disco, leggiamo, nasce negli Stati Uniti e in particolare a New York dove apriranno molti dei suoi principali santuari. All’inizio, fino ai primi anni Settanta, è un genere underground che va forte solo nei locali frequentati da neri o da gay, ma successivamente esplode come fenomeno planetario raggiungendo l’apice della propria parabola alla fine del decennio, per poi disperdersi negli anni Ottanta in mille rivoli da cui nasceranno altre storie. Nella New York fresca di Stonewall prendiamo in mano il doppio filo che lega la disco music all’identità gay, liberata dalle catene della tradizione e carica di desiderio da soddisfare. Il sesso diventa una religione istituzionalizzata e determina uno stile di vita in cui l’eccesso è la regola . E qui la disco music trova, scrive Locati Luciani, “il proprio ambiente naturale di sviluppo. Dopo anni di repressione, sociale e sessuale, si vuole provare tutto ciò che era stato prima negato, e anche più, e la musica deve rispecchiare questo desiderio di festa continua”. Si balla, si suda e si tromba senza sosta, mentre si codificano i modelli estetici e di comportamento di nuovi tipi umani. Dalla fantasia di Tom of Finland balzano fuori ad esempio i nuovi gay macho, dediti al culto del corpo (proprio e altrui) e amanti delle sensazioni estreme che si possono provare in locali come il Mineshaft di New York, vero tempio dell’esagerazione sessuale. I maschioni superpalestrati non disdegnano però in molti casi di dimenarsi sulle piste al ritmo di Gloria Gaynor, Thelma Houston e Donna Summer. Con dive come queste siamo già nel periodo d’oro della disco, che si diffonde prima da una costa all’altra degli Stati Uniti e poi sbarca di prepotenza in Europa e nel resto del mondo portando con sé i semi di una nuova cultura. Sono anni magici in cui tutto sembra possibile a una generazione che si sente unica come non mai. La realizzazione del desiderio qui e ora è imperativa e le possibilità di sperimentare, per evolversi, sono solo all’inizio. E sono le hit della disco, pur nel frattempo sempre più “sputtanata” per via del successo commerciale, che accompagnano questa cavalcata collettiva nell’esperienza. Si continua a ballare fino a che all’improvviso non calerà il sipario con l’arrivo dell’Aids che si porta via salomonicamente gli artisti, i produttori, i dj e il pubblico danzante. Questa catastrofe muta lo scenario e la disco, già passata di moda come genere mainstream, non sopravviverà in quanto tale in America, mentre in Europa continuerà ad evolversi negli anni ’80.
La seconda parte del libro ci porta in Italia, dove la produzione disco ha trovato un proprio percorso originale ma dove tutto si complica, sia per ragioni strettamente musicali che per l’affievolirsi, spesso, del legame di ferro tra cultura gay e disco music. Rimane comunque il filo conduttore dell’intreccio tra musica, clubbing e comunità gay di cui seguiamo le vicende storiche dalle balere alle discoteche nelle varie realtà italiane, mentre nasce e si organizza il movimento omosessuale che nel nostro paese avrà un legame talmente indissolubile con i locali da portare alla nascita del circuito ricreativo affiliato ad Arcigay nel 1987. E intanto, naturalmente, non si smette di ballare, talvolta pure con idoli pop e gay di casa nostra come Renato Zero, Cristiano Malgioglio o Ivan Cattaneo.
Infine l’autore, per approfondire la questione del binomio gay-disco, passa in rassegna gli artisti più propriamente “a tematica” nell’ambito della disco music e dintorni, vuoi perché gay dichiarati o per i contenuti espliciti delle loro canzoni. Dai Village People a Sylvester a Klaus Nomi fino ai Bronski Beat e ai Frankie Goes to Hollywood. Tuttavia, ribadisce Locati Luciani, “la disco non è stata così amata e ballata da migliaia di gay per la sua franchezza nel trattare temi glbt, ma piuttosto per il suo lato più camp”. Segue perciò un dotto saggio sul camp di Gianluca Meis, che analizza diverse prospettive teoriche e utilizza numerosi esempi per dare conto del senso di questa parola inafferrabile. Ma come sempre si finisce per concludere che il camp è come le barzellette: o le capisci o è inutile che te le spieghino. Completa il volume una serie di interviste a protagonisti ed esperti, americani e italiani, del fenomeno disco.