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A tre decenni dalla morte di Mario Mieli, icona assoluta della liberazione gay degli anni Settanta che morì suicida e giovane il 12 marzo 1983, diverse associazioni glbt celebrano la ricorrenza dedicando a questa figura ricordi, omaggi e riflessioni. Il che da un lato fa piacere perché quello di Mieli è un nome tuttora presente solo a pochi intimi – almeno rispetto all’importanza dei messaggi che ci ha trasmesso – e dall’altro preoccupa perché in giro non si vede molta creatività e il concentrarsi su una “festa comandata” come questa potrebbe essere un ulteriore sintomo della mancanza di idee originali. Guardiamo però il bicchiere mezzo pieno e constatiamo che è bello celebrare la memoria di qualcuno che ha ancora qualcosa da dire al nostro presente e futuro, cosa non facile di questi tempi anche non essendo morti da trent’anni.
Tra le celebrazioni si è distinto un festival di quattro giorni (Da Mieli a Queer), organizzato a Roma il mese scorso al Teatro Valle occupato dal gruppo che autogestisce il teatro, dal collettivo Queerlab e dal circolo Mario Mieli che ovviamente non poteva “bucare” l’anniversario. Qui Mieli ha trovato uno spazio consono, un contesto di esperienze alternative di oggi e che a lui fanno anche esplicito riferimento. Ed è stato adeguatamente interpretato anche nel metodo, mescolando generi e punti di vista, teoria e pratica (c’è stato pure un corteo en travesti nel centro della capitale), e ricollegando il tutto alla realtà contemporanea. In particolare al fenomeno queer di cui Mieli può essere considerato un precursore e che certamente ha in comune con lui lo spirito di rivolta.
Ancora il circolo Mario Mieli ha dato alle stampe un volumetto (Mario Mieli trent’anni dopo) che contiene alcuni testi inediti dello stesso Mieli – alcune poesie e lettere della prima giovinezza e un monologo teatrale – e una serie di saggi che lo ricordano nella sua polivalenza di poeta, performer travestito nella vita e sul palcoscenico, teorico rivoluzionario, profeta e schizofrenico. È curioso che un personaggio del genere, con l’alone romantico che trasuda dalla sua eccentrica personalità e dalla fine prematura, sia rimasto relegato nella memoria dei militanti gay più o meno intellettuali e non sia finito perlomeno in un film. Esiste per la verità una sceneggiatura ispirata in parte alla biografia di Mieli, come ci informa Francesco Gnerre nell’articolo che firma in questo libro collettivo: Bandiera Rosa di Riccardo Pachini e Mariano Lamberti, pubblicata già da qualche anno in una collana che si intitola “Capolavori cinematografici nel cassetto” e suona in effetti un po’ sinistra circa la probabilità di vedere prima o poi l’opera tradotta in immagini. Gnerre comunque non perde le speranze e scrive che la vita e la militanza di Mario Mieli “dovrebbero diventare tema di testi letterari o di opere cinematografiche, come avviene con militanti di altri paesi” per essere finalmente “patrimonio comune di una coscienza collettiva”. Se Hollywood ha commemorato Harvey Milk con una narrazione epica dovremmo essere anche noi in grado di fare altrettanto. Qui però casca l’asino, perché l’impossibilità oggettiva di rendere mainstream la figura di Mieli rimanda sì al suo essere ancora “troppo avanti” per questo mondo ma anche alla debolezza e all’isolamento della cultura e della comunità gay nel nostro paese.
Quanto all’essere “troppo avanti” bisogna comunque dire che le idee di Mieli lo sono tuttora anche all’interno del “mondo gay”. Anzi, guardandoci indietro sembra che per certi aspetti siamo andati nella direzione opposta a quella dell’eros che si libera dei vincoli della morale borghese, liberando il il mondo, prefigurato in Elementi di critica omosessuale, il più importante lavoro teorico di Mieli. Precisamente negli ultimi trent’anni si è affermata una strategia dei diritti in cui il principio dell’uguaglianza include in una certa misura la normalizzazione o pefino l’omologazione. Con la battaglia sul matrimonio gay la coppia eterosessuale diventa un modello da imitare, anche se per fortuna la vita reale è molto più fluida delle categorie che le creiamo intorno. È in questa flusso, che si fa più complesso con l’aumento della consapevolezza e della libertà, che ritroviamo l’attualità del pensiero di Mieli e ne constatiamo le qualità profetiche. La struttura patriarcale che non poteva saltare tutto in un botto quarant’anni fa ha continuato a erodersi nel tempo, lasciando spazi che vengono occupati da nuovi modi di vivere e di pensare che contraddicono la gerarchia dei generi e degli orientamenti sessuali. Per questo comprendiamo molto meglio oggi cosa significhi “siamo tutti transessuali” nel senso che Mieli dava a questo concetto. Non che siamo obbligati ad assumere il cliché anche anatomico del sesso opposto, ma che ciascuno è fatto per travalicare a modo suo la norma, andando oltre gli schemi imposti dalla tradizione. E liberando il proprio eros può trovare un modo più sereno di interagire con la realtà. È un’idea che rimane in campo, anche se non nella versione estrema e utopica che Mieli ne aveva dato. Ma è un’opzione accanto ad altre di segno diverso o anche opposto. Il mondo delle relazioni umane non viaggia in una direzione prestabilita ed è per questo che abbiamo bisogno di eroi come Mario Mieli.