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Acclamato come uno dei più interessanti registi francesi, François Ozon, dopo essersi fatto conoscere negli anni Novanta per i suoi film gay (Une robe d’été, Gocce d’acqua su pietre roventi), da un po’ di tempo non affronta più di petto questa tematica, senza però per questo dimenticarsi di inserire regolarmente degli spunti gay nelle sue commedie (Potiche).
È il caso del suo ultimo film, Nella casa (Dans la maison), premiato al festival di San Sebastián, intrigante e originale, ispirato alla pièce teatrale El chico de la última fila (Il ragazzo dell’ultimo banco) dello spagnolo Juan Mayorga (ma per il film Ozon ha costruito una storia, mentre nella pièce vi è solo un flusso discorsivo ininterrotto e atemporale).
Germain (Fabrice Luchini) è uno scrittore mancato, ma svolge diligentemente il suo lavoro di professore in un liceo, per quanto sia da tempo avvilito per l’ignoranza e la mancanza di curiosità dei suoi allievi. Per questo rimane senza parole quando s’imbatte in un brillante tema (che tra l’altro desta curiosità perché finisce con un “à suivre”, ossia “continua”…) di uno studente sedicenne, Claude.
Nel tema Claude (Ernst Umhauer, bello e bravo) racconta come, con la scusa di dare ripetizioni di matematica al compagno Rapha (Bastien Ughetto), si sia introdotto nella casa di quest’ultimo conquistando l’amicizia e la fiducia di tutti i componenti della famiglia. Claude è diventato un habitué di quella casa, in cui può stare tutto il tempo che vuole, entrando anche nei posti più segreti; in più racconta come provi una forte attrazione fisica nei confronti della madre di Rapha, Esther (Emmanuelle Seigner).
Germain, coinvolgendo anche la moglie gallerista d’arte (Kristin Scott Thomas), entra con gusto in quel gioco psicologico che lo affascina enormemente. Perciò ogni settimana legge avidamente il rendiconto che Claude gli consegna sotto forma di tema, correggendogli la prosa ma suggerendogli anche delle mosse che permettano che la storia continui, diventando magari più intricata e pruriginosa (come dimostra il magnifico finale).
Questo strano film, che inizialmente sembra una commedia ma poi assume sempre di più l’andamento di un thriller, si sviluppa tutto attorno al voyeurismo, che evidenzia quanto possa essere eccitante un racconto che progredisce verso situazioni sempre più scabrose (in ciò il film ricorda Le onde del destino di Lars von Trier e soprattutto un classico francese come Il montone infuriato di Michel Deville). Di sicuro, il ritmo teso e avvincente prende lo spettatore anche se nasce da cose in sé tutt’altro che terrificanti, come ha notato lo stesso Ozon: “Sono convinto che la vera sfida è rendere affascinante la normalità: i problemi sul lavoro, la noia, le piccole ossessioni”.
Pur non essendo l’asse primario, l’omosessualità è fondamentale nel plot e il rapporto fra Claude e Rapha, quest’ultimo innamorato dell’amico, a sua volta non insensibile al fascino dell’altro, è delicato, giocato soprattutto con sguardi e piccole cose (ma ci scappa anche un bacio e dei nudi).
Ma ci sono anche altri temi cari al regista, a cominciare dalle tipiche frustrazioni di una famiglia borghese. Ciò che più di ogni altra cosa segna la storia è però l’ambiguità che la pervade a ogni livello. Ambiguo è Claude, di modeste origini e senza la madre, il quale riesce a inserirsi in una famiglia vera e agiata (forse il suo più grande desiderio); il ragazzo inoltre, sfruttando il fascino che sa di esercitare su tutti, diventa come un magnete, certo non inconsapevole, capace di attrarre le attenzioni di tutti i componenti della famiglia (come in Teorema di Pasolini). Ma ambiguo è anche Germain che sfrutta quel gioco perverso col ragazzo, in cui i loro ruoli spesso si capovolgono, per superare il proprio difficile momento esistenziale.
Ma non basta, perché quest’atipico rapporto professore/studente si può leggere anche in altre maniere, come il rapporto fra narratore e ascoltatore o quello fra regista e spettatore, mostrando come ogni storia si possa prestare a manipolazioni, modificando la realtà. Già, perché nel film la realtà, la finzione e l’immaginazione si mischiano inestricabilmente, in un gioco che affascina e contemporaneamente turba lo spettatore.